#372 - 1 febbraio 2026
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pensierini

Diciamo...diciamo

di Nicola Bruni

Il verbo “diciamo” è divenuto, da un po’ di tempo, un intercalare della lingua parlata sempre più dilagante nelle conversazioni dei salotti televisivi e radiofonici, nelle interviste vocali, nei discorsi improvvisati dei politici, sulla bocca di importanti e valenti giornalisti della carta stampata quando intervengono in tv. Un intercalare che ha largamente sostituito il sinonimo “Come dire”, molto di moda fino a qualche anno fa.

Può essere usato per guadagnare tempo al fine di pensare la conclusione di una frase, ma può essere anche un sintomo di scarsa padronanza del vocabolario italiano e, in definitiva, una scusante per un uso poco appropriato della lingua.

Diciamo...diciamoDiciamo...diciamoDiciamo...diciamo

È da notare la forma plurale di questo verbo, che sembra assumere un valore collettivo di coinvolgimento di tutti i parlanti, nel senso che “questo non lo dico solo io”. Infatti, vi ricorre autorevolmente persino la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nella variante romanesca “disciamo”, con la c strascicata.

Ne fanno largo uso, tra gli altri, quasi tutti i conduttori della rassegna stampa internazionale e italiana su Radio 3, seminando i “diciamo” nel discorso come il cacio sui maccheroni. E non se astengono gli interlocutori del popolare talk-show televisivo Otto e Mezzo su La7, compresa la bravissima Lilli Gruber.

Insomma, siamo di fronte ad una vera e propria pandemia nazionale di “diciamo”, che è arrivata a contagiare addirittura il papa americano Leone XIV, il quale si mostra affetto da questa patologia della lingua parlata nelle conversazioni informali in italiano con i giornalisti. Chissà - io mi domando - se il Santo Padre, quando conversa in inglese, usa il corrispondente intercalare “we say” della sua lingua nativa?

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