#372 - 1 febbraio 2026
AAAAA ATTENZIONE - Cari lettori, questo numero rimarrà  in rete fino alla mezzanotte del giorno sabato 28 febbraio, quando lascerà  il posto al numero 374 - BUONA LETTURA A TUTTI - Ora ecco per voi alcune massime: "Nessun impero, anche se sembra eterno, può durare all'infinito" (Jacques Attali) "I due giorni più importanti della vita sono quello in cui sei nato e quello in cui capisci perchè" (Mark Twain) "L'istruzione è l'arma più potente che puoi utilizzare per cambiare il mondo" (Nelson Mandela) "Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare" (Socrate) «La salute non è un bene di consumo, ma un diritto universale: uniamo gli sforzi perchè i servizi sanitari siano accessibili a tutti». Papa Francesco «Il grado di civiltà  di una nazione non si misura solo sulla forza militare od economica, bensì nella capacità  di assistere, accogliere, curare i più deboli, i sofferenti, i malati. Per questo il modo in cui i medici e il personale sanitario curano i bisognosi misura la grandezza della civiltà  di una nazione e di un popolo». Alberto degli Entusiasti "Ogni mattina il mondo è un foglio di carta bianco e attende che i bambini, attratti dalla sua luminosità , vengano a impregnarlo dei loro colori" (Fabrizio Caramagna)
pensierini

Diciamo...diciamo

di Nicola Bruni

Il verbo “diciamo” è divenuto, da un po’ di tempo, un intercalare della lingua parlata sempre più dilagante nelle conversazioni dei salotti televisivi e radiofonici, nelle interviste vocali, nei discorsi improvvisati dei politici, sulla bocca di importanti e valenti giornalisti della carta stampata quando intervengono in tv. Un intercalare che ha largamente sostituito il sinonimo “Come dire”, molto di moda fino a qualche anno fa.

Può essere usato per guadagnare tempo al fine di pensare la conclusione di una frase, ma può essere anche un sintomo di scarsa padronanza del vocabolario italiano e, in definitiva, una scusante per un uso poco appropriato della lingua.

Diciamo...diciamoDiciamo...diciamoDiciamo...diciamo

È da notare la forma plurale di questo verbo, che sembra assumere un valore collettivo di coinvolgimento di tutti i parlanti, nel senso che “questo non lo dico solo io”. Infatti, vi ricorre autorevolmente persino la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nella variante romanesca “disciamo”, con la c strascicata.

Ne fanno largo uso, tra gli altri, quasi tutti i conduttori della rassegna stampa internazionale e italiana su Radio 3, seminando i “diciamo” nel discorso come il cacio sui maccheroni. E non se astengono gli interlocutori del popolare talk-show televisivo Otto e Mezzo su La7, compresa la bravissima Lilli Gruber.

Insomma, siamo di fronte ad una vera e propria pandemia nazionale di “diciamo”, che è arrivata a contagiare addirittura il papa americano Leone XIV, il quale si mostra affetto da questa patologia della lingua parlata nelle conversazioni informali in italiano con i giornalisti. Chissà - io mi domando - se il Santo Padre, quando conversa in inglese, usa il corrispondente intercalare “we say” della sua lingua nativa?

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