#267 - 11 luglio 2020
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Racconto

IL brigadiere Brazov

e la questione del sangue blu

Parte quarta

di Ruggero Scarponi

Ma la tempesta ha spesso un andamento imprevedibile. Avanza, indietreggia, cambia direzione, sembra esaurirsi per poi riprendere con più forza di prima ma, soprattutto, ti arriva addosso quando meno te lo aspetti.
Il Brigadiere Brazov dormiva della grossa da quasi due ore quando fu svegliato da un baccano assordante.
Il vecchio Brigadiere faticò alcuni istanti prima di realizzare che il baccano era dovuto al rumore prodotto da ripetuti colpi inferti contro il portone della caserma. Era tutto un battere con pugni e i calci di fucile e questo ben prima del sorgere del sole.
Il Brigadiere Brazov non fece neanche in tempo a sollevarsi dal seggiolone per andare ad aprire che si trovò a tu per tu con gli uomini delle forze speciali della rivoluzione che, evidentemente, su mandato dei commissari politici, avevano fatto irruzione.
Uno degli sbirri che Brazov aveva già avuto modo di conoscere nel pomeriggio, uno di quelli con la divisa nera attillata e rilucente di argentei teschi, pugnali ecc. gli si parò davanti con lo stesso identico ghigno esibito qualche ora prima.
Dov’è? Gli urlò in faccia. Dov’è? Gli urlò una seconda volta portando il suo ghigno a distanza talmente ravvicinata dallo spaurito viso grassoccio di Brazov che questi fu costretto a inghiottire miriadi di micro goccioline di saliva, uscite dalla bocca dello sbirro, insieme alle urla.
Per un millesimo di secondo il vecchio Brazov focalizzò l’attenzione sul fatto che aveva riconosciuto nelle micro goccioline appena inghiottite, delle micro particelle che qualificò, senza ombra di dubbio, come infinitesimi residui di una cena a base di fumanti patate e succulente salsicce, provenienti, non c’è neanche bisogno di dirlo, dalla cucina di Marija Elisaveta.
Questo gli procurò un leggero e momentaneo disagio, una sorta di risentimento e quasi di gelosia nei confronti dell’ostessa che non aveva perso tempo a sbarazzarsi di quella che certamente sarebbe stata la sua cena, se, a causa di un momentaneo mancamento, non l’avesse rimandata indietro.
Ma sotto lo sguardo feroce dello sbirro il vecchio Brazov tornò alla realtà e non tentò nemmeno di fare il finto tonto avendo compreso benissimo cosa si voleva da lui.
Svelto, allungò una mano sulla scrivania, afferrò un mazzo di chiavi e lo consegnò al suo esagitato interlocutore.
Questi, con un sorriso crudele, prese le chiavi, girò sui tacchi e dopo pochi minuti era già fuori dalla caserma recando con sé il nobile Kurzov, stretto tra quattro uomini di scorta, due sbirri in divisa e due in abiti borghesi scuri.
Brazov si accasciò sfinito sul seggiolone. Sembrava persino diventato più piccolo tanto si era sentito diminuito e umiliato nel suo ruolo. Tutto il mio piano in fumo! Piagnucolò disperato. Ma soltanto un babbeo come me poteva credere di prendere per il naso quegli aguzzini cresciuti agli intrighi e alle astuzie della Capitale. Credevo forse che mi avrebbero permesso di fare il mio ingresso trionfale, domani, davanti ai Commissari, trascinandomi dietro quel maledetto Kurzov? Povero vecchio scemo che sono. Come ho fatto a non pensarci! Se invece di cullarmi in astruse fantasie, avessi analizzato con cura la situazione, avrei compreso che il posto meno sicuro per trattenere l’aristocratico era proprio nella caserma. Ora sono di nuovo nudo e senza protezione. Il biancore della mia nudità è di sicuro visibile a chilometri di distanza, in una notte come questa e le mie chiappe candide rifulgeranno come enormi bersagli su cui esercitarsi nel più sadico tiro a segno. Si arrestò, Brazov, atterrito all’idea. E su di me, continuò, scenderà l’esecrazione dei giudici. Sporco! Grasso! Ozioso e soprattutto inetto! Tale da consentire a un sangue blu di girare indisturbato per anni, grideranno, il ritratto del vero controrivoluzionario. C’è il rischio che persino quel maiale di Vassily venga giudicato con più clemenza, nonostante le sue ubriacature, dopotutto non è che un mio dipendente, mentre invece Anatoly, Ah! Anatoly! Quel perfettino del cavolo! Starà già fregandosi le mani, pregustando il momento in cui potrà sedersi al mio posto, sul seggiolone. Anzi, mi viene quasi il sospetto che sia stato proprio lui ad andare a spifferare che avevamo in custodia, nella camera di sicurezza della caserma, un sangue blu.
Tutti contro di me! Esclamò affranto il vecchio Brazov, non trovando in nessun caso il modo di venir fuori da una situazione che il tempo non avrebbe fatto altro che aggravare sempre più.

Il muggito della tempesta è terrificante e più s’avvicina più somiglia a un’entità malefica avida di vendetta.
Il povero Brazov giunse alle nove di mattina davanti ai Commissari rivoluzionari più morto che vivo.
Il processo si teneva nell’unico posto in grado di contenere una piccola folla, vale a dire, nella piazza di Posk.
Il vecchio Brigadiere pur non essendo inquisito ma semplicemente convocato in qualità di testimone, temeva il peggio, ovvero che lo svolgersi del dibattimento processuale avrebbe, prima o poi, svelato le sue responsabilità, per le quali, ora, sentiva di non avere attenuanti.
Man mano che l’aria fresca del mattino contribuiva a rianimarlo, liberandolo dagli incubi notturni, il Brigadiere cominciò a riconoscere nella tribuna riservata ai testimoni, il piccolo Anatoly, quell’inetto di Vassily e il dottor Kazimir. Tra il pubblico accorso, in prima fila, riconobbe il viso bonario e rubicondo di Marija Elisaveta.
E poi vide per intero tutto il Collegio Giudicante.
Una schiera linda e pinta di giudici, dal Primo Commissario politico che fungeva da Presidente del Tribunale fino agli sbirri, che ben conosceva. Tutti indossavano delle divise nere o abiti dello stesso colore, ornati da terrificanti amuleti argentati.
E tutti apparivano eterei, diafani, impeccabili, dagli sguardi indifferenti e crudeli. Sembravano degli spettri risaliti dagli abissi infernali pronti a ghermire le anime degli impenitenti.
Brazov tremò al pensiero.
Ecco, rimuginò tra sé, quanto ci metteranno a puntare le loro scheletriche dita contro di me? Appena interrogheranno Kurzov, quello, pur di salvarsi, inventerà chissà cosa. Dirà che contrariamente a tutti i regolamenti l’ho gettato in una cella maleodorante, a far compagnia ai ratti e agli scarafaggi e senza neanche preoccuparmi di fargli avere un tozzo di pane per cena. Ce n’è abbastanza da farmi andare sotto processo. Su questo la Rivoluzione non transige, spietata con i nemici ma rispettosa della loro dignità e dei loro diritti.
Mentre era immerso in tali pensieri il cancelliere urlò a gran voce, s’introduca il cittadino imputato Kurzov.
L’aristocratico apparve al pubblico processuale in condizioni peggiori da quelle che Brazov aveva temuto. Era sporco sulle mani e sul volto di un sudiciume untuoso e numerose punzecchiature blu (non era forse un sangue blu?) sulla fronte, sul collo e sulle braccia scoperte, denunciavano l’assalto subito da orde di famelici insetti.
Misero me, commentò tra i denti Brazov che dovette ammettere come il nobile Kurzov per le poche ore che aveva dimorato in camera di sicurezza ne era uscito in condizioni indecenti. Quella prigione è davvero una lurida fogna! Dovette ammettere Brazov, e quel fannullone di Vassily se ne va in giro a fare lo scemo con le ragazze e a bere, a mie spese, litri di acquavite, il maledetto.
Poi il Presidente del Tribunale chiese il silenzio e nella piazza di Posk si udì soltanto il frusciare del vento tra gli alberi.

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