#265 - 13 giugno 2020
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Racconto

Il brigadiere Brazov

e la questione del sangue blu

parte seconda

di Ruggero Scarponi

La faccia di Brazov mostrava un’espressione impenetrabile, dovuta allo sguardo, che non si era posato né sul povero Anatoly, né sui fogli del rapporto, né su alcuno degli elementi presenti nell’ufficio.
Lo sguardo di Brazov aveva scavalcato l’esile figura di Anatoly ma anche il muro massiccio, in conglomerato di fiume dell’ufficio e quello esterno, della caserma, in pietra e non si era fermato nemmeno nel capo-luogo distrettuale né in quello dipartimentale ma aveva preso, si può starne certi, la più indesiderabile delle direzioni, quella, della Capitale dello Stato.
Poi, all’improvviso, il Brigadiere Brazov tornò presente.
Con un formidabile pugno, calato sulla scrivania, fece sobbalzare il piccolo Anatoly che, seduta stante, perse tutto il suo coraggio.
Adesso mi disintegra, temette Anatoly, predisponendosi ad incassare chissà quale violenza fisica e verbale.
Il pugno del Brigadiere fu accompagnato da un, nobili non ce ne sono nel mio distretto! O qualcuno afferma il contrario? E questa seconda parte della frase, la urlò in faccia ad Anatoly che oramai era quasi scomparso, da tanto che si era fatto piccolo piccolo.
Nobili non ce ne sono! Rimuginò tra sé la guardia scelta Anatoly e io che ne so? Io ho solo fatto il mio dovere e ho verbalizzato il referto del Dottor Kazimir che dopo tutto è il medico legale del Distretto. Anche a me la cosa non sembra buona ma se quello mette nero su bianco, certifico in data ecc. che il qui presente Sergey Kurzof, di anni trentaquattro, sottoposto a visita di controllo secondo il protocollo ecc. è risultato positivo al test cromatico del sangue rientrando senza ombra di dubbio tra i soggetti definiti, Nobili Aristocratici dotati di Sangue Blu per trasmissione ereditaria. Cosa potevo fare, concluse il buon Anatoly, se non mettere tutto a verbale?
Il Brigadiere, dopo aver allontanato la scrivania di almeno venti centimetri, riuscì, non senza fatica, a far emergere l’enorme pancia e poi, appoggiandosi sulle due forti gambe di vecchio granatiere, anche l’intera mastodontica figura.
Visto così per intero era davvero imponente.
E Anatoly giurò a sé stesso che non avrebbe tentato di contraddirlo in nessun modo, avesse anche deciso di stravolgere, il suo maledetto rapporto. Qui da noi, nel mio distretto, continuò Brazov con asprezza, nobili non ce ne sono dal ’21. Li abbiamo sterminati tutti, quei parassiti. E ora mi si vuole accusare…
Ma no, Signor Brigadiere, intervenne d’istinto Anatoly, non deve pensare…
Zitto, pezzo di scimunito! Lo investì Brazov. Tu non capisci. L’attacco è chiaro. E quel tal Dottor Kazimir deve essere un agente provocatore o una spia, inviata in questo distretto per l’interesse di qualcuno. E io quel qualcuno lo scoprirò, dovessi rivoltare perfino le zolle di questa terra e interrogare uno ad uno i suoi abitanti. Tutti qui mi devono qualcosa e non sarà difficile ottenere le informazioni che mi occorrono. Tu, intanto, bestia che non sei altro, corri ad arrestare quel furfante di Kurzov, che gli farò passare io la voglia di giocare alla contro-rivoluzione. Vogliono la mia testa? Tante ne dovranno cadere, prima. Corri, svelto e portati anche Vassily, anche se sta buttato da qualche parte ubriaco. Sveglialo e fagli capire che stavolta non si scherza, hai inteso bene, piccola canaglia?
Il buon Anatoly non scattò nemmeno sull’attenti tanto era intimorito dal tono e dalla mole fisica del Brigadiere, ma corse fuori dall’ufficio, corse come fosse inseguito da un cane rabbioso.

Purtroppo per Brazov la tempesta non si era fermata da nessuna parte e procedeva spedita verso un unico obiettivo, lui medesimo. Così che prima ancora che la guardia scelta Anatoly con il suo poco efficiente collega Vassily fossero riusciti a scovare il nobile aristocratico Kurzov, si vide giungere sulla piazza principale di Posk il corteo di auto con le insegne del Consiglio rivoluzionario. Erano arrivati i Commissari incaricati di far luce sulla vicenda del nobile Kurzov, un bubbone schifoso nel corpo sano della rivoluzione.
Accidenti, masticò rabbioso Brazov, possibile che siano già qui?
Ma non fece in tempo a darsi una spiegazione che due agenti delle forze speciali rivoluzionarie avevano già fatto irruzione nel suo ufficio. Con ghigno feroce gli notificarono l’ingiunzione dei Commissari a presentarsi l’indomani mattina per essere interrogato in qualità di testimone.
Il Brigadiere Brazov ascoltò trasognato il messaggio recatogli dai due sbirri. Non c’era da scherzare, con questa gente, pensò. Perché già al vederli nelle divise nere attillate rilucenti di argentei teschi, pugnali e altri simboli terrificanti facevano davvero paura. Al cospetto il vecchio Brazov con la sua mole imponente e il pastrano sdrucito e scolorito che nemmeno gli si abbottonava più sul davanti, perdeva improvvisamente d’autorità e appariva per quello che era stato negli ultimi dieci anni, un pachiderma all’ingrasso. Il pover’uomo si rese conto allora che tutto il suo mondo sarebbe stato messo in pericolo dall’interrogatorio del giorno seguente. Rivide con un senso di colpa la “cuccia” nella quale si era accomodato così bene in quegl’anni post-rivoluzionari. E si rese conto che sarebbe stato impossibile replicare all’accusa di lassismo se solo i magistrati si fossero presi la briga d’ispezionare la caserma.
Maledetto Vassily! Imprecò sottovoce. Io l’ho tirato via dalla miseria e gli ho dato un impiego e lui come mi ha ripagato, il maiale? Ubriacandosi e andando a fare il cascamorto dietro alle contadinelle. Mai che avesse preso la ramazza per pulire l’ufficio. E chi avrebbe dovuto farlo? Io? Il capo della gendarmeria? Non è possibile. E’ una questione di dignità e se non l’ho cacciato via a calci, quel maiale, è per il mio buon cuore che alla fine mi si ritorce contro dal momento che a deporre davanti ai giudici dovrò andarci io. Io a prendermi le colpe degli altri, davanti a quei…quei…lasciamo stare, concluse sconsolato.
Dopo la scarna comunicazione gli sbirri avevano lasciato Brazov in balia di sé stesso, non prima, però, di aver fotografato con gli occhi lo stato di degrado in cui versava l’ufficio del brigadiere ed essersi scambiati uno sguardo d’intesa che il povero Brazov immaginò assai significativo per la sua sorte.
Sulle prime il vecchio Brigadiere fu tentato di ripulire egli stesso l’ambiente ma subito si rese conto di come sarebbe apparso patetico il suo proposito di fronte all’enormità dell’opera da intraprendere.
Se i commissari avessero ispezionato la caserma trovandola nelle condizioni in cui si trovava avrebbero facilmente fatto, come si dice, due più due. Qualcuno se ne sarebbe uscito accusandolo che dove regna un simile degrado è più che normale che un nobile aristocratico, un sangue blu, se ne vada in giro indisturbato a farsi beffe della Rivoluzione.
Un’accusa pesante come un macigno, pensò disperato Brazov.
Allora si mise a camminare nervoso su e giù per la stanza maledicendo Vassily, il piccolo Anatoly e…più imprecava più diventava palese ai suoi occhi la sua inettitudine, la sua pigrizia, la sua innata ingordigia che l’aveva fatto ingrassare in modo esagerato rendendolo incapace di curare un qualsiasi altro interesse al mondo che non il cibo, essendo perseguitato da una sonnolenza che gli impediva di compiere persino i più ordinari dei suoi compiti. Per lui, pensò, c’era una sola definizione che lo inchiodava alle sue responsabilità in maniera spietata, Ozioso. Era l’uomo più ozioso del mondo e per questo avrebbe pagato. Non aveva scampo ora che i Commissari erano arrivati a Posk per metterlo sulla graticola come tanti diavoli festanti attorno a un dannato.
Ma il punto era, Come difendersi di fronte ai Commissari che ai suoi occhi non erano altro che iene assetate del sangue di persone come lui da mettere prima alla gogna e poi davanti a un plotone d’esecuzione come monito severo nei confronti dei funzionari infidi e pigri. Un esempio da esibire all’intera nazione. Per lucrarci sopra promozioni e incarichi altamente remunerativi.

Brazov cominciò a piagnucolare e a sudare in quella solitudine pomeridiana in cui il dolce tepore del sole declinante al tramonto, che fino a poche ore prima costituiva il bene supremo cui aspirare dopo un pasto abbondante e un riposo senza interruzioni fino all’ora di cena, era diventato adesso una specie di crudele persecutore che gli faceva uscire dal corpo una quantità di umori maleodoranti.
Tutto il corpo di Brazov sembrava friggere e fumigare nell’angusto ufficio divenuto una specie di forno.
E Brazov cominciò a sentirsi proprio come un pollo, un pollo bello grasso messo a rosolare.
Se almeno arrivassero quei due scimuniti con quel maledetto Kurzov. Potrei dimostrare ai Commissari che il nostro lavoro sappiamo farlo e…all’idea di esibire il nobile Kurzov alla commissione si rianimò il vecchio Brazov. Per un istante gongolò nell’immaginare l’aristocratico sottoposto all’interrogatorio, in vece sua.
L’aristocratico a ben pensarci, poteva valere tutta l’immondizia che si era accumulata nella caserma in dieci anni. Poteva essere un bene prezioso e inaspettato. Una luccicante moneta di scambio. Darlo in pasto a quelle iene poteva non solo riscattarlo da eventuali accuse di lassismo ma perfino fargli ottenere un plauso e chissà, forse anche un premio. Brazov per un istante si vide Governatore del Dipartimento ma subito disse, basta…basta sogni è ora di agire, se solo potessi mettere le mani su quel Kurzov.
Poteva essere la salvezza ma bisognava giocarsela bene.
Brazov pian piano riprese il controllo di sé stesso e dalla disperazione passò a una lucida visione delle cose.
Bisognava agire con calma e mostrarsi sicuri. D’altronde pensava Brazov debbo solo cercare d’immedesimarmi in quei tetri figuri. Sono anni che non si processa un nobile e di sicuro avranno l’acquolina in bocca al pensiero di averne uno tra le mani. Debbo solo far in modo di essere io, quello che glielo consegnerà. Dopo sarò libero. Tutto il loro sadismo si scaricherà sul disgraziato e io sarò dimenticato e forse premiato ma di sicuro non indagato che è la cosa che mi preme di più.
Brazov si trattenne in ufficio oltre l’ora di cena e per la prima volta da dieci anni a quella parte rifiutò la cena che dall’osteria del villaggio Marija Elisaveta si era premurata di portargli.
Non aveva voglia di mangiare, aveva un magone grosso così nello stomaco. Si suggestionò e si autocommiserò al pensiero di digiunare immaginandosi nei panni di un’asceta che sta per morire di consunzione in qualche romita grotta in eroica espiazione dei peccati altrui. Poi, pensò che presentarsi al mattino seguente davanti ai commissari, a digiuno, l’avrebbe forse fatto apparire meno materiale, più simile a un guardiano della Rivoluzione che a un grasso vizioso. Erano dettagli ma non bisognava sottovalutarli.
Finalmente, poco prima di mezzanotte, arrivarono i suoi due emissari Anatoly e Vassily, con al seguito ammanettato il nobile Kurzov (che fino a quel momento se ne era stato tranquillo a casa sua).
Brazov non si era neppure addormentato tenuto in piedi dall’ansia.
Come vide apparire il terzetto sbottò in una fragorosa risata.
(Continua)

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