#264 - 30 maggio 2020
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Racconto

Il brigadiere Brazov

e la questione del sangue blu

Parte prima

di Ruggero Scarponi

Il bordo della scrivania, non riusciva a contenere l’enorme ventre del brigadiere Brazov che lo superava di un paio di centimetri, posandosi sopra il lembo inferiore del sottomano. E questo, nonostante che il Brigadiere Brazov fosse tutto addossato allo schienale del monumentale seggiolone, con le gambe ben stese in avanti, sotto alla scrivania e le braccia, piccole, a confronto del corpo, lasciate penzolare inermi, da quando lo sviluppo eccessivo del ventre, gli impediva di portarvi ad incrociare sopra, le mani. Russava beatamente il Brigadiere Brazov e nulla poteva fargli presagire la tempesta che di lì a poco l’avrebbe investito.
Brazov, con il grado di Brigadiere, era al comando della gendarmeria distrettuale di Posk, nel Dipartimento al di là dei monti, dei laghi e dei deserti, nel luogo più insignificante e sperduto del mondo e di cui, se non fosse stato per il rapporto che Brazov inviava al Quartier Generale ogni tre mesi, probabilmente, ci si sarebbe dimenticati per sempre, di quel lontano distretto.
Gendarmeria di Posk! Due malandati figuri agli ordini del sottufficiale più grasso e inamovibile di tutte le repubbliche rivoluzionarie.
Ma la tempesta si prepara lontano dai centri di potere, lontano dagli occhi indagatori dei politicanti corrotti, come un vento del deserto che dapprima fa mulinare piccoli cumuli di sabbia, per poi crescere e crescere, fino a sollevarsi in enormi e minacciose muraglie arancioni.
La tempesta non guarda in faccia nessuno e un qualunque Brazov, al suo cospetto, può valere quanto tutti i commissari e i presidenti dei Consigli rivoluzionari dell’intera nazione.
Brazov, dunque. Brazov è un pingue funzionario distrettuale, padrone dei destini di centotredici famiglie di contadini e di poche decine di ex borghesi, ex militari, ex maestri di scuola e funzionari della vecchia burocrazia. Compresi un paio di religiosi rieducati alla vita civile ma sacerdoti clandestini all’occasione.
Ecco la tempesta.
Sta per affacciarsi discreta per mano del gendarme Anatoly.
Oh, Se Anatoly sapesse!
Eccolo, mentre sta per bussare, con cautela, all’ufficio del capo.
Da fuori, fuori della porta, intendo, si sente il ritmico russare del Brigadiere.
Anatoly è colto da uno scrupolo. Che faccio, busso o non busso? Potrei entrare, senza farmene accorgere e lasciare il mio rapporto sulla scrivania di Brazov ed evitare così, la sua più che certa sfuriata, se mai dovessi svegliarlo.
Ma poi, il buon Anatoly, decide di correre il rischio e di bussare perché ha compreso che nel suo rapporto c’è qualcosa che non può essere dilazionato, a costo di buscarsi qualche improperio e forse, un bel calcio negli stinchi.
Sia come deve essere, decide Anatoly e…arrischia un toc-toc, un tocco morbido, leggero, quasi timido. Ehi! Ci vuol altro, vecchio Anatoly che quel buffettino da damina timorosa, per svegliare un quintale e mezzo di Brigadiere.
Anatoly è combattuto e aspetta un poco, se per caso il vecchio Brazov non abbia sentito e magari si stia stirando ben bene, prima di abbaiare: avanti! Come un molosso che sta braccando una volpe.
E così Anatoly, prendendo un bel respiro, decide di precipitare nel gorgo di un destino senza ritorno.
Sferra un Toc-Toc deciso, anche se abbastanza subordinato, non tanto forte, ancora, ma udibile, persino da un sottufficiale in piena siesta pomeridiana. Anatoly con il cuore che batte forte, più forte del toc-toc che ha appena esercitato sul legno di noce della porta, sente che è necessario ripetere il richiamo e stavolta senza indugi né tentennamenti.
Il tocco di Anatoly diventa perentorio, autoritario quasi, ma indiscutibilmente chiaro e inequivocabile.
Il ruggito che risponde al richiamo non lascia dubbi.
Brazov è stato svegliato in maniera improvvisa e indesiderata.
L’Avanti! Che sale dalla profondità cavernosa della gola del Brigadiere, su una tonalità prossima al mi bemolle di un controfagotto, fa rintronare l’intera caserma della gendarmeria di Posk.
Ora sono fritto, geme il povero Anatoly ma poi, visto che non può tirarsi indietro, decide di entrare al cospetto del Brigadiere, con viso franco, passo militare, uno sbattere di tacchi e la voce forte e chiara.
Guardia scelta Anatoly a rapporto, Signore!
Al contempo, la guardia scelta Anatoly, con sguardo rapido, come quello di un’aquila reale in perlustrazione sopra le altezze nevose del Caucaso, si assicura che il vecchio Brazov non abbia a portata delle mani grassocce, oggetti di tale fattura da risultare pericolosi, se scagliati con violenza.
Ma il sottufficiale, ancora sonnolento e madido di sudore, con sullo stomaco un abbondante pranzo da digerire, fatica a comprendere la situazione.
Gli ci vuole un buon paio di minuti, prima di resuscitare dalla nebulosa siderale in cui si trovava a vagare, leggero e inconsapevole, come un’anima, in attesa del samsara.
Dalla bocca, dopo aver emesso un mal trattenuta eruttazione, gli esce un inaspettato e paterno, che vuoi figliolo?
A questo punto, la guardia scelta Anatoly si rincuora un po’, non riscontrando propositi bellicosi nel burbero brigadiere, come aveva temuto.
E quindi riporta, seppur con qualche incertezza e qualche scorrettezza sintattico-grammaticale, il lungo racconto, oggetto del suo indilazionabile rapporto. Il fatto è, signor Brigadiere, che c’è di mezzo una certificazione e io non ho creduto opportuno di trascurare il fatto e per questo mi sono sentito in dovere di redigere regolare verbale, come si evince dal qui presente rapporto. (continua)

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