#236 - 12 marzo 2019
AAAAA ATTENZIONE - Cari lettori, questo numero resterà  in rete fino alla mezzanotte del giorno 27 gennaio quando lascerà  il posto al numero 300. ORA per VOI un po' di SATIRA - Finchè ti morde un lupo, pazienza; quel che secca è quando ti morde una pecora ( J.Joyce) - Lo sport è l'unica cosa intelligente che possano fare gli imbecilli (M.Maccari) - L'amore ti fa fare cose pazze, io per esempio mi sono sposato (B.Sorrel) - Anche i giorni peggiori hanno il loro lato positivo: finiscono! (J.Mc Henry) - Un uomo intelligente a volte è costretto a ubriacarsi per passare il tempo tra gli idioti (E.Hemingway) - Il giornalista è colui che sa distinguere il vero dal falso e pubblica il falso (M. Twain) -
Racconto

L'incidente

Parte prima

(persone e fatti di questa storia sono frutto di pura invenzione)

di Ruggero Scarponi

  • Per di qua signor procuratore… venga… e faccia attenzione, il terreno è piuttosto accidentato…
  • Ma guarda tu, dov’è finita’sta poveretta, chissà che colpo ha preso per fare un volo del genere!
    Il sostituto procuratore Pavesi pensava a voce alta mentre discendeva la scarpata per raggiungere il corpo della ragazza.
    Gli agenti della stradale, avvertiti da qualche automobilista, erano stati i primi ad arrivare e avevano avuto cura di coprire con un lenzuolo il cadavere finito tra gli intricati cespugli nel dirupo lungo la strada statale.
  • Sappiamo già di chi si tratta? - domandò il piemme al capitano Villalta che lo stava accompagnando per la necessaria ricognizione.
  • Dai documenti che siamo riusciti a recuperare e che presumibilmente erano nella borsetta, ritrovata a circa cinquanta metri dal punto dell’impatto – rispose l’ufficiale mentre scendeva con circospezione il terreno in forte pendenza – si direbbe una ragazza di Roma, Martina Rienzo, di anni venti, studentessa.
    Il sostituto procuratore si fermò un istante a esplorare con lo sguardo il luogo. Poi disse – E lei capitano che ne pensa di questo incidente…L’investitore si è dileguato, a quanto sembra…
  • Non so dottore, così, a caldo, è difficile dire…
  • Dica invece, dica, vediamo se la pensiamo allo stesso modo, capitano. Io dico che un pirata che in pieno giorno falcia una ragazza e se la svigna…
  • Beh, non vorrei dire…ancora… ma per la verità la cosa mi puzza…anche a me, dottore.
    Mentre parlavano giunsero in prossimità del cadavere. Un carabiniere, a un cenno dell’ufficiale sollevò il lenzuolo.
    Il sostituto procuratore Pavesi e il capitano Villalta non poterono trattenere una smorfia di disappunto. Si capiva che Martina, la ragazza investita, doveva essere molto graziosa, nonostante che l’impatto e la successiva caduta ne avessero provocato l’apertura della scatola cranica e gravissime lacerazioni in tutto il corpo. Eppure, anche così, la figuretta chiusa in quel che restava di un leggero abitino giallo canarino, si evidenziava per una grazia e una delicatezza che neanche la morte era riuscita a cancellare completamente. Persino il viso, stravolto dalla violenza del colpo ricevuto, prima sul parabrezza dell’auto, poi sull’asfalto della statale e infine tra gli spini dei rovi nella scarpata, manteneva un poco della fisionomia che solo qualche momento prima doveva apparire più che gradevole.
  • Ecco – disse il magistrato – ora viene la parte più atroce del nostro mestiere – Si fermò un istante a riflettere e poi riprese rivolto all’ufficiale – Ora debbo chiamare i genitori. Ogni volta per me è la stessa storia. Ogni volta, mi domando, in casi come questi, chi sono io per diventare odioso strumento del destino? capitano, ci pensa? I genitori di questa ragazza adesso stanno…data l’ora è probabile che stiano pranzando, magari stanno in allegria, siamo in periodo di ferie, magari stanno ridendo e scherzando con amici. Ho qui il numero di telefono di casa di quei disgraziati…9 numeri, capitano, dividono i genitori di Martina dalla tragedia. Debbo digitare solo 9 numeri per cambiare la vita di quei poveracci…Per sempre. Ogni volta mi sorprendo a sperare che nessuno mi risponda…Quante volte ho fatto questi stessi gesti…A quante famiglie…
  • Se mi permette, dottor Pavesi – ribatté Villalta –questa, credo sia la parte più nobile del nostro lavoro… Qui l’istituzione scende a fianco del cittadino e anche se per poco lo affianca nel dolore…trovo che sia nobile, tutto questo…proprio perché doloroso.
  • Sarà come dice lei, caro Villalta, ma io non mi ci abituerò mai…
    Pavesi si strinse nelle spalle, digitò i numeri, attese qualche istante e poi pronunciò poche parole.
    Una comunicazione rapida.
  • Saranno qui a momenti, il padre e la madre – Disse quasi tra sé il magistrato – abitano a un paio di chilometri. Una volante è andata a prenderli. Intanto, capitano, se non le dispiace, risaliamo alla strada, voglio avere un suo parere.
    In breve si trovarono sulla statale. Il traffico era stato deviato. Gli agenti della Stradale stavano provvedendo ad effettuare i rilievi e a contrassegnare tutti i punti in cui si erano sparsi oggetti vari appartenuti alla vittima.
  • Vede, capitano, quello che a me non torna è il punto presunto dell’impatto. – Pavesi indicava con il braccio teso il luogo dove secondo i rilievi poteva essere avvenuto l’incidente – È la prima cosa che mi è saltata agli occhi. Perché, se fosse stato al centro della carreggiata o…Anche a lei capitano – continuò il magistrato – non sarà di certo sfuggito come la ragazza sia stata investita frontalmente…
  • Mi pare evidente dottore – confermò Villalta – Il volto e la fronte ne risultano gravemente colpiti e contengono numerosi micro frammenti di vetro del parabrezza.
  • Pare anche a me – sentenziò Pavesi.
  • Ora – riprese il magistrato – non le sembra strano, che non ci siano segni di frenata sull’asfalto e che l’impatto sia avvenuto a margine della corsia di emergenza in un tratto di strada rettilineo e con ottima visibilità…
  • Un ubriaco – dottore o…
  • Un drogato – completò Pavesi – Già questo spiegherebbe molte cose, eppure non mi convince. Chi ha investito la ragazza deve aver accelerato improvvisamente, altrimenti, si sarebbe scansata, vedendo arrivare l’auto in velocità avrebbe avuto modo e tempo di ripararsi, dietro il guard-rail, magari; non dimentichiamo che l’impatto è stato frontale e Martina aveva chiaro cosa stesse avvenendo di fronte a sé. E poi c’è il borsone.
  • Di per sé un borsone con dentro degli indumenti non significa necessariamente qualche cosa…dottore – rispose esitante Villalta. – E poi all’ora in cui si è verificato l’incidente la giovane donna doveva avere il sole negli occhi e questo spiegherebbe…
  • E’ vero, è vero, capitano, non voglio correre troppo. Solo che in giro c’è un bastardo che ha distrutto una famiglia e io…
  • Mi scusi sa – lo interruppe l’ufficiale – ma di incidenti, purtroppo ne vediamo tutti i giorni…
  • E già. Infatti, e qualcuno deve aver visto come sono andate le cose. – Incalzò il magistrato, facendo balenare lo sguardo a centoottanta gradi – In questo tratto c’è un albergo con il bar e una pompa di benzina; probabilmente c’erano anche degli extra-comunitari con un banchetto di cose loro, li ho visti tante volte passando in auto. Capitano a me non sembra un incidente… E di sicuro qualcuno ha visto…E poi mi dice capitano, cosa ci faceva una ragazza con un borsone pieno di vestiti su questo lato della statale dove non c’è nulla, neanche la fermata di un autobus? Quella stava aspettando qualcuno, forse il bastardo che l’ha falciata.
  • Umm – mormorò l’ufficiale – Umm, non ci staremo facendo prendere un po’ troppo la mano, dottor Pavesi? – concluse in tono confidenziale. – Forse era andata a comprare qualche cosa al banchetto che dice lei.
  • Ecco i genitori, capitano. Che Dio mi aiuti a dire il minimo, l’essenziale.
  • Buon giorno… - disse l’uomo, il papà di Martina, con aria smarrita – mia moglie non se l’è sentita, è rimasta in auto con l’altro mio figlio. Cosa è successo di preciso alla mia bambina…è grave?
    Pavesi, infatti, quando aveva avvisato dell’incidente, non si era espresso sulla realtà della situazione. Il sostituto procuratore prese l’uomo sotto braccio e nel modo più asciutto possibile disse: Signor Rienzo…mi dispiace… - Attese che l’uomo facesse un lungo respiro e mantenesse il controllo, anche se era visibilmente impallidito – Mi spiace, signor Rienzo, ma ci sono delle formalità da adempiere –
  • Dov’è? –
  • Mi segua – rispose Pavesi e si avviarono verso la scarpata.
    Alla vista del cadavere, il papà di Martina rimase impietrito e così, rigido, cominciò a piangere portandosi una mano al volto, sostenuto da Pavesi e da Villalta che tentavano di dire qualche parola per fargli coraggio
    Dopo un po’ Pavesi cautamente disse:
  • Signor Rienzo, mi scusi, ma appena lo riterrà opportuno vorrei parlare un po’ con lei…
    L’uomo, con le lacrime agli occhi, ebbe un sussulto… - perché? Di che si tratta?
  • Niente di particolare, solo qualche domanda… È la prassi…Ma a suo comodo, non si preoccupi, quando se la sentirà.
  • Che significa dottore? Cosa vuol sapere?
  • Non si agiti, è la prassi e come le ho detto, quando lo riterrà opportuno.
    Pavesi girò lo sguardo al fondo della scarpata. Laggiù c’erano i pini e oltre si intravvedeva il mare. Il mare d’agosto, luccicante come sempre, simbolo dell’estate e della gioia di vivere.
  • E questo il coraggio dove lo va a pigliare, adesso? – Pensò scrutando la maschera di dolore sul viso del signor Rienzo.
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