#371 - 15 gennaio 2026
AAAAA ATTENZIONE - Cari lettori, questo numero rimarrà  in rete fino alla mezzanotte del giorno sabato 31 gennaio quando lascerà  il posto al numero 372 - BUONA LETTURA A TUTTI - Ora ecco per voi alcune massime: "Nessun impero, anche se sembra eterno, può durare all'infinito" (Jacques Attali) "I due giorni più importanti della vita sono quello in cui sei nato e quello in cui capisci perchè" (Mark Twain) "L'istruzione è l'arma più potente che puoi utilizzare per cambiare il mondo" (Nelson Mandela) "Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare" (Socrate) «La salute non è un bene di consumo, ma un diritto universale: uniamo gli sforzi perchè i servizi sanitari siano accessibili a tutti». Papa Francesco «Il grado di civiltà  di una nazione non si misura solo sulla forza militare od economica, bensì nella capacità  di assistere, accogliere, curare i più deboli, i sofferenti, i malati. Per questo il modo in cui i medici e il personale sanitario curano i bisognosi misura la grandezza della civiltà  di una nazione e di un popolo». Alberto degli Entusiasti "Ogni mattina il mondo è un foglio di carta bianco e attende che i bambini, attratti dalla sua luminosità , vengano a impregnarlo dei loro colori" (Fabrizio Caramagna)
Testimonianze

Ubuntu ritrovato

Di Marco Trovato – Direttore editoriale della rivista Africa

È stata raccontata come una generazione inerte, individualista. Concentrata sui propri interessi, chiusa nei social e incapace di battersi per grandi ideali. Ma ciò che abbiamo visto in questi mesi nelle piazze africane – e di mezzo mondo, attraversate dalle mobilitazioni giovanili contro le guerre e per Gaza – ci restituisce un’immagine diversa, potente, nobile.

Da Nairobi ad Antananarivo, milioni di giovani sono scesi in piazza come una marea consapevole, determinata, unita da un’idea semplice e rivoluzionaria: non ci si salva da soli. I problemi sono comuni, le battaglie sono comuni, il destino è comune.
In Madagascar, studenti e lavoratori hanno sfidato le autorità per denunciare disoccupazione e disuguaglianze crescenti.
In Kenya, la Gen Z ha costretto il governo a ritirare la legge finanziaria che avrebbe colpito i più poveri.
In Tanzania e Mozambico i manifestanti hanno sfidano le pallottole per denunciare la corruzione dei governanti.
Scene simili le abbiamo viste in Nigeria, Sudan, Congo, Uganda, Senegal, Sudafrica… Giovani che rivendicano dignità, diritti, giustizia. Che non accettano più di essere esclusi dalle decisioni che plasmano il loro futuro.

Ubuntu ritrovato

Certo, non ci sono più i riferimenti ideologici dei loro padri. Sono lontani gli slogan del nazionalismo post-indipendenza, i miti dei partiti, i richiami all’etnia o al clan. Si è consumato uno strappo generazionale profondo, quella che l’africanista Mario Giro ha definito una «rottura antropologica e culturale». Ma non credo che sia l’individualismo il motore di queste battaglie. Al contrario, ciò che anima questa gioventù è una rinnovata coscienza collettiva. Le mobilitazioni non nascono più da partiti, sindacati od opposizioni organizzate, ma da blogger, artisti, attivisti, youtuber.
È una rivoluzione orizzontale, priva di leader riconosciuti – e proprio per questo forte e fragile al tempo stesso. Le parole d’ordine, però, sono limpide: trasparenza, equità, partecipazione, libertà. Temi che riguardano tutti, non soltanto chi protesta. I social, spesso accusati di alimentare superficialità e narcisismo, sono diventati spazi di confronto politico, strumenti di mobilitazione, reti di mutuo soccorso. Servono a denunciare abusi e corruzione, a coordinare manifestazioni, a proteggersi a vicenda. È un uso autenticamente “sociale” della Rete, dove l’identità individuale si dissolve nel bene comune.

Ubuntu ritrovato

In queste esperienze collettive si intravede un nuovo modo di fare politica, più fluido ma non meno radicale, capace di combinare l’urgenza del presente con una profonda domanda di futuro. Una politica che non si esprime nei palazzi, ma nelle strade, nelle università, nelle comunità digitali, nei piccoli gesti di solidarietà quotidiana. In questa logica solidale e circolare, l’io ritrova senso solo dentro un noi più grande. Mai come oggi i giovani africani hanno rimesso al centro un principio antico, che pensavamo smarrito sotto il peso della globalizzazione e del consumismo: ubuntu, termine bantu che significa, letteralmente, “io sono perché noi siamo”.

Ubuntu ritrovato

È la filosofia dell’interdipendenza e della solidarietà, la convinzione che l’umanità di ciascuno esiste solo in relazione a quella degli altri. Questo spirito – un tempo fondamento delle società africane tradizionali – oggi rinasce nelle piazze, nei collettivi digitali, nei movimenti che chiedono libertà e giustizia sociale. Si manifesta nei ragazzi che si battono non solo per sé ma per la liberazione dei compagni arrestati, per la dignità dei lavoratori, per il diritto allo studio, per un futuro condiviso. L’Africa giovanile sta riscoprendo la forza di un noi che non è nostalgia, ma progetto. Non ideologia, ma pratica quotidiana. In un mondo sempre più frammentato, questi giovani ci ricordano che la libertà non è mai individuale: o è di tutti, o non è di nessuno.

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