#234 - 19 gennaio 2019
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Racconto

Uccidi il presidente

di Ruggero Scarponi

Camillo sognava di diventare corazziere fin da bambino.
Lo sognava così tanto che, pur essendo figlio di genitori piuttosto bassini di statura, riuscì a diventare un colosso. Un metro e novanta a sedici anni e due metri e qualche cosa a diciotto.
Poi l’arruolamento nell’Arma dei Carabinieri e la selezione per diventare Corazziere del Presidente.
All’Accademia studiò sodo e a soli vent’anni era un fior di marcantonio con elmo e corazza: un Corazziere del Presidente.
Lina, sua mamma, si mise a piangere dalla commozione quando lo vide ritratto nella foto al termine del Corso sottufficiali.
Bello come il sole, le sembrava, nella divisa scintillante.
Ora Camillo poteva realizzare il suo antico sogno: montare la guardia al Quirinale.
Cominciò il suo servizio come Guardia d’Onore allo Studio del Presidente, nei Giardini del Palazzo e durante la parata del 2 giugno, persino a cavallo, di scorta all’auto presidenziale.
Fu una notte, però, mentre dormiva placido, dopo il turno di lavoro, che gli si insinuò nella testa quella strana vocina: Uccidi il Presidente…
Si svegliò di soprassalto, stravolto.
Uccidere il Presidente! Che follia! Il Presidente era tutto per lui, la ragione della sua vita, una vita che si era impegnato a spendere a salvaguardia dell’istituzione.
Ma la vocina insisteva e per qualche notte ancora lo turbò nel sonno.
Poi una mattina uscì allo scoperto.
Uccidi il Presidente, testone! Gli disse. Uccidi quell’ipocrita, inutile e dannoso!
La vocina era imperiosa.
Ma quanto gli chiedeva contrastava troppo con i suoi principi.
E visto che titubava la vocina cominciò a ronzargli nella testa come un tarlo ostinato.
Non posso, si opponeva Camillo, non posso!
E’ contrario ai miei sentimenti. E poi, l’omicidio del Presidente!
Io sono addestrato a difenderlo, a dare la vita per lui, se necessario, come osi chiedermi di ucciderlo.
Uccidilo! Uccidilo! Farneticava la vocina.
Uccidilo…te lo ordino.
La vocina martellava senza tregua.
Sentendosi perduto e sul punto di cedere, Camillo, escogitò un piano.
Il piano serviva innanzitutto a prendere tempo e a placare almeno per un po’ la vocina.
Senti, disse, mi arrendo e ubbidirò al tuo ordine, pure, bisogna osservare delle regole.
Regole? Chiese la vocina
Si, insomma, rispose Camillo, uccidere il Presidente è un affare serio e da noi non è mai accaduto, perciò è indispensabile che avvenga nel “modo giusto”, secondo le regole.
E sarebbe? Chiese la vocina.
Primo, cominciò a elencare Camillo, per uccidere il Presidente è necessario che oltre a me non ci siano altre persone, dei testimoni, voglio dire.
E’ giusto, concordò la vocina, qualche precauzione non guasta.
Secondo, continuò Camillo, il fatto non deve avvenire nelle stanze istituzionali, intendo: nello studio, in Parlamento, ecc. per una questione di decoro.
Beh, obiettò la vocina, non facciamola troppo difficile, adesso.
Terzo, ultimò Camillo, se il Presidente muore di morte naturale, il tuo ordine non potrà applicarsi al suo successore.
La vocina bofonchiò vagamente insoddisfatta, ma poi accettò.
D’accordo, disse, ma tu dovrai sfruttare ogni occasione utile, altrimenti non ti darò tregua finché campi.
Camillo, mentalmente si fregò le mani, le condizioni poste lo mettevano praticamente al sicuro.
La prima clausola dell’accordo prevedeva di trovarsi solo e senza testimoni. E quando mai gli capitava di trovarsi da solo con il Presidente?
C’era sempre qualcun altro, stuoli di segretarie, cariche istituzionali, personalità politiche.
La seconda clausola prevedeva che il misfatto avvenisse fuori delle sedi istituzionali.
Ma il Presidente abitava al Quirinale, un edificio istituzionale per definizione e avere l’occasione d’incontrarlo fuori del Palazzo, da solo, era per Camillo da non prendere neanche in considerazione.
L’ultima clausola, quella della morte naturale, l’aveva inserita non sapeva neanche lui perché. Ma intanto le altre clausole sarebbero state un sufficiente deterrente a ogni possibile gesto di follia.
La vocina si quietò.
Scomparve improvvisa, come era venuta.
E Camillo riprese la sua attivitĂ  con piĂą slancio di prima.
Montava la guardia alle stanze presidenziali con tale cipiglio che sembrava dicesse: chiunque voi siate dovrete passare sul mio cadavere prima che vi dia il permesso di entrare.
In realtà il protocollo diceva tutt’altro e la sua funzione era esclusivamente “ornamentale”, per così dire.
Ma a Camillo sembrava che l’intero edificio repubblicano poggiasse sulle sue spalle, che erano davvero larghe e poderose.
Poi, un giorno, la vocina tornò.
Allora? Chiese, che fai? Hai siglato un patto con me, o sbaglio? Forza è ora di onorarlo: Uccidi il Presidente…
Camillo ebbe un tuffo al cuore, udendo l’ordine, quasi dimenticato, dopo mesi di tranquilla routine.
Come? Chiese, come? Perché dovrei onorare il patto?
Clausola numero due, disse la vocina, il Presidente, ora, non si trova nello studio, sta pranzando nel salottino accanto.
Puoi tranquillamente entrare, da solo e ucciderlo, semplice, no?
Ma il salottino, obiettò Camillo, si trova all’interno del Quirinale.
Via, incalzò la vocina, il salottino non è un luogo istituzionale, al massimo può considerarsi appartamento privato.
Tutto ciò che riguarda il Presidente è istituzionale! Insorse veemente Camillo.
No Camillo, rispose la vocina, no! Ora tu entri nel salottino e fai quanto ti dico: Uccidi il Presidente…Uccidi il Presidente…Uccidi il Presidente…Uccidi il Presidente…Uccidi il Presidente…Uccidi il Presidente…
Basta, basta! implorò esausto Camillo, hai vinto, farò come mi ordini ma per piacere smetti di ronzarmi nella testa!
Tu, fai quello che devi, disse la vocina, e poi te ne potrai stare tranquillo.
Ora devo trovare il modo, pensò Camillo come fosse in trance
In quel momento era di guardia fuori del salottino insieme a un altro Corazziere.
La rapidità sarebbe stata essenziale per la riuscita dell’azione. Camillo avrebbe dovuto lasciare la postazione, entrare nel salottino, piombare sul Presidente che presumibilmente stava pranzando e ucciderlo…già ucciderlo, ma con che cosa?
Ma con la spada, testone! gli suggerì la vocina, che sennò per quale motivo te l’avrebbero data?
Camillo, ansioso di tacitare la vocina una volta per tutte, si mise immediatamente all’opera.
Si girò di scatto, spalancò i battenti della porta del salottino, nel quale il Presidente stava consumando una sobria colazione in solitudine e fece per entrare, quando, all’improvviso, si sentì bloccare da qualcosa che non aveva previsto.
Le spalle, accidenti! le spalle! Erano troppo larghe, non entravano nel vano della porta e di fronte non sarebbe riuscito a passare.
Allora si mise di fianco e irruppe nel stanza davanti a uno sbigottito Presidente.
Che succede figliolo? Domandò l’uomo, bonariamente.
Ora però, a causa del fracasso dovuto all’urto delle spalle di Camillo contro i battenti della porta, era comparso nel salottino, il Segretario Generale alla Presidenza, convinto che il Primo Cittadino della Repubblica fosse sotto attacco di chissà cosa.
La presenza dell’uomo attivò la clausola numero uno, quella secondo la quale l’uccisione del Presidente non sarebbe stata possibile in presenza di testimoni.
Mi scusi Signor Presidente, disse Camillo, tornato in sé, mi sembrava di aver udito dei rumori.
Il Presidente sorrise.
Grazie, figliolo, no, nessun rumore, è tutto tranquillo, per il momento.
Il Presidente, che segretamente era segnato da un grave male, morì di morte naturale qualche settimana dopo.
La vocina, suo malgrado, dovette prendere atto che il suo piano era fallito.
Da allora non si fece piĂą viva lasciando il povero Camillo libero dal terribile contratto.
Il bravo corazziere, non più sottoposto alla martellante tortura, dormiva sonni tranquilli e ogni volta che montava la guardia lungo gli interminabili corridoi del palazzo, si fermava sempre di fronte a qualche specchio, per compiacersi dell’ampiezza delle proprie spalle, grazie ad esse, infatti, era stato evitato un grave misfatto politico. Una circostanza questa, però, da mantenere segreta, mi raccomando.

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