#231 - 1 dicembre 2018
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Piccoli Grandi Musei Italiani

"una cosa bella è una gioia per sempre" John Keats

Valbormida - Savona

Museo del vetro

Prova di essere i primi della classe

di Alessandro Gentili

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Il vetro: trasparente, velato, offuscato…leggero, fragile, talvolta incolore o insapore, scontato, direi, sottostimato, di uso comune, di scarso interesse per le nostre fameliche indagini o curiosità. Tagliente, spesso o fino, lascia sulla tavola uno scarso ricordo (interessa quivi il contenuto, non l’oggetto, acqua o vino che sia), perfino i preziosi calici servono da supporto alle bollicine spumantine….leggete ora questa fiaba:

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Secondo una radicata e costante tradizione orale, l’arte del vetro fu anticamente introdotta ad Altare da una comunità benedettina che, rilevate qui le condizioni naturali idonee, si racconta avrebbe richiamato dal nord della Francia (Normandia o Bretagna), alcuni esperti artigiani. Sull’isola di Bergeggi (Insula Liguriae), presso la chiesetta voluta dalla devozione popolare sul sepolcro di Sant’Eugenio, il Vescovo di Savona Bernardo, nel 992, fece costruire un cenobio affidandone la cura a monaci benedettini chiamati dall’abbazia di Saint Honorat (isole provenzali di Lérins).

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Tra il 1124 e il 1134 le terre di Altare furono donate dal vescovo Rimbaldo ai cenobiti lerinesi di Sant’Eugenio e una bolla di Papa Innocenzo II in data 20 febbraio 1141 ne confermò loro il possesso. L’insediamento benedettino ad Altare va pertanto inquadrato storicamente in tale contesto. È opportuno qui ricordare come dall’Alto Medioevo sia le fonti scritte che i dati archeologici testimonino in Occidente di stretti rapporti intercorsi tra i centri di produzione vetraria e i monasteri, dove si inizia a far uso di vetro per le finestre abbaziali. Esigendo poi la chiesa una particolare oggettistica di culto (calici, urne, reliquiari) anticamente le arti plastiche furono esercitate quasi esclusivamente nei cenobi e, comunque, soprattutto a beneficio del clero, cosicché le officine vetrarie vennero spesso a gravitare attorno ad insediamenti monastici.

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Se i rari frammenti di documentazione pervenutici non forniscono per Altare indicazioni circa un’immigrazione di vetrai d’oltralpe, più in generale si può tuttavia osservare che l’importante azione economica svolta anticamente dal monachesimo anche attraverso la promozione di iniziative pre-industriali, non di rado si avvalse proprio dell’apporto di maestranze allogene. Va infatti considerato che lavorazioni complesse sul piano tecnico e organizzativo difficilmente avrebbero potuto svilupparsi senza il concorso di artigiani altamente specializzati, per cui, se la carenza documentaria non consente di suffragare quanto riferito in merito dalla tradizione altarese, un fondamento di carattere analogico è comunque rintracciabile nelle vicende storiche del lavoro monastico. Un’immigrazione di vetrai francesi ad Altare potrebbe poi bene inquadrarsi in quel contesto di grande mobilità sociale manifestatasi nell’Occidente europeo approssimativamente tra la metà dell’XI secolo e quella del XIII. Relativamente alla prima metà del XIII secolo si ha poi notizie di migrazioni di famiglie “vetrarie” francesi in Inghilterra, e nel 1226, vi giunge dalla Normandia un Laurence vitrearius cui vengono concessi terreni in donazione. Sulla base di quanto riportato, potremmo dunque ragionevolmente ipotizzare attorno alla metà del XII secolo l’insediamento ad Altare delle prime fornaci da vetro. Le fonti archivistiche sembrano avvalorare tale assunto: nel maggio 1178 un Petrus Vitrearius e nel dicembre 1179 un Nicola Vitrearius sono menzionati in un cartulario notarile savonese dell’epoca.

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Pur in assenza di indicazioni circa l’origine e lo specifico ruolo di questi vetrai, la loro presenza nell’area geografica savonese appare riconducibile alla presunta attività economica di Altare, che nella città costiera trova il suo naturale e più immediato sbocco commerciale. Per quell’epoca infatti non è dato disporre di elementi che attestino esperienze locali di arte vetraria in sede diversa da Altare, mentre le dimensioni dell’economia savonese paiono d’altro canto escludere una specifica commercializzazione di manufatti vitrei, se non provenienti da un’area circostante. Nella stessa Genova, da ben più cospicue fonti archivistiche, non risulti allora alcuna presenza vetraria. Nulla conosciamo in merito alla primitiva evoluzione di questa attività economica nel Savonese. È comunque interessante notare come nel frattempo vetri d’uso comune compaiano in inventari notarili locali, seppure sporadicamente, e di ciò sia riscontro nella documentazione materiale recentemente acquisita dalle indagini archeologiche. Le analisi chimiche effettuate nel 2011 dal dott. Simone Cagno presso il Centro Europeo di Archeometria dell’Università di Liegi su un campione di 15 reperti vitrei provenienti dagli scavi del Palazzo della Loggia (Fortezza Priamar) di Savona e relativi ad un arco temporale compreso tra l’XI ed il XV secolo, ne hanno evidenziato, per larga parte, un elevato contenuto di allumina dovuto ad utilizzo di sabbie locali. Una peculiarità significativa circa la provenienza dei reperti: il dato summenzionato che uno di tali frammenti sia ascrivibile ad epoca anteriore al XIII secolo viene infatti ad accreditare ulteriormente la datazione da noi assunta per l’origine dell’arte vetraria altarese.

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L’ubicazione geografica del borgo in una zona rurale ad alta densità boschiva, la presenza di formazioni di quarzite e la vicinanza di sbocchi portuali erano tutte condizioni favorevoli all’esercizio di un’attività vetraria che, dalla seconda metà del ‘200, conoscerà progressivi sviluppi[9]attirando un considerevole afflusso d’immigrazione artigiana dal Genovesato, dalla Toscana e, secondo tradizione, anche da Venezia. Ciò viene a comportare per i maestri altaresi l’acquisizione di nuove tecnologie di lavoro e un eclettismo espositivo che, nei secoli successivi, permetterà loro d’esportare lo stile italiano in tutto l’Occidente europeo. Tale dilatazione di rapporti lavorativi non potrà che determinare per la comunità artigiana uno straordinario arricchimento del proprio bagaglio culturale e tecnologico. Appunto nel corso del ‘400 si ha notizia delle prime esperienze produttive attuate fuori dal territorio ligure. Alla dinamica espansiva dell’arte altarese sovrintende un’organizzazione attraverso precisi ordinamenti statutari. La più antica attestazione circa l’esistenza di una corporazione (detta Università dell’arte vitrea) risale al 1445,allorché si rende necessaria una regolamentazione organica in forma scritta dell’attività vetraria e dei rapporti che vanno evolvendosi internamente a questo mondo e nei confronti del mercato. La prima redazione pervenutaci data 15 febbraio 1495. La corporazione era presieduta da sei consoli eletti ogni anno il giorno di Natale, cui si conferiva la piena potestà di organizzare l’attività vetraria e di stabilire i tempi delle lavorazioni. Rientravano fra questi compiti la disciplina delle migrazioni temporanee che avvenivano dietro pagamento di determinate contribuzioni da parte del datore di lavoro e degli artieri ingaggiati.

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Sempre al Consolato dell’Arte spettava la formazione delle maestranze da inviare nelle località prescelte, il che dava luogo a un solenne cerimoniale in cui le squadre di artieri designate si impegnavano con giuramento a ritornare in patria entro la festività di San Giovanni Battista. I registri dell’Università annotavano le autorizzazioni accordate alle maestranze in procinto di espatriare, la loro composizione e in quali località fossero state richieste. Qui i nuclei di Altaresi, formando chiuse comunità, mantenevano vivi i legami con la terra di origine attraverso l’osservanza e la pratica delle loro tradizioni e abitudini di vita. Il rispetto delle norme statutarie da parte dei vetrai era infatti garantito anche dai forti vincoli di mutua solidarietà rinsaldati da comuni usanze perpetuatesi nei secoli: a un maestro delegato a rappresentare la corporazione spettava la riscossione dei tributi richiesti agli imprenditori per avvalersi delle prestazioni di una squadra di artieri, così come eventuali inadempienze contrattuali sorte tra maestranze e datori di lavoro venivano esclusivamente regolate dai capitoli dell’Arte. La normativa statutaria garantisce attorno al Consolato quell’unità fra tutti gli esercenti che probabilmente consente loro di eliminare la concorrenzialità attraverso reciproche convenzioni circa le rispettive quote di produzione e i relativi prezzi da imporre al mercato. I maestri di Altare – più liberi negli spostamenti rispetto ai Muranesi – si fecero divulgatori in Europa di uno stile ispirato agli innovativi moduli veneziani. Con la cosiddetta façon de Venise l’esperienza vetraria occidentale, riflettendo gli orientamenti culturali dell’epoca, abbandona infatti finalità funzionali per tendere a concezioni plastiche che privilegiano la pura creazione.

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Ad Altare, come a Murano, un irreversibile processo di declino dell’industria vetraria, avviatosi dal ‘600, si accentuerà con l’abolizione generalizzata delle corporazioni di mestiere (fine XVIII – prima metà XIX secolo). Contestualmente anche l’antica Università dell’arte vitrea fu pertanto soppressa nel giugno 1823 da Carlo Felice. Ne conseguì un massiccio esodo di artieri verso l’America Latina e in Italia dove – con i suoi insediamenti produttivi – verrà a costituire la primitiva ossatura dell’industria vetraria nazionale. Il sentimento di solidarietà fra i maestri altaresi non venne meno tuttavia e condurrà nel dicembre 1856 alla fondazione della Società artistico vetraria,(S.A.V.) prima cooperativa di produzione industriale italiana. Il suo andamento economico soltanto in epoca contemporanea conoscerà un progressivo deterioramento causa problemi di natura finanziaria e strutturale che condizioneranno l’attività dell’azienda sino a determinarne la cessazione (aprile 1978). Per la storia del vetro altarese questa data non ne segna comunque la conclusione. Nel 1982 si costituiva l’Istituto per lo studio del vetro e dell’arte vetraria (I.S.V.A.V.) con il precipuo scopo di recuperare il ricco patrimonio artistico-culturale della tradizione vetraria di Altare e porre le premesse per il rilancio dell’attività artigiana nei suoi aspetti più tradizionali. Si inquadra appunto in tale progettualità l’acquisizione, da parte dell’I.S.V.A.V., della collezione di vetri già appartenuta alla Società Artistico-Vetraria, ora patrimonio costitutivo del Museo del Vetro di Altare, dal 2004 degnamente allocato presso Villa Rosa, prestigiosa residenza privata del primo ‘900 – in stile liberty – acquistata nel 1992 dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali.

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Linda Siri, curatrice del Museo, così tratteggia il positivo evolversi di tali vicende: «Nel 1995 cominciarono finalmente i tanto attesi lavori di restauro di Villa Rosa, che venne subito individuata come unica sede in Altare degna di ospitare il prezioso patrimonio della sua storia vetraria. Nel 2004 Villa Rosa apre le porte: le ristrutturazioni l’hanno riportata all’antico splendore. All’interno di uno spazio finalmente adeguato alle proporzioni della collezione, l’I.S.V.A.V. ha la possibilità di riorganizzare le opere in vetro in sezioni divise per artista, tematiche o scopi d’uso e riesce anche ad istituire [una] biblioteca specializzata.[…] Oltre alle bellissime e capienti sale interne, viene immediatamente sfruttata la presenza dei giardini di Villa Rosa, nei quali si individua il luogo ideale per ricreare una “piazza” di maestri vetrai come quelle presenti nella S.A.V.. Viene infatti ritagliato un ampio spazio dove trovano posto un forno per la fusione del vetro, gli antichi strumenti che utilizzavano i maestri vetrai e le tempere necessarie per la cottura degli oggetti soffiati.[…] Negli ultimi anni l’area è stata arricchita con l’aggiunta di un secondo forno che dà modo di differenziare e aumentare la lavorazione del vetro».

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La fiaba è terminata….Se l’articolo è un po’ lungo, mi scuso con i lettori, ma credo sia stato interessante darvi in pasto qualche notizia storica su quest’arte vetraria ligure. Non mi stupisco più di nulla in Italia: bistrattata dai potenti di turno, pare veramente che i cittadini se ne siano “fregati” (mi scuso del termine) di chi stava sulle poltrone a gestire la cosa pubblica… Resta il mistero di questo incredibile paese, dove non è possibile immaginare luogo o regione che non abbia al suo interno una storia da raccontare e da leggere. L’arte di vivere in Italia è stata sempre accompagnata dal gusto di vivere. Tra cibo e arte, gli italiani hanno dato sempre prova di essere i primi della classe. Del vetro, appunto, si parla sempre per quel di Murano, ci è parso giusto quindi spostare la nostra attenzione da altra parte.

PROVERBI ITALIANI - 1) A buon cavalier non manca lancia. - 2) A buon cavallo non manca sella. - 3) A buon intenditor poche parole. - 4) A caval donato non si guarda in bocca. - 5) A chi batte forte, si apron le porte. 6) A chi non vuol far fatiche, il terreno produce ortiche. - 7) A chi troppo e a chi niente. - 8) A chi ti porge un dito non prendere la mano. - 9) A goccia a goccia si scava la pietra- 10) A gran salita, gran discesa. -