#209 - 20 gennaio 2018
AMICI ANIMALI - Vivisezione: Nessuno scopo è così alto da giustificare metodi così indegni (A. Einstein) - Grandezza morale e progresso di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali (Gandhi) - La compassione e l'empatia per il più piccolo degli animali è una delle più nobili virtù che un uomo possa avere (C. Darwin) - Fintanto che l'uomo continuerà a massacrare gli animali non conoscerà ne salute, ne pace (Pitagora) - Tra tutti gli animali l'uomo è il più crudele. E' l'unico ad infliggere dolore per il piacere di farlo (M Twain) - A forza di sterminare animali si è capito che anche sopprimere uomini non richiedeva grande sforzo ( E.da Rotterdam) . -
Racconto

La città della luna

Parte seconda

di Ruggero Scarponi

Forse avrei dovuto parlare con il Preside. Ma qui c’era materia da squadra mobile. Andare alla polizia sarebbe stato sensato ma temevo che a una lettura fredda e distaccata sarebbe emersa in tutta evidenza la gigantesca panzana. L’idea di farmi ridere dietro dagli agenti e di essere scambiato per un ingenuo che si fa menare per il naso dalla scolaresca, di quei professori, insomma, che girano con i pesci d’aprile appesi alla giacca, non mi garbava per nulla.

  • Stanotte ci dormo sopra e domani, calmo e riposato mi rileggo tutto. Dopo prenderò una decisione.
    Così pensai di fare. Ma naturalmente la notte fu tutt’altro che tranquilla. A un certo punto non potendone più accesi la luce.
  • Debbo andare – mi dissi risoluto – altrimenti non riuscirò a venirne fuori.
    Mi alzai in preda a un’ eccitazione nervosa. Mi rivestii alla meglio. Infilai i piedi in due scarpe diverse e indossai la camicia al contrario. Era già molto tardi, mezzanotte passata e faceva freddo di fuori. Indossai un vecchio cappotto, liso e in parte sdrucito. Sarebbe andato benissimo per i luoghi che intendevo visitare. Non presi l’auto, ma una vecchia bicicletta che avevo in cantina. Così mi lasciai scivolare nel buio della notte. Provai un brivido di piacere anziché di freddo appena fui investito da una folata di vento che mi gelò la saliva sulle labbra e le mani attaccate al manubrio.
    Sentivo un irresponsabile desiderio di diventare anch’io parte di quella notte.
    Rimuginavo storie lette in tanti romanzi mentre pedalavo faticosamente. Volevo raggiungere il quartiere periferico che immaginavo fosse il teatro delle vicende narrate dal misterioso autore. Per raggiungerlo avrei dovuto fare un mucchio di strada. Lunghi viali illuminati da pochi fanali.
    a ridosso di casupole vecchie e fatiscenti, ricovero di barboni e prostitute.
    E poi attraversare deserti ponticelli sopra gorgoglianti canali da cui saliva una nebbia gelida e fumosa. Eppure più avanzavo e più m’immergevo nella città oscura più sentivo liberarsi in me strane energie, come una nera euforia. Avevo gli occhi accesi dall’aria frizzante e la bocca semi aperta, quasi ghignante con i denti esposti all’aria. Percorsi una strada buia, deserta, tra due alte file di capannoni. Doveva essere un vecchio quartiere industriale. L’unico rumore era dato dal cigolio della mia bici o da qualche schermaglia tra gatti randagi. Oppure dai cancelli metallici delle fabbriche mal chiusi da vecchi catenacci che ondeggiavano nella notte con rumori sinistri come pure faceva il vento che s’insinuava rabbioso tra i vetri rotti delle finestre dentro oscuri stanzoni vuoti. Mi fermai per riprendere fiato. Ero tutto sudato. Un’ombra furtiva scivolò dentro un edificio, un’altra attraversò repentina la strada, davanti a me. Feci per parlare, per chiamare, ma la nebbia l’aveva già inghiottita. Era il regno della notte. Proruppi in una risata sgangherata. L’eco risuonò inquietante tra i muri della strada abbandonata. Ma mi piaceva. Le tenebre mi attraevano e io vi andavo incontro con gioia.
    Ripresi la strada. Giunsi al limitare di un vasto terreno incolto. In lontananza scorgevo le luci di una strada. Era lontano, tanto lontano, quasi un altro pianeta. Ma intorno a me pesava una tensione nuova.
    Mi sentii toccare un braccio. Mi voltai calmo, non avevo nessuna paura. Era una ragazza. Non riuscivo a immaginare da dove fosse sbucata. La guardai con occhi di fuoco, pieni di desiderio. Era giovane, graziosa, una prostituta.
  • Un po’ di compagnia signore? – mi chiese, sommessa, con gli occhi quasi spenti, assenti.
    Era drogata e faticava a stare in piedi. La scostai con violenza e feci per andarmene.
  • Un po’ di compagnia…- implorò.
    Allora mi fermai. Ebbi un pensiero improvviso. Ritornai sui miei passi e come una furia l’afferrai per le spalle. La trascinai sul prato e le usai violenza. Dopo mi rialzai alla svelta lasciando la poveretta nell’erba bagnata e me ne andai sulla bicicletta allontanandomi rapido. Rientrai a casa verso l’alba. Ero letteralmente sfatto, spossato. Eppure felice, di una felicità ferina, animalesca. Mi sentivo rinnovato in un corpo nuovo, vivo. Dormii si e no due ore prima di alzarmi di nuovo per andare a scuola. Una volta in classe detti ai ragazzi un compito. Dissi loro di elaborare un componimento a piacere. Era solo una scusa per aver modo di osservarli. Volevo scoprire se l’ignoto autore fosse tra loro. Cominciai a scrutare discretamente il viso di ognuno. Lo sguardo i tratti caratteristici le imperfezioni, quasi fossero segni distintivi, qualsiasi cosa potesse condurmi sulle tracce del misterioso autore. Poi cominciai a passeggiare tra i banchi spiando le scritture di ognuno. Pensavo di cogliere il clandestino almeno al confronto calligrafico. Niente da fare.
  • Non deve essere della classe – mi dissi. In questo caso mi sarà praticamente impossibile scoprirlo.
    Decisi di rivolgermi quel pomeriggio stesso a un mio caro amico avvocato. Gli avrei raccontato tutto e mi sarei fatto consigliare. Dopo l’uscita da scuola presi un rapido break in una caffetteria e subito mi diressi al quartiere degli avvocati. Ma non avevo fatto che pochi passi che m’imbattei in un ragazzino che vendeva giornali. Stava strillando i titoli principali di cronaca. Ebbi una specie di mancamento quando appresi che in un prato di periferia una giovane prostituta era stata violentata e uccisa da un ignoto cliente. Tornai rapidamente a casa. Mi spogliai e mi buttai sotto la doccia.
  • Io! – Urlai sotto il getto dell’acqua bollente – Io! Sono stato io! Non è possibile- piagnucolai - sono vittima di un incantesimo, di un inganno!
    Con un pugno rabbioso abbattei la porta scorrevole della doccia. Mi precipitai fuori barcollando. Nudo e grondante d’acqua. M’imbattei in uno specchio. Dapprima provai orrore alla vista. Poi invece mi scese una calma improvvisa. Mi distesi. Sentii un’ondata di calore percorrermi il corpo. Ero compiaciuto del mio fisico. Atletico, virile, scattante. Cominciai a sorridere e poi a ridere fragorosamente.
    Finii di prepararmi. Mi vestii con un abito elegante e scesi al bar, dove ero solito intrattenermi con gli amici. Mi sentivo forte e sicuro di me. Nel locale sedetti al solito tavolo. Ordinai un caffè e mi feci portare il giornale. Si dava ampio risalto al caso della prostituta uccisa. La giovane però non era morta subito e prima di soccombere era riuscita a raccontare l’aggressione. Mi aveva descritto con una precisione che mi sorprese, viste le condizioni in cui si era svolto il fatto. L’avevo aggredita in un luogo quasi completamente buio, in mezzo alla nebbia fitta e per di più la ragazza era in evidente stato allucinatorio per via degli stupefacenti che doveva aver assunto in dosi massicce.
    Ripensai agli ultimi avvenimenti.
    Davanti ai miei occhi scorrevano le immagini della città notturna. Come se d’improvviso la città che ben conoscevo e praticavo di giorno, mi svelasse la sua anima più vera e inquietante. Il ragazzo con una precisione fotografica mi aveva presentato i grandi attori tragici che popolavano le nostre inconsapevoli notti da benpensanti. Forse il suo messaggio era…
    Ma forse no. Comunque…
    Mi ridestai agitato. Mi ero addormentato davanti a tutti quei compiti da correggere. Preso da un’ansia selvaggia cominciai a cercare tra i temi quello che avevo sognato. Nulla, era stato solo un sogno. Mi accasciai sfinito sulla poltrona.
  • Meno male…- mormorai tra me – è stato tutto talmente realistico… un incubo.
    Mi versai dell’acqua in un bicchiere, per calmarmi e nel mentre che compivo il gesto mi sembrò di scorgere sul fondo della caraffa il viso grinzoso di una cartomante. Il tempo di un click. Il tempo di vedere il suo ghigno e la sua faccia prima di sparire tra una risata e un ammiccamento d’intesa.
PROVERBI ITALIANI - 1) A buon cavalier non manca lancia. - 2) A buon cavallo non manca sella. - 3) A buon intenditor poche parole. - 4) A caval donato non si guarda in bocca. - 5) A chi batte forte, si apron le porte. 6) A chi non vuol far fatiche, il terreno produce ortiche. - 7) A chi troppo e a chi niente. - 8) A chi ti porge un dito non prendere la mano. - 9) A goccia a goccia si scava la pietra- 10) A gran salita, gran discesa. -