#205 - 4 novembre 2017
AAAAA - Cari amici lettori, questo numero 206 del giornale resterà in rete fino alla mezzanotte del giorno 1 dicembre per lasciare subito posto al numero 207. Ci scusiamo con i lettori per le difficoltà tecniche che abbiamo nel mettere in rete l'editoriale in voce e per alcuni articoli non recepiti dall'impaginazione automatica del giornale. Contiamo comunque di inserirli in corsa. BUONA LETTURA A TUTTI.
Racconto

L'oftalmico

Parte prima

di Ruggero Scarponi

Se dicessi che il gusto è il più importante tra tutti i sensi, forse, raccoglierei il plauso di qualche gourmet che fa della buona tavola la propria ragione di vita.
Se dicessi la stessa cosa del tatto, è possibile, che mi troverei d’accordo con qualche focoso amatore, sempre in estasi al contatto di una pelle liscia e morbida.
Dell’udito, son sicuro, che ne avrei l’approvazione da parte di musicisti e musicofili.
Con l’odorato, poi, non mancherebbero certi raffinati esteti inebriati da conturbanti profumi.
Ma è con la vista, non ho dubbi, che metterei d’accordo la stragrande maggioranza delle persone.
La vista è il dono più grande, chi può affermare il contrario?
Dove lavoro io, poi, i problemi visivi sono all’ordine del giorno e so bene con quale ansia sono vissuti da uomini e donne di tutte le età. Lavorare all’ospedale oftalmico mi ha messo in contatto con tante patologie che minacciano questo nostro inestimabile bene.
E cosa succede se un giorno si presenta qualcuno che invece di vederci poco, ci vede troppo?
Vederci poco, pochissimo, affatto, è cosa quanto mai contemplata.
All’università, facoltà di medicina, specializzazione in oculistica, ogni anno frotte di studenti vengono preparati e avviati a risolvere tali annosi problemi.
A nessuno di loro, però, sarà chiesto di fare qualcosa per quella parte di umanità che ci vede troppo bene. E questo perché per quanto incredibile possa sembrare, nessuno, nessuno al mondo ci vede veramente troppo bene.
Toccò alla dottoressa Silvia farne esperienza, per quanto se ne sappia, per la prima volta, in tutta la storia della medicina.
Me ne parlò una mattina, si confidava spesso con me, essendo amici fin dai tempi del liceo.
Mi venne a trovare in ufficio, in amministrazione, dove ero stato assunto come contabile.
Ciao, mi disse, hai un minuto per un caffé?
Certo, risposi, e subito lasciai la scrivania per seguirla fino al piano terra dove si trovava il bar interno.
A quell’ora il locale era pieno di gente, medici, pazienti e parenti in visita..
Riuscimmo, da esperti utenti, a conquistare un piccolo spazio sul bancone e dopo un ragionevole tempo fummo serviti.
Silvia, prima di parlare sorseggiò lentamente il caffé. Non mi guardava in viso e teneva gli occhi bassi a terra in atteggiamento meditativo. Sembrava voler raccogliere i suoi pensieri per fare chiarezza. Poi cominciò.
Stamattina è venuto in ambulatorio un tale, un uomo sulla quarantina, si è qualificato come agente di commercio.
Ha preso il numeretto e ha atteso, tranquillo, di essere chiamato.
Era già venuto un paio di volte nei mesi scorsi, per un controllo di routine, diceva.
Non aveva nessun problema particolare e pensai che fosse un po’ ipocondriaco, bisognoso di rassicurazioni sul suo stato di salute.
Stamattina, però, quando è arrivato il suo turno è entrato nel mio gabinetto e senza tanti preamboli mi ha detto che non era lì per una visita. Il motivo che l’aveva spinto a venire era che si è innamorato di me e desiderava chiedermi di sposarlo. Ha detto di avermi notata tempo fa da qualche parte, non ho ben capito e che è rimasto colpito dalla mia persona.
Parlava rapido ma con il tono pacato di chi è sicuro di ottenere ciò che vuole.
Di tanto in tanto m’indirizzava degli sguardi che mi hanno messa profondamente a disagio.
Era molto attraente. Anzi, devo confessare che in vita mia non ho mai provato un’emozione simile con un uomo. Tanto che non sono stata in grado di reagire. Di norma, un tipo simile, l’avrei messo alla porta alle prime battute e invece sono rimasta inerte. Ho ascoltato tutto il suo discorso come ipnotizzata. Alla fine mi ha detto che non c’era bisogno che decidessi subito. Mi avrebbe atteso l’indomani, al caffé, per la pausa pranzo.
Mi disse che non aveva dubbi sulla mia risposta ma desiderava che fossi consapevole e non precipitosa.
Poi mi ha preso una mano e me l’ha baciata e quando si è alzato per andarsene si è girato e con fare disinvolto ha letto ad alta voce a non meno di cinque metri di distanza tutto un brano in caratteri corpo 8 di una locandina appesa dietro la mia scrivania.
A quel punto è come se mi fossi risvegliata da un incantesimo.
Ho detto che non lo conoscevo, che le sole cose che sapevo di lui erano nella sua scheda paziente e se pensava d’impressionarmi con quel giochetto di leggere a distanza un brano in caratteri piccolissimi si sbagliava di grosso e che il giorno dopo non si doveva scomodare ad aspettarmi al caffé che avrei pranzato come d’abitudine con i miei colleghi in sala mensa. E ora avrebbe fatto bene ad andarsene, dal momento che non doveva sottoporsi a visita, che di certo qualche altro paziente era in attesa.
Silvia si arrestò al termine del racconto e dopo una breve pausa mi chiese, tu che ne pensi? Secondo te uno così, può essere pericoloso? Sai al giorno d’oggi se ne sentono tante…E un po’ d’inquietudine me l’ha messa addosso.
Mentre parlava, notai che era davvero turbata dall’episodio. Lo capivo dal tremore delle mani che non riusciva a dominare e dal respiro lievemente affannoso.
Finora, risposi, non ha commesso nulla di grave. Venire in ambulatorio a farti una proposta di matrimonio non sarà regolare, ma non credo sia nemmeno un reato.
E tu, piuttosto, da cosa sei stata turbata, dal suo modo di corteggiarti o dalla sua vista a dir poco inconsueta.
Silvia restò pensierosa e dopo averci riflettuto rispose, dalla sua vista, credo.
Ci ho pensato, sai, fin da quando l’ho mandato via.
Come ha fatto a leggere a distanza un brano in caratteri tanto piccoli?
Un trucchetto?Azzardai, per far colpo su di te, che sei oculista?
Un trucchetto, va bene, ma come? Io sono sicura che non si è mai avvicinato alla locandina, in modo da poterne imparare a memoria il testo.
Potrebbe aver visto quella locandina altrove…dissi, cercando di trovare una spiegazione.
Impossibile! Questo è impossibile, disse con sicurezza Silvia. Quella nel mio gabinetto è l’unica affissa e di questo sono sicura perché l’ho preparata io stessa al computer e doveva servire come modello prima di stampare le altre copie.
Dunque, dissi, il tizio possiede davvero una vista d’aquila?
Anche questo è impossibile, disse subito Silvia. L’occhio umano ha dei limiti e per vedere a distanza un testo in caratteri corpo “8” ci vorrebbe ben più di quanto ci ha fornito la natura.
E’ possibile che avesse delle lenti speciali?
Ma no, certe cose esistono solo nei film di fantascienza.
E quindi, tu che sei l’esperta, che idea ti sei fatta?
E’ questo che mi sta facendo arrovellare. Non riesco a trovare una spiegazione convincente.
Non potresti parlarne con Agresti, il tuo professore d’università? Magari con la sua esperienza…
Sono un po’ restia, rispose Silvia, non vorrei passare per una sciocca che si fa gabbare da un burlone.
E allora, conclusi, forse la cosa migliore è lasciare le cose come stanno. Tanto non sei mica obbligata a rispondere al tizio.
Già, rispose assorta, Silvia, non sono per niente obbligata. (Segue)

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