#193 - 13 maggio 2017
***AAAAA ATTENZIONE - Cari lettori molti redattori sono ancora in vacanza e il giornale di conseguenza esce al rallentatore... Questo numero resterà in rete fino a venerdì 18 agosto, quando alla mezzanotte cederà il posto al n° 199. BUON FERRAGOSTO E BUONA LETTURA TUTTI.***
Racconto

Una giornata di pioggia

di Ruggero Scarponi

Pioggia. Pioggia. Pioggia. Non fa che piovere.
Da dieci minuti sono bloccato in macchina a causa di un incolonnamento di cui non si riesce a percepire la causa. Sarà per un incidente. Oppure per lavori in corso? Con questa maledetta pioggia, fine e fitta, non si riesce a vedere più in là del cofano della macchina. Ora sembra che qualcosa si stia muovendo. Avanziamo a passo d’uomo. La pioggia continua a scrosciare incessante. E’ sicuro che stamattina farò tardi al lavoro, accidenti.
La fila si blocca di nuovo. Riesco a scorgere un piccolo assembramento di persone, più avanti.
Sono dei vigili urbani credo. Che diavolo sarà successo? Ah! Adesso vedo. E’ un auto in panne che blocca la carreggiata, proprio in un tratto in cui questa si restringe. Ecco il motivo dell’incolonnamento. Il traffico procede a senso alternato. I vigili urbani hanno aiutato l’automobilista in difficoltà a rimuovere l’auto e a porla in sosta in modo da non intralciare il transito delle macchine. Tutto sotto la pioggia.

Rimosso il blocco procediamo più veloci. Ma la mattina è cominciata storta. Al lavoro mi faranno un sacco di storie per questo ritardo. Mentre supero l’auto in panne faccio in tempo a scorgere lo sfortunato che è rimasto a piedi. Per la verità è una sfortunata, una donna. Anzi due, una donna e una bambina. Sono zuppe di pioggia. Sotto l’acqua la donna sta cercando di farsi dare qualche indicazione dai vigili. Non ha l’ombrello. Una vigilessa ne ha aperto uno, piccolo, da borsetta e ci sta facendo riparare la bambina.
D’istinto mi accosto e abbassato il finestrino, domando - posso essere utile?- E subito mi pento. Accidenti, sono in ritardo al lavoro e mi metto pure a perder tempo con degli sconosciuti.
Una delle vigilesse mi da una bella squadrata prima di parlare:

  • Mi favorisce i documenti, per favore?
    Resto un momento perplesso, poi ubbidisco alla richiesta.
    L’agente effettua un rapido controllo e mi restituisce patente e libretto.
  • La signora, deve raggiungere la fermata della metro – dice - un chilometro più avanti, può accompagnarla lei?
  • Vado da quella parte – rispondo - lavoro, alla***.
  • Un momento - replica la vigilessa. Parla con la donna e dopo un breve conciliabolo, si consulta con una collega. Un cenno d’intesa. Un sorriso e una carezza alla bambina e poi me le affida.
  • Alla fermata metro – ripete - un chilometro più avanti.
    Faccio scattare le cerniere dell’auto. La donna sale a fianco a me e la bambina dietro.
    Grondano acqua da tutte le parti.
  • Scusi tanto - dice la donna, che deve essere la mamma della bambina - Le stiamo allagando l’auto.
  • S’immagini – rispondo - sono cose che succedono.
  • Guasto al motore? - Aggiungo, così, tanto per dire qualcosa.
  • L’impianto elettrico - ribatte la donna - quando piove…La macchina è vecchiotta - sente il dovere di giustificare.
  • Vecchiotta? - S’intromette la figlia - è un rottame. Papà dovrebbe ricomprarcene un’altra.
    Papà dovrebbe. Papà dovrebbe. Una famiglia di separati, rifletto. Solo ora mi accorgo che la mamma è una signora bionda, sui quarant’anni. Alta, asciutta, dal viso angoloso, vagamente mascolino. Ha però degli occhi chiari, molto belli. La figlia, invece, è piuttosto scura di carnagione, con un visetto vispo e furbetto, contornato da una massa di capelli ondulati, quasi ricci.
    Il papà, di sicuro, è di origine mediorientale o africana.
  • Miriam! - Interviene la donna.
  • E va bè, che ho detto?- Si difende la bambina.
    Io assisto imperterrito al breve battibecco come fossi interessato esclusivamente alla corrente di traffico che di nuovo sta rallentando. Mentre continua a piovere.
    Siamo di nuovo fermi.
  • Mamma, mi sa che stamattina, non faccio più in tempo ad andare a scuola.
    La bambina ha parlato con quel tono tipico dei bambini che da una parte mostrano rammarico per non poter assolvere a un dovere, ma sotto sotto non riescono a nascondere il desiderio di eluderlo e parlarne serve solo ad esplorare l’intenzione degli adulti.
    La mamma guarda nervosamente l’orologio, si agita sul sedile, sporgendosi di qua e di là nel tentativo di scorgere il motivo che ci sta bloccando.
    I finestrini laterali si sono completamente appannati e la pioggia forma una sorta di densa cortina liquida che impedisce la visuale e ci costringe a restare chiusi nell’abitacolo, come se fossimo all’interno di un’astronave, in un viaggio senza meta, nello spazio sconfinato.
  • Purtroppo - dico per tentare di avviare un minimo di conversazione che allenti l’imbarazzo di quella coabitazione fortuita tra sconosciuti - purtroppo siamo incolonnati in un tratto sprovvisto di svincoli e non posso neanche tentare una via alternativa.
    Mi rendo conto che ho parlato scioccamente, quasi dovessi giustificarmi, io, della pioggia, del traffico e del fatto che non riuscirò, probabilmente, a raggiungere la fermata metro in tempo utile perché la bambina non faccia tardi a scuola.
    La mamma smette di agitarsi sul sedile e si volta verso di me.
    Delle goccioline di pioggia continuano a scenderle dai capelli, sulla fronte e si fermano sulle sopracciglia. Altre gocce le scorrono sugli zigomi e sulle guance dando quasi l’impressione che stia piangendo.
  • Ci mancherebbe – dice - non è mica colpa sua questo caos, anzi se non fosse stato per lei che ha avuto la gentilezza di fermarsi, staremmo ancora sotto la pioggia ad aspettare l’autobus.
    La verità è che viviamo in una città infernale se bastano due gocce d’acqua a provocare tutto questo.
    La bambina ha smesso di trafficare con l’mp3, e si è sporta in avanti per prendere parte anche lei alla conversazione. - Tu dove lavori? - Chiede all’improvviso.
  • Miriam! - La riprende la mamma - che modi sono questi?
    E poi rivolta nuovamente a me - la scusi, sa, è una bambina molto esuberante e non è facile tenerla a freno.
  • Che classe frequenta a scuola? - ribatto sorridente per mostrare che non sono rimasto infastidito dall’invadenza della bambina.
  • Ho undici anni e frequento la quinta elementare, alla scuola Alessandro Manzoni - si sbriga a rispondere prima che lo faccia la mamma per suo conto. E’ una bambina sveglia, rifletto, indipendente e già si capisce che non vede l’ora di prendere in mano la sua vita. Ha un bel viso, un po’ sfrontato, persino, ma molto simpatico e non faccio fatica a pensare che appena un poco più grande darà non pochi grattacapi a sua mamma. Sorrido. La mamma mi guarda con un’ espressione di rassegnata sopportazione. Scuote un poco la testa e di nuovo tenta di decifrare il motivo di quel blocco prolungato. Un raggio di sole c’investe d’improvviso. La luce sciabola l’aria velata di acqua. Spingo il pulsante per azionare l’aria condizionata e liberare i finestrini dalla condensa.
    Subito ci appare il mondo circostante. E’ come risvegliarsi da un sogno.
    La donna si volge verso di me. - Sembra che abbia smesso di piovere – dice - se andiamo a piedi forse facciamo in tempo…- Ma questa frase l’ha rivolta alla figlia che la ricambia con uno sguardo deluso e annoiato.
  • Ma poi se riprende a piovere?
  • Su, su, - taglia corto la mamma - se ci sbrighiamo possiamo farcela.
    Un breve ringraziamento ed è fuori dall’auto in un’atmosfera quasi irreale in cui sole e pioggia sembrano in competizione per il possesso di questa parte di mondo.
    La bambina raccoglie le sue cose, lo zaino, l’mp3 e sta per scendere, quando d’improvviso si ferma, mi getta le braccia al collo e mi schiocca un bacio sulla guancia.
  • Grazie! - declama farsesca - grazie mio salvatore!- E subito, agile e svelta si slancia fuori dalla macchina per raggiungere la mamma.
    Rido di gusto. Solo i bambini, penso, sanno essere così spontanei e ironici al contempo.
    La fila delle auto è ancora ferma e io vedo le due donne allontanarsi finché Miriam, ancora una volta, con una torsione spericolata si volta e mi saluta con la mano.
    E’ davvero graziosa così simpatica e impertinente.
    E io rimango a domandarmi di come sia possibile che una conoscenza breve e fortuita possa aver lasciato dentro di me un vuoto. Dentro di me che, invece, avrei dovuto essere preoccupato per l’inevitabile rimprovero che riceverò in ufficio, a causa del ritardo. Eppure, non posso fare a meno di continuare a pensare, su quale sia il senso di questo incontro, senza capo ne coda, in una banalissima giornata di pioggia.
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