#190 - 14 aprile 2017
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Arte

Basilica Santa Maria in Montesanto
Chiesa degli artisti - Roma

Il miracolo sul precipizio

Nome e cognome, una performance di Gianni Dessì

di Anna Manna

La Fondazione Carla Fendi ha rinnovato l’appuntamento, ormai tradizionale tra gli artisti e la Sacra Liturgia, condividendo e sostenendo, come sempre, le splendide inizative che don Walter Insero propone nella Chiesa degli Artisti a Roma.

Il miracolo sul precipizio

Un “Nome e Cognome" di grandissimo rilievo si è presentato al pubblico numeroso e caloroso che di nuovo ha scaldato il magnifico scenario della Chiesa degli Artisti con partecipazione sentita e impegnata (visitabile fino al 4 giugno).

Gianni Dessì e la sua Opera, che si chiama proprio così “Nome e ognome“ autoritratto 2015, ha raccolto l’invito di don Walter proponendo una sintesi artistica di incredibile suggestione. Per tanti versi e con molti significati. Quasi un distillato , un’ambrosia che può ferire, atterrire, sconvolgere, predire, ed infine risollevare...portare alla resurrezione spirituale. Un autoritratto che assurge a ritratto universale dell’uomo moderno. Un “Ecce homo” di una potenza comunicativa spettacolare.
Ma la meraviglia di quest’opera è nel suo movimento, nella sua capacità discorsiva ed illustrativa che supera e oltrepassa l’emozione immediata, che pure è raggelante ed esaltante nello stesso tempo.

Con l’opera lo spettatore inizia un segreto dialogo, profondo, che scava e ferisce, che nutre , sazia e porta alla nuova vita. Non è un’opera statica che invita all’ammirazione ed alla contemplazione, non è soltanto la fruizione artistica che accade ed accascia.
Ecco è un Accadimento quasi teatrale, quasi gestuale, quasi urlante.
Dopo aver visto l’opera , c’è una “persistenza “ negli occhi e nell’anima di quell’immagine che diventa vivente, parlante, implorante e che diviene un urlo : “Attenti...il miracolo non è scontato, il miracolo è sul precipizio, potrebbe anche rompersi, frantumarsi, cadere, ferirci!” Ed il raggio della fede , che porta la Resurrezione , simboleggiato dal colore giallo sul viso dell’autoritratto non riesce a coprire tutta l’opera, lo colpisce ma non lo ricopre. E dove il colore non riesce ad armonizzare la pelle della scultura diventa altro , degrada in poltiglia. Questo urlo muto scava dentro il cuore e spinge all’azione benefica più di ogni altro consiglio o invito ad operare per il Bene.

L’umanità è sull’orlo di un precipizio e la salvezza ci attende , ci tende la mano ma non basta.
Il raggio salvifico che raggiunge i nostri visi, i nostri cuori, sembra non riuscire a salvarci se noi non ci volgiamo verso l’alto, se il viso resta imbrigliato in una posizione immanente.
L’emozione è stata molto forte ed ho avuto bisogno di una notte per fronteggiarla e riuscire a scrivere di questo incontro.
Ma da dove viene un coinvolgimento così profondo? Qual’è la struttura dell’opera?

Il miracolo sul precipizio

Così la descrive Gianni Dessì sul depliant ilustrativo dell’Evento : “ L’opera è un autoritratto sospeso a mezz’aria da sottili fili di nailon che sognano il vuoto del sotto della cupola come sottili linee di luce che partono concentrici dal centro della testa. La posizione sospesa mostra il vuoto del busto occupato solo da una sfera grossolana simile ad un batocchio di campana che rimanda al suono. In terra un ampio cerchio dipinto di giallo completa l’opera segnando la terra....L’idea di fragilità (ceramica raku) sospensione, sembiante, suono, elevazione....mi sembra parlino della concretezza dell’uomo, della sua fragilità ...”

E lo spettatore, il dialogante con l’opera, non capisce se i raggi partono dal cielo verso l’uomo per salvarlo o se l’uomo tende con la forza della sua fede e delle sue scelte alla dimensione celeste.
Il dubbio aleggia nell’opera fino alla comprensione del messaggio.
L’opera è un momento di attesa. Il silenzio è il vero protagonista dell’opera.
Il silenzio che azzittisce sia la dimensione terrestre - la campana ancora non suona sulla terra - sia la dimensione spirituale.
I raggi ancora non hanno operato il miracolo della salvezza.
L’Ecce homo è in bilico, da sempre , oggi come non mai.
Potrebbero rompersi , spezzarsi i raggi che, ad un certo punto per un gioco di luce dai finestroni della Basilica, sembrano scomparire.
E vedi nella scultura di Gianni Dessì la faccia dell’uomo in bilico, implorante, quasi un attimo prima di soccombere.
Poi , almeno così a me è parso, per un raggio più forte del tramonto romano, il giallo del colore sul viso di ceramica sembra uniformarsi, invadere tutta la faccia.
E’ un attimo, sembra sfiorare l’eterno, ma è un attimo!
Un millesimo di secondo in cui credi che veramente c’è stata la salvezza, quell’abbraccio tra l’umano ed il divino, ti illudi che i raggi della dimensione superiore abbiano varcato al soglia del nulla per ricomporre la Buona Novella. E’ un millesimo di secondo!
Un accadimento del cuore, della speranza, della mente, della psiche.

Il miracolo sul precipizio

Le ombre dolci della prima sera romana scendono sulla Basilica e di nuovo vedi i fili e capisci che il miracolo della Pasqua ancora non è arrivato.
Che il miracolo è in bilico sul mondo.
Che l’abbraccio deve avvenire per una nostra scelta, per un nostro preciso impegno, per un nostro aderire alla buona novella.
Il libero arbitrio non è una magia teatrale, non è un dono dall’alto, è un tendere insieme i fili della salvezza.
Anche l’uomo è protagonista della sua salvezza.
Deve impegnarsi nella direzione giusta del Bene e della Pace perchè avvenga il miracolo della salvezza.
Della Pasqua e della Resurrezione.

Ma il pomeriggio del 10 aprile 2017 Roma, la Chiesa degli Artisti, Gianni Dessì e la sua Arte così matura, così spessa, così sintetica , ci hanno donato una visione della Pasqua in un millesimo di secondo, nell’abbraccio naturale spontaneo degli elemeneti del cielo e della terra. Evocati con l’arte sublime, così carnale, così concreta eppure di una sintesi simbolica tutta mentale e psichica incredibile, di Gianni Dessì.
Di questo dubbio della salvezza , di questa angoscia del dubbio, di questa liberazione del dubbio attraverso l’Arte dobbiamo essere grati. Perché il dialogo tra l’Arte e la liturgia può essere veramente vivo, concreto, reale.

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