Vincenzo Cardarelli
Lo scaffale della poesia
di Angelo Zito
Il primo di maggio del 1887 nasceva a Corneto Tarquinia Vincenzo Cardarelli. Poeta. Maggio faceva pensare ad una vita ridente, splendente. tutt’altro fu il percorso della sua esistenza. Una madre persa anzi tempo, un padre distratto preso dal suo lavoro al buffet della stazione lo lasciarono custodito in varie case del paese. E crebbe solitario, vanamente alla ricerca di affetti da cui non ebbe in cambio quell’amore che ricordava della madre
Crudele addio
Ti conobbi crudele nel distacco.
Io ti vidi partire
come un soldato che va alla morte,
senza pietà per chi resta.
Non mi lasciasti nessuna speranza.
Non avevi, in quel punto,
la forza di guardarmi.
Poi più nulla di te, fuorché il tuo spettro,
assiduo compagno, il tuo silenzio
pauroso come un pozzo senza fondo.
E io m’illudo
che tu possa riamarmi.
E non fo che cercarti, non aspetto
che il tuo ritorno,
per vederti mutata, smemorata,
aver noia di me che oserò farti
qualche amoroso e inutile dispetto.
Visse a Roma dove collaborò con diversi giornali e fondò assieme a Bacchelli, Antonio Baldini e Emilio Cecchi. la rivista “La ronda” che per 4 anni lo tenne impegnato, forse il momento più stimolante del suo percorso. ma sua compagna fu la poesia alla quale affidò quella carica di umanità che gli ribolliva dentro. Il suo poetare è spesso avvicinato a Leopardi per quel lirismo intimo che è caratteristica delle sue opere che rafforzò però in lui quel senso di distacco dal mondo, quel suo prezioso e personalissimo piacere di vivere da solitario.
Alla deriva
La vita io l’ho castigata vivendola.
Fin dove il cuore mi resse
arditamente mi spinsi.
Ora la mia giornata non è più
che uno sterile avvicendarsi
di rovinose abitudini
e vorrei evadere dal nero cerchio.
Quando all’alba mi riduco,
un estro mi piglia, una smania
di non dormire.
E sogno partenze assurde,
liberazioni impossibili.
Oimè. Tutto il mio chiuso
e cocente rimorso
altro sfogo non ha
fuor che il sonno, se viene.
Invano, invano lotto
per possedere i giorni
che mi travolgono rumorosi.
Io annego nel tempo.
E per anni e anni è annegato nel tempo di una Roma distratta, seduto ai tavolini del Caffè Strega a
Via Veneto, sempre chiuso dentro il suo cappotto e il cappello, in ogni stagione dell’anno. Così io lo
ricordo quando andando a scuola nella seconda metà degli anni 50 passavo a corso d’Italia dove lui
sedeva al caffè Europa e mi guardava passare ogni mattina. Un incontro a distanza. Non sapevo che
fosse un poeta. Più tardi lo scoprii e rimasi affascinato dalla bellezza dei suoi versi.
Per tutta la vita visse appartato in condizioni economiche precarie, in camere d’affitto, morì a Roma
il 18 giugno 1959 nell’Ospedale Policlinico, solo e povero.
Morire sì
Morire sì,
non essere aggrediti dalla morte.
Morire persuasi
che un siffatto viaggio sia il migliore.
E in quell’ultimo istante essere allegri
come quando si contano i minuti
dell’orologio della stazione
e ognuno vale un secolo.
Poi che la morte è la sposa fedele
che subentra all’amante traditrice,
non vogliamo riceverla da intrusa,
né fuggire con lei.
Troppo volte partimmo
senza commiato!
Sul punto di varcare
in un attimo il tempo,
quando pur la memoria
di noi s’involerà,
lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,
concedici ancora un indugio.
L’immane passo non sia
precipitoso.
Al pensier della morte repentina
il sangue mi si gela.
Morte non mi ghermire
ma da lontano annùnciati
e da amica mi prendi
come l’estrema delle mie abitudini.