#335 - 9 settembre 2023
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Diario

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La realtà del vivere innalzata a poesia

Sylvia Plath

“In confronto a me, un albero è immortale,
la corolla di un fiore non alta, ma più sorprendente,
e a me manca la longevità dell’uno e l’audacia dell’altra...”

Sylvia Plath nasce a Boston il 27 ottobre del 1932 e la sua passione si manifesta precocemente: a soli otto anni pubblica la sua prima poesia. “La vita non vale la pena di essere vissuta se non la si può riportare in scrit¬tura”, scriverà nei suoi Diari, testimonianza essenziale per la comprensione della sua opera.
La sua biografia e la sua poetica sono intensamente intrecciate e ciò la rende una delle più importanti esponenti della poesia confessionale, genere sviluppatosi negli Stati Uniti tra gli anni Cinquanta e Sessanta, che ispirano la loro poesia al vissuto personale, “confessando” le sensazioni e i senti¬menti più intimi. Ed è proprio nei ricordi d’infanzia, nei turbamenti giova¬nili, nella gioia, nell’amore, nella maternità, nelle angosce esistenziali e nelle fragilità che Sylvia Plath imprime, nero su bianco, i suoi versi. La sua poe¬sia più alta ci è data proprio dal tentativo di ricercare, nella sua diffi¬cile esistenza, una perfezione stilistica e concettuale che si distacchi dall’esperienza stessa. Anche “morire è un’arte, come qualunque altra cosa”, scriverà in una delle sue più belle poesie.
La sua fama è intimamente legata alle circostanze della sua morte, che portarono alla creazione di un mito sul suo personaggio, permettendo la scoperta del suo lavoro e garantendole riconoscimenti letterari postumi: nel 1982, quindi a quasi venti anni dal suo suicidio, vinse il premio Pulit¬zer per la raccolta Tutte le poesie. Infatti l’11 febbraio del 1963 Sylvia Plath intorno alle 4.30 del mattino, dopo aver preparato la colazione per i suoi due bambini ed essersi assicurata che la loro camera fosse arieggiata, aveva sigillato la cucina e aveva messo la testa nel forno a gas.
Sylvia Plath non è solo “l’artista maledetta”, è una donna che af¬fronta con onestà e crudezza la vita, riportando la realtà della vita stessa in versi carichi di forza e lucidità.

Sylvia PlathSylvia Plath

Specchio

Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero,
l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
Facce e buio ci separano ripetutamente.
Ora sono un lago. Una donna si china su di me,
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce tremendo.

   *1961 (I capolavori di Sylvia Plath, Mondadori, 2004)*   

Sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con la radice nel suolo
che succhia minerali e amore materno
per poter brillare di foglie ogni marzo,
e nemmeno sono la bella di un’aiola
che attira la sua parte di Ooh, dipinta di colori stupendi,
ignara di dover presto sfiorire.
In confronto a me, un albero è immortale,
la corolla di un fiore non alta, ma più sorprendente,
e a me manca la longevità dell’uno e l’audacia dell’altra.
Questa notte, sotto l’infinitesima luce delle stelle,
alberi e fiori vanno spargendo i loro freschi profumi.
Cammino in mezzo a loro, ma nessuno mi nota.
A volte penso che è quando dormo
che assomiglio loro più perfettamente -
i pensieri offuscati.
L’essere distesa mi è più naturale.
Allora c’è aperto colloquio tra il cielo e me
e sarò utile quando sarò distesa per sempre:
forse allora gli alberi mi toccheranno e i fiori avranno tempo per me.

     *1961 (I capolavori di Sylvia Plath, Mondadori, 2004)*
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