#328 - 15 aprile 2023
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Diario

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Gaspara Stampa

La potenza delle passioni

“Amor m’ha fatto tal ch’io vivo in foco...
... Ed io d’arder amando non mi pento,
pur che chi m’ha di novo tolto il core
resti de l’arder mio pago e contento.”

Gaspara Stampa, nota ai contemporanei come “Gasparina”, figlia dell’orafo Bartolomeo, nacque a Padova e visse a Venezia dove morì, all’età di circa trent’anni, nel 1554. Le sue Rime vennero pubblicate nella città lagunare l’anno stesso del decesso in edizione limitata per i tipi del Pietrasanta; furono lì ristampate nel 1738 e, ancora, a distanza di quasi un secolo e mezzo, a Firenze nel 1877.
Accolta dalla raffinata e colta società veneziana, trasformò la sua casa in uno dei salotti culturali più famosi ospitando musicisti, pittori e letterati. Fu lei stessa, oltre che poetessa, cantante e suonatrice di liuto.

Fu tuttavia nel Novecento, secolo dell’emancipazione femminile, che la poetessa divenne oggetto di un vero e proprio “culto”.
Molto bella ed elegante, la figura di Gaspara Stampa, dileggiata dai detrattori che la consideravano una “cortigiana”, è stata finalmente omaggiata dai sostenitori che ne hanno apprezzato l’acutezza dell’ingegno e le doti artistiche.
Oggi la poetessa è da collocarsi all’interno di quel panorama di giovani donne che, educate alla musica e alla poesia lirica, avrebbero rappresentato nel Cinquecento una pietra miliare per quanto riguarda la letteratura al femminile.
Le sue liriche infatti alleggeriscono la poetica petrarchesca, a cui si ispirò, grazie al tessuto melodico dei suoi versi.

Gaspara Stampa avrebbe così cantato in versi la potenza delle passioni - corrisposte e consumate, ma anche rifiutate e sofferte -, allontanandosi dal suo modello di riferimento, quello trecentesco, evocatore di un sentimento platonico e ideale, ormai irrimediabilmente superato dai tempi.

Gaspara StampaGaspara Stampa

XVII

Io non v’invidio punto, angeli santi,
le vostre tante glorie e tanti beni,
e que’ disir di ciò che braman pieni,
stando voi sempre a l’alto Sire avanti;
perché i diletti miei son tali e tanti,
che non posson capire in cor terreni,
mentr’ho davanti i lumi almi e sereni,
di cui conven che sempre scriva e canti.
E come in ciel gran refrigerio e vita
dal volto Suo solete voi fruire,
tal io qua giù da la beltà infinita.
In questo sol vincete il mio gioire,
che la vostra è eterna e stabilita,
e la mia gloria può tosto finire.

XXVIII

Quando innanti ai begli occhi almi e lucenti,
per mia rara ventura al mondo, i’ vegno,
lo stil, la lingua, l’ardire e l’ingegno,
i pensieri, i concetti e i sentimenti
o restan tutti oppressi o tutti spenti,
e quasi muta e stupida divegno;
o sia la riverenza, in che li tegno,
o sia che sono in quel bel lume intenti.
Basta ch’io non so mai formar parola,
sì quel fatale e mio divino aspetto
la forza insieme e l’anima m’invola.
O mirabil d’Amore e raro effetto,
ch’una sol cosa, una bellezza sola
mi dia la vita, e tolga l’intelletto!

CIV

O notte, a me più chiara e più beata
che i più beati giorni ed i più chiari,
notte degna da’ primi e da’ più rari
ingegni esser, non pur da me, lodata;
tu de le gioie mie sola sei stata
fida ministra; tu tutti gli amari
de la mia vita hai fatto dolci e cari,
resomi in braccio lui che m’ha legata.
Sol mi mancò che non divenni allora
la fortunata Alcmena, a cui stè tanto
più de l’usato a ritornar l’aurora.
Pur così bene io non potrò mai tanto
dir di te, notte candida, ch’ancora
da la materia non sia vinto il canto.

(Gaspara Stampa, Rime, Bur, 1994)

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