#271 - 3 ottobre 2020
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Racconto

La voce di Emmer

Parte seconda

di Ruggero Scarponi

Il professor Emmer era davvero ingombrante.
Non era raro il caso che durante le affollate lezioni che teneva nell’ormai celebre aula-garage, preso dall’enfasi dell’esposizione, tentasse goffi movimenti con esiti disastrosi.
Il minimo era di far volare tavoli, cattedra e armadietti e qualche volta persino degli incauti studenti che gli si erano avvicinati oltre il consentito.
Nella sua invalidante corpulenza appariva affatto fragile.
Il suo apparato monumentale costretto a muoversi su delle insensate rotelle suscitava commozione.
La bacheca del liceo era piena di selfie di studenti abbracciati alla grande macchina come fosse un vecchio patriarca per il quale sentivano affetto e devozione. Cosa strana era che lo preferissero alle versioni robotiche più umanizzate che, però, nella loro perfezione suscitavano diffidenza.
Forse era la voce, la causa di tutto.
Nonostante che il professor Emmer non avesse, esteriormente, nulla di umano, pure, la sua voce conquistava e rassicurava i suoi allievi più che i nuovissimi automi.
I progettisti si erano affannati a realizzare modelli che fossero copie fedeli degli esseri umani soprattutto nel fisico e nei movimenti.
Era davvero impossibile riconoscere i robot di ultima generazione.
Capelli, pelle, occhi, tutto era talmente verosimile da confondere il più attento osservatore.
E poi erano tutti belli, sapienti e capaci d’interagire a livelli di tale complessità da far sorgere il dubbio che fossero davvero esseri pensanti dotati di auto-coscienza.
Eppure nonostante gli sforzi di tanti brillanti cervelli a nessuno di quei sofisticati congegni era stata fornita una voce autenticamente umana, come quella del professor Emmer.
Per istinto naturale i giovani studenti si sentivano attratti dalla gigantesca macchina in quanto capace di mettersi in sintonia con loro, grazie alla voce.
Negli altri automi, invece, la voce era solo un mezzo espressivo, utile a tradurre in un codice sonoro riconoscibile, altri codici, matematici, freddi e totalmente indifferenti, prodotti da una scheda elettronica gestita da un processore altamente tecnologico.
Quello che distingueva il Professor Emmer da tutti gli altri Robot era proprio questo.
Ascoltandolo parlare si aveva la netta sensazione che parole e concetti provenissero da un apparato capace di emozioni, da un cuore umano, insomma.
Ci si può affezionare ad una macchina? Si chiedeva il Preside infastidito dalla popolarità del vecchio robot.
Perché proprio la voce e non ad esempio l’aspetto fisico suscita tante emozioni.
In fin dei conti il professor Emmer non era altro che un ammasso di ferraglia dal quale scaturiva un tono di voce naturale.
Poteva esser sufficiente questo a farne quello che in filosofia si sarebbe definito un individuo?
E perché non, allora, la professoressa Wang?
Raffinato automa dalle fattezze di giovane donna asiatica, dai movimenti flessuosi e leggermente ancheggianti, capace di una mimica espressiva praticamente perfetta, dolce e sensuale.
Con le sue forme arrotondate, la pelle leggermente ambrata, i lunghi capelli neri e gli occhi luminosi, a mandorla, avrebbe potuto sfilare ad un concorso di bellezza, per non parlare poi dell’ineguagliabile bagaglio di conoscenze nella sua materia d’insegnamento.
Eppure per gli studenti restava solo un mirabile esempio di automa.
Per colpa di una voce che per quanto ci si era affannati a rendere accattivante conservava un che d’artificioso e quindi di “finto”, non vero.
Quello che al Preside non andava giù, però, era il sospetto di una qualche consapevolezza da parte del professor Emmer.
L’aveva osservato tante volte di nascosto, quando teneva le sue lezioni o quando riceveva gli allievi per discutere su qualche punto che desideravano chiarire.
Ovviamente, per quanto di vecchia concezione, anche il professor Emmer era dotato di un complesso sistema informatico per l’interazione e quindi poteva agevolmente discutere con chiunque e su qualsiasi argomento senza rischiare di bloccarsi per inadeguatezza del programma.
Ma c’era dell’altro, secondo il Preside.
Era come se fosse davvero consapevole di quella sua particolarità che lo rendeva superiore a tutti gli altri robot.
A volte sembrava che godesse egli stesso dei toni profondi e ricchi d’armonici della sua voce, come un cantante lirico che abbia piacere ad ascoltarsi.
Certo, ammetteva il Preside, la sua voce produce una fascinazione dalla quale non è facile affrancarsi.
Ma come era possibile, e c’era da andare fuori di testa per questo, che bastasse un tono di voce a dare vita a mezza tonnellata di metallo e circuiti elettrici. Il sospetto che agitava il Preside era che nel famoso crash test in cui era incorso il professor Emmer durante la fase di collaudo, oltre alla voce, forse, qualche altra cosa poteva essersi accesa.
Il Preside passava notti insonni.
Che cosa, o chi, stava ospitando nella sua scuola?

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