#270 - 19 settembre 2020
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Racconto

La voce di Emmer

Parte prima

di Ruggero Scarponi

Con i suoi quattrocentocinquanta chilogrammi di peso e i due metri e ventidue centimetri d’altezza, il professor Emmer era senza dubbio il più ingombrante insegnante del liceo statale della città.
Era un robot di vecchia concezione, miracolosamente scampato nei suoi trentacinque anni di servizio, ad ogni campagna di rottamazione e innovazione promossa dal Ministero della Tecnologia al fine di rendere gli automi più agili, leggeri e disinvolti.
Il professor Emmer, invece, si muoveva su un carrello fornito di otto rotelle indipendenti che si bloccavano e impicciavano tra loro, rendendolo pericolosamente instabile.
Per questo si era deciso di ridurre i suoi spostamenti nell’edificio, confinandolo al piano terra, in un vecchio garage trasformato in aula scolastica, da dove non era stato più rimosso.
Gli studenti iscritti ai corsi tenuti dal professor Emmer, si dovevano quindi spostare per seguire le sue lezioni. Queste continue e rumorose migrazioni erano deprecate dal Preside che avrebbe volentieri mandato al diavolo il professor Emmer con tutta la sua ingombrante ferraglia in cambio di un robot di nuovissima generazione, di quelli che all’aspetto esteriore, non si distinguevano più da un qualsiasi essere umano. Pure, nonostante l’autorità di cui godeva, non era mai riuscito, il Preside, ad attuare il suo progetto. Erano stati soprattutto gli studenti a voler mantenere il professor Emmer in servizio e questo in virtù di una particolarità che lo rendeva gradito ai suoi allievi.
Il professor Emmer, infatti, non parlava come le altre macchine consimili, comprese le più recenti, con quel tono di voce artificiale, metallico, informale.
La voce del gigantesco robot, era, al contrario, naturale, calda e profonda e s’imprimeva così bene nelle giovani coscienze degli studenti da farlo preferire persino ai professori umani, sebbene, di questi, ne fossero rimasti pochi in circolazione a causa dei bassi salari con cui erano retribuiti.
Alla vista, il professor Emmer, rassomigliava ad un giocattolo d’altri tempi.
Una versione ingigantita di quei robot come si potevano vedere nei film anni cinquanta, tutto chiavi, manopole e valvole luminose, con un rivestimento composto da piastre d’acciaio verniciate di nero a difenderne il cuore, un sistema informatico prodotto con mezzi artigianali dal suo ideatore, un certo Mister Emmer da cui aveva preso il nome.
Per la verità, il professor Emmer, fin dalla sua prima apparizione, aveva suscitato un misto di curiosità e sconcerto nella comunità scientifica interessata alla produzione di macchine intelligenti.
Nessuno, infatti, nemmeno il suo ideatore, era riuscito a spiegare l’origine del suo particolare timbro vocale.
Mister Emmer sosteneva che fosse dovuto a un crash test durante la fase di collaudo.
A causa di un errore di programmazione, il sistema che regolava l’apparato vocale del robot, era andato in blocco.
E quando, dopo molte ore, il problema era stato risolto, il professor Emmer aveva assunto un tono di voce che ne faceva un caso unico nel mondo della robotica.
Inutile dire che la spiegazione non aveva convinto gli scettici progettisti di robot che continuarono per anni a studiare schede e circuiti dell’enigmatica macchina, allo scopo di svelarne il mistero. Nessuno, però, era riuscito nell’impresa, tanto che negli ultimi tempi, l’ipotesi dell’incidente fortuito, sembrò accreditarsi definitivamente.

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