#225 - 1 settembre 2018
AAAAA ATTENZIONE - Cari lettori, questo numero resterà in rete fino alla mezzanotte di venerdi 28 settembre, quando lascerà il posto al numero 227 - Buona Lettura a tutti - ORA, per VOI un po' di AFORISMI
Cultura e Società

Quaderni di "Articolo 33" - Edizioni Conoscenza

1968
e niente fu come prima

Stralci da saggi di:

Gianfranco Borrelli - Un'occasione perduta ?

Paola Parlato - Il sessantotto delle donne

Loredana Fasciolo - Basaglia e l’antipsichiatria - La libertà è terapeutica

Gianfranco Borrelli (Univ. “Federico II” Napoli)
Un' occasione perduta?

1968
e niente fu come prima

Anni Sessanta: una nuova soggettivazione in rivolta contro il sistema

Nei paesi occidentali e in tanti altri luoghi, a partire dagli Stati Uniti d’America, accade negli anni sessanta qualcosa di straordinariamente nuovo e singolare. Si tratta dell’inizio di comportamenti e di modi di pensare impegnati da soggettività che vogliono realizzare una vita altra, segnata dalla ricchezza delle differenze e dalla cura autentica di sé e degli altri.
Questo esercizio multiforme di pratiche di vita trova espressione nelle sperimentazioni artistiche, nella letteratura, in campo musicale, nella fotografia e nella produzione cinematografica: in modo complementare e con grande difficoltà, si cerca di offrire a questi percorsi la rappresentazione di una nuova costituzione comunitaria, di una politica finalmente diversa.
È ancora oggi difficile comprendere la genealogia di tali percorsi: sicuramente essi prendono forma dal senso vivo delle privazioni e delle sofferenze vissute nel periodo della ricostruzione postbellica, dalla critica radicale che emergeva dai conflitti attivi nelle società occidentali, che pure vivevano le possibilità indotte dalla congiuntura positiva di un periodo di “capitalismo democratico”.
Cercando di far sentire la propria voce, moltitudini di giovani invadono piazze e luoghi pubblici in tante parti del globo: la gioventù assurda descritta da Paul Goodman combatte contro il sistema a Berkeley per l’estensione dei diritti civili , i Provos in Olanda manifestano con le loro biciclette bianche contro il consumismo e per l’ecologia (1965), in Giappone la storica organizzazione degli Zengakuren decide di praticare una svolta radicale, la swinging London apre al pop e ai Beatles, a Praga gli studenti vivono la loro Primavera di lotta per la libertà (1968), operai e studenti combattono a Parigi la breve stagione del maggio francese, ed ancora le rivolte studentesche in Messico, Brasile, fino alla rivoluzione culturale in Cina.
L’esplosione demografica del secondo dopoguerra scuote dappertutto, soprattutto in Occidente, i fragili confini delle società tradizionali e dei costumi ancora arcaici; la richiesta di massa per un’istruzione qualificata, la prospettiva di una piena emancipazione economica e di una società prospera di consumi, soprattutto la liberazione dei corpi e la diffusa ricerca di pratiche di godimento sessuale: tutti questi impulsi si confrontano e si scontrano nelle situazioni locali con il sistema dei poteri che governano il mondo. Al centro, come avviene nel film Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni (1968) la realizzazione piena dei desideri contro una società ove domina incontrastato il sistema perverso della razionalità strumentale e della tecnologia asservite all’economia. Questa categoria di sistema che tutto sottomette alla logica della dominazione economica, mediatica, militare e politica, costituisce il punto critico di riferimento delle più impegnate scritture di quegli anni.
Centralmente, il ’68 è l’annuncio della necessità di combattere frontalmente i poteri distruttivi di questo sistema. A un certo punto, siamo a metà di quel decennio, avviene l’ulteriore precipitazione dell’azione consonante delle masse giovanili contro lo spettro devastante della guerra del Vietnam: sulle reti televisive del mondo intero scorrono le immagini orrende di un generale sudvietnamita che si fa gloria di uccidere a bruciapelo un vietcong, mentre una bambina nuda e terrorizzata corre cercando disperatamente di sottrarsi allo strazio del napalm. Una giovane umanità s’impegna ora a porre termine a questi orrori.

1968
e niente fu come prima

Creatività e felicità
La rappresentazione del rifiuto e della lotta si afferma contemporaneamente attraverso le forme dell’espressione artistica, delle trasformazioni culturali e dell’impegno civile: tanto accade come elemento universale di quella rivolta che assume una veste mondiale, quella appunto nominata con la data fatidica del Sessantotto.
Nei decenni successivi capiremo che questa esplosione di comportamenti inediti e di nuova creatività umana sta aprendo in modo straordinario alla costruzione di un autonomo controcanto ai processi di crisi della soggettività rivoluzionaria moderna, partita a metà Ottocento con il 1848, che sta vivendo un’ultima fase di normalizzazione .
Tutte queste inarrestabili insorgenze hanno appunto in comune, in forma universalistica, l’elemento antisistemico : peraltro, le rivolte degli studenti e delle parti sociali, il rigetto di ogni genere d’autoritarismo (nella famiglia, nelle università e nella scuola, nelle fabbriche, nelle istituzioni d’ogni genere), la lotta per l’estensione dei diritti civili assumono profili e configurazioni che risultano specifiche per i diversi contesti. Durate degli eventi, capacità d’intervento dei soggetti e dei collettivi, resistenze passive da parte delle comunità locali, conseguenze e approdi effettivi delle lotte sociali e politiche: tutto questo assume figure e toni differenti in relazione alle storie e alle culture locali.
Negli Stati Uniti, i movimenti di rivolta avevano prodotto un lucido progetto di azione grazie al famoso documento di Port Huron (1962), elaborato dai leaders degli Students for democratic society: dapprima, ci si opponeva dichiaratamente a quella “economia telecomandata che esclude la massa dei singoli individui dalle decisioni di base che influiscono sulla natura e sull’organizzazione del lavoro, sullo stipendio, sulle opportunità”; quindi, venivano denunciate la spersonalizzazione e la malinconia diffuse nel popolo americano: “se solitudine e isolamento descrivono la distanza esistente oggi tra gli uomini, bisogna invece puntare su autodeterminazione, autocomprensione e creatività”; ancora, veniva in dettaglio analizzata la condizione di degrado del governo rappresentativo negli USA (laddove aveva preso origine nella seconda metà del Settecento ): in particolare veniva con vigore messo sotto accusa quel sistema di potere “dominato da un intreccio di democratici del Sud con gli elementi più conservatori del partito repubblicano”; infine, veniva presentato il proprio progetto di lotta come il “tentativo faticoso di capire e cambiare la condizione dell’uomo del XX secolo, uno sforzo che si radica nella convinzione che egli possa influenzare in modo determinante le circostanze della propria vita” . Da qui prese avvio pure il Free Speech Movement nell’Università di Berkeley guidato da Mario Savio; e dopo vicende politiche travagliate quell’organizzazione ebbe termine nel 1969. In Francia l’intensa stagione di lotte del ’68 durò pochi mesi, chiusa dall’esito delle elezioni anticipate volute da de Gaulle (30 giugno): qui il governo rappresentativo funzionava e “spiegava” agli sconfitti che, per migliorare la qualità della democrazia francese, non c’era altra strada che inventare dispositivi governamentali del tutto originali. A Praga, dove non esisteva governo rappresentativo, il pronto intervento dei carri armati del Patto di Varsavia pose termine alle speranze di libertà dei cecoslovacchi a fine agosto.

1968
e niente fu come prima

Un decennio di lotte in Italia
Un decennio di lotte in Italia In Italia, le rivolte studentesche hanno storie e periodizzazioni proprie dei diversi contesti regionali; nel nostro paese governa un sistema politico bloccato, che non garantisce alternanza politica all’opposizione repubblicana, socialista e comunista: una composizione di poteri diversi – il padronato capitalistico, una destra politica che si avvantaggia della rappresentazione del potere pastorale cattolico, il sostegno coperto delle forze mafiose e massoniche – produce attivamente un quadro maggioritario di immutabile conservazione politica. Contro questa situazione si proietta la nuova ondata generazionale: nelle fabbriche del Settentrione e ovunque nelle università e nelle scuole: tanti soggetti giovani, motivati e coraggiosi, decidono di prendere la parola. Si tratta di portare a compimento il progetto della Costituzione repubblicana: dare finalmente piena realizzazione anche nel nostro paese al normale funzionamento del governo rappresentativo. I movimenti di contestazione delle nuove generazioni segnalano la complessità degli antagonismi in campo proponendosi di utilizzare nelle lotte nuovi linguaggi e strategie differenti. Peraltro, il ’68 in Italia è solo l’inizio e la dichiarazione della rivolta; un’altra distinta storia avranno i percorsi rivolti a convertire quell’annuncio nell’impegno più duro di trasformazione sociale e politica del paese che impegnerà un decennio durissimo di conflitti e di lotte. Una parte consistente di queste masse giovanili riteneva indispensabile un evento di rottura, una vera e propria rivoluzione politica e sociale. In realtà, era minima la consapevolezza dello squilibrio tra le forze in campo: se chi gestisce in modo conservativo il potere appare dapprima disorientato, dopo poco adotterà tutti i mezzi per reprimere e far scomparire il movimento. La rivolta studentesca tende comunque a uscire subito dalle università e a diventare progetto politico generalizzato. Quali dispositivi politici queste parti saranno, tuttavia, in grado di mettere in campo? Al termine di questo straordinario ciclo di lotte, nel mondo così come in tutta Italia, il Sessantotto non costituisce certamente un fallimento, piuttosto esso è l’occasione perduta di produrre la convergenza tra le esperienze politiche già formate alla lotta, costituite dai partiti e dalle strutture organizzate del movimento operaio storico, e i bisogni e i desideri provenienti dalle nuove generazioni, da processi di soggettivazioni differenti. Quell’inedita insorgenza di bisogni e desideri aveva voluto segnare un inizio e un annuncio, ma non riesce a realizzare una conversione sul piano esplicitamente politico. Essa ha costituito un fenomeno cui non si volle dare ascolto: appunto, un’occasione perduta. Nelle espressioni ormai sbiadite (che destano malinconia in quanti vissero quegli eventi) di quanto proviene ancora dal richiamo dei progetti ideali e delle insorgenze gioiose degli anni sessanta, ancora si può leggere l’intelligenza capace d’intravedere con anticipo quei percorsi di sofferenze che si sono approfonditi nel tempo, fino alla nostra epoca. Le rivolte del ’68 rinviano ancora oggi alla lotta necessaria contro quel genere di mondializzazione costituita dal sistema di dominio dei mercati finanziari e dal pensiero unico: mortificazione delle libertà e dei corpi. Forse grazie anche alla narrazione diffusa di quelle antiche esperienze, attraverso invisibili circuiti di trasmissione, nuove generazioni s’impegnano ovunque nel mondo a perseguire percorsi della cura di sé, dell’autotrasformazione interiore che opera nel senso della solidarietà verso gli altri: da qui pure la possibilità di immaginare e praticare forme inedite di più diffusa autorappresentazione politica. L’intransigente e coraggiosa cura di soggettivazioni libere esercita ancora oggi la permanente necessità dell’insorgenza contro ogni genere di assoggettamento. Non è poco quel che ancora ovunque nel mondo rivive del ’68.

1968
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Paola Parlato - (docente di lettere - formatrice) Il sessantotto delle donne

La rivoluzione femminista degli anni sessanta ha percorso un cammino parallelo con la straordinaria rivoluzione del ’68, per un po’ si è integrata con essa e sono state una voce sola, hanno condiviso istanze e progetti, per poi “separarsi” tra polemiche e talvolta vere e proprie rotture. La rivoluzione femminista, nata prima del movimento del ’68, sopravvivrà a quel movimento, tra grandi vittorie e sconfitte, vedrà ritorni indietro e riprese della lotta, restando forse la parte più viva di quella rivolta. Avrebbe potuto esserne completamento e orizzonte di senso, il progetto globale di una società più giusta, più egualitaria, forse più felice. Ma non fu così, o almeno non riuscì ad esserlo fino in fondo.
Negli anni che avevano preceduto quella esplosione rivoluzionaria in Italia le donne avevano attraversato – soprattutto nelle aree urbane – un processo di emancipazione abbastanza significativo, anche per effetto dell’accresciuta scolarizzazione. Molte di loro poi avevano preso parte alla Resistenza e avevano condiviso con gli uomini le battaglie prima politiche e poi sociali e culturali. La nuova società italiana parlava di modernizzazione e costruiva modelli di relazione tra i sessi più dinamici e paritari, anche se ancora lontani da una reale messa in discussione della struttura patriarcale.
Non c’era ancora tra la maggior parte delle donne una autentica coscienza della forte discriminazione che subivano e le lotte, che nei decenni precedenti avevano portato a significative conquiste sul piano della parità, erano state patrimonio di poche.

1968
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Nuovi bisogni nuova coscienza
Il ‘68 in Italia come in altri paesi, rappresentò il culmine, il punto di arrivo di un lungo processo iniziato anni prima con una profonda insofferenza e un prepotente bisogno di cambiamento; insofferenza e bisogno di cambiamento che si manifestarono nel mondo della politica, della letteratura, dell’arte, dello spettacolo, della musica; nella messa in discussione di leggi e consuetudini, dei protocolli del vivere quotidiano.
Negli anni Sessanta la scena politica vide la presenza prepotente dei giovani e delle donne, i nuovi soggetti che volevano ridefinire e reinventare le regole del comportamento sociale. Il primo atto ufficiale di quella rivolta fu l’occupazione nel gennaio del 1966, della facoltà di Sociologia di Trento; un mese dopo a Milano scoppiava lo scandalo del liceo Parini, quando il giornale studentesco La zanzara pubblicò un’inchiesta intitolata “Un dibattito sulla posizione della donna nella nostra società, cercando di esaminare i problemi del matrimonio, del lavoro femminile e del sesso”. I redattori e lo stesso preside furono denunciati e rinviati a giudizio con l’accusa di oscenità a mezzo stampa. Il caso fece il giro del mondo e segnò in Italia, simbolicamente, l’inizio di una svolta epocale.
Quegli anni avevano segnato anche l’inizio di un processo nuovo di coscientizzazione da parte del movimento delle donne in tutto il mondo occidentale. Dopo le battaglie per il voto e le rivendicazioni sindacali si cominciava a porre l’attenzione alla sfera del privato, al sé femminile, al corpo, alla sessualità, alla maternità. Quel destino che voleva la donna sposa e madre prima che soggetto pubblico titolare degli stessi diritti dell’uomo, cominciava a essere vissuto come una costrizione, come un vincolo che limitava la libertà e la possibilità per le donne di scegliere e quindi di dispiegare pienamente la loro personalità. Si cominciava a ragionare di problemi come la contraccezione e l’aborto, sempre più si andava rafforzando il desiderio di riappropriarsi del corpo e con esso di una identità mutilata. Questa nuova coscienza, queste idee, dilagarono come un contagio da un paese all’altro e sul finire degli anni sessanta al centro delle riflessioni e delle lotte del movimento femminista si affermò la consapevolezza di una profonda ingiustizia, per la quale la differenza biologica fra l’uomo e la donna aveva di fatto determinato una assurda differenziazione dei ruoli, nella famiglia e nella società in termini di inferiorità femminile, in particolare nella sfera della sessualità.
In quegli anni poi arrivò la pillola anticoncezionale, che, al di là della diffusione del suo impiego, rafforzò definitivamente l’idea della separazione tra sessualità e riproduzione.

1968
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Il ’68 delle donne e degli uomini
Mamma,/ comprendimi/ fin d'ora:/ dovrai ben comprendermi,/ un giorno,/ anche gli altri / dovranno [….] Ascoltami, madre/ della mia infanzia […] madre che mi capiva/ senza capire./ Non essere dalla parte della polizia,/ dalla parte della borghesia,/ non è la tua parte, quella,/ madre dalla sporta/ pesante,/ dal portamonete/ leggero,/ dalle mani che emanano/ decenni di rigovernatura,/di spazzatura, di minestra di verdura,/ con le tue paure di moglie/ d'impiegato/ che può essere licenziato/ da un giorno all'altro.
Mamma, vorrei parlarti/ come ti parlo di lontano./ Ti voglio bene, lo sai,/ anche se non tornerò/ mai, mai più, a casa. […] Ti voglio bene, mamma,/ come possiamo amare / oggi: senza commozione / e senza pietà.
Sono alcuni versi di Lettera a una madre, dalla raccolta di poesie “Chansons des filles de mai” scritta da Alba de Céspedes a Parigi, nel maggio 1968, durante l’occupazione della Sorbona e pubblicata poi anche in Italia nel 1970 con il titolo “Le ragazze di maggio”.
Moltissime ragazze e moltissime donne condivisero in quella fase storica lo strappo doloroso dalle certezze e dagli affetti consolidati e il progetto di un profondo cambiamento con i loro compagni, insieme parteciparono ai movimenti studenteschi, misero in discussione con manifestazioni e occupazioni i modelli dell’apprendimento e del sapere nella scuola e nell’università; condivisero la lotta all’autoritarismo nella famiglia, nelle istituzioni, nella società. Lo fecero con il pratica della trasgressione nel costume, lo fecero con lo studio, con la riflessione, con l’elaborazione teorica e con la rottura esplicita degli schemi di comportamento trasmessi fino ad allora dalla famiglia e dalla società. Lo fecero anche con una presa di coscienza globale dei meccanismi economici e politici che governavano quella società borghese contro la quale si battevano, e individuarono nello sfruttamento coloniale e nella guerra uno dei maggiori ostacoli alla realizzazione di un mondo più giusto. (forse oggi è l’aspetto questo sul quale più di ogni altro sentiamo il peso della sconfitta, ma questa è un’altra storia).
Nella sfera del privato si cercò di adottare comportamenti sessuali più liberi, donne e uomini criticavano e rifiutavano i ruoli tradizionali di genere e sperimentavano nella lotta di quei giorni nuove forme partecipazione, nuovi modi di relazione interpersonale.

1968
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La separazione
Ben presto però il patto si ruppe. Le donne cominciarono ad avvertire incongruenze e rigidità nel rapporto con i loro compagni di lotta e scelsero la via della separazione.
Le ragioni furono molte e complesse, ma in alcuni casi la scintilla fu anche la delusione vissuta da molte attiviste del movimento nell’accorgersi della bassa considerazione in cui erano tenute dai loro compagni “rivoluzionari”. Si disse allora che le donne del movimento da “angeli del focolare” erano diventate “ angeli del ciclostile”.
Così Laura Minguzzi, presidente del Circolo della Rosa di Milano, ricorda quella fase: “Il '68 è stato l'inizio, le donne hanno fatto il resto”. E ancora: "Ricordo quando, nel 1969, occupammo la Cà Foscari a Venezia; in quel periodo il movimento di contestazione vedeva un vasto appoggio femminile. Poi qualcosa cambiò, noi ragazze sentivamo il bisogno di trovare una nostra strada, di ripensare a una nostra identità. Ricordo che lottavamo per uscire la sera, per stare in gruppo solo tra donne, per ricavare un posto tutto nostro in cui parlare e capire chi eravamo davvero. Questo fu l'inizio di un percorso lungo e per certi versi doloroso che vide l'allontanamento di molte di noi da fidanzati, padri e fratelli, che provocò rotture profonde".
Ebbe inizio in questa fase una intensa attività di lettura, di scrittura, di studio e di confronto, pratica che resterà la cifra più caratteristica di questo movimento, quella capacità di tessere una fitta rete di scambi, di conoscenze incrociate, quella volontà ostinata di far circolare le idee e le elaborazioni, attraverso le traduzioni e le pubblicazioni, ma anche attraverso la partecipazione in prima persona agli incontri e ai dibattiti.
Dovendo datare l’inizio di questa nuova fase del movimento delle donne in Europa si può usare come riferimento il 1970. Il Francia un numero speciale della rivista “Partisans” di quell’anno recava come sottotitolo: Libération des femmes année zero, e sottolineava l’esigenza di separare la ricerca e la lotta delle donne da quelle degli uomini. In Italia la scelta separatista si consuma tra il 1970 e il 1971, quando fioriscono numerosi gruppi e collettivi, anche di ispirazione molto diversa. Emersero infatti approcci e tendenze, visioni e pratiche differenti: alcune misero al centro la società patriarcale come oppressore da combattere, altre ebbero a riferimento il pensiero psicoanalitico, nel quale cercarono di rintracciare i tratti di una identità femminile deformata e mistificata dal modello maschile. Il primo movimento femminile organizzato nel nostro paese è il Movimento di liberazione della donna, nato nel 1969. Era aperto anche agli uomini. Il primo gruppo separatista nacque nel 1970. In quello stesso periodo appaiono sulla scena i collettivi femminili del Movimento studentesco romano, che combattono contro il ruolo secondario della donna nel processo produttivo.
Bisogna poi sottolineare che in quegli anni anche molte donne non separatiste, impegnate nell’attività politica nei grandi partiti – soprattutto della sinistra – raggiungono una chiara coscienza della supremazia del ruolo e del potere maschile proprio all’interno di quei partiti e cercano in diversa misura di prendere posizione su queste contraddizioni.

1968
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In tutte le città principali, ma anche in provincia, troviamo i collettivi, gruppi nei quali non esistono regole gerarchiche di organizzazione. I collettivi crescono e da gruppi ristretti si passa a un fenomeno sociale e diffuso; ci sono continue manifestazioni e incontri, nascono radio libere, giornali, case editrici, gruppi teatrali.
Gli anni ’70 furono densi non solo di dibattiti nell’ambito del movimento delle donne, ma anche di lotte e di conquiste fondamentali nell’ambito del lavoro, della maternità, della famiglia; fra questi ebbero forte centralità le battaglie per il divorzio e per l’aborto. È importante però sottolineare che la nuova fase del movimento femminista presenta un tratto caratteristico che lo differenzia dai precedenti movimenti delle donne e lo lega fortemente alla sua esperienza di lotta con il movimento del ’68. Il ’68 aveva comunque messo criticamente in discussione le gerarchie familiari e la rigidità dei ruoli sessuali, aveva accelerato nelle donne il processo di presa di coscienza della identità sessuale, con la pratica di una maggiore libertà nella relazione tra i sessi, ne era scaturita una maggiore consapevolezza del corpo e l’affermarsi della pratica dell’autocoscienza.
E dalla nuova centralità del corpo femminile scaturì anche una nuova attenzione alla salute della donna, con l’emergere nella dimensione politica delle vicende legate al corpo e alla sessualità, che portò alla nascita di numerosi istituti e consultori autogestiti.
Sul piano legislativo gli anni Settanta videro l’eliminazione delle discriminazioni ancora esistenti nel diritto di famiglia e nell’ambito del lavoro. Con due sentenze del 1968 furono abrogate le norme civili e penali sul diverso trattamento dell’adulterio maschile e femminile, mentre solo nel 1981 venne abolito la norma sul “delitto d’onore” che riduceva la pena a chi uccideva la madre, la moglie, la figlia o la sorella adultere per “difendere l’onore della famiglia”. Ulteriori passi furono successivamente la legge del 1970 sul divorzio, il nuovo diritto di famiglia del 1975 e la legge del 1977 sulla parità nel lavoro.
Il giudizio sul movimento del ’68 in rapporto a una nuova e differente liberà delle donne resta problematico. Viene da chiedersi cosa ne è stato sul piano sostanziale di quello slancio che anelava a una profonda trasformazione della politica, della società e delle relazioni interpersonali. Quanto di quel potenziale rivoluzionario con cui il femminismo prese le distanze all’inizio degli anni ’70 dal movimento del ’68 è rimasto nello scenario politico e culturale degli ultimi decenni?
E che ne è stato della questione della presenza delle donne nella politica, nella società, nelle relazioni interpersonali, nelle forme mediatiche di rappresentazione? E che ne è stato delle lotte - talvolta dolorose - per un più maturo equilibrio nella relazione tra i sessi? Il dato che emerge con inconfutabile chiarezza è il drammatico dilagare della violenza maschile, della incapacità di reggere la frustrazione di fronte alla volontà delle donne di scegliere e decidere il loro destino. Quali e quanti altri prezzi le donne dovranno pagare alla loro autodeterminazione? Sarà possibile, proprio a partire da quella eredità, costruire azioni capaci di contrastare alle radici le forme vecchie e nuove di violenza, in una rinnovata affermazione di inviolabiltà e libertà?

1968
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Loredana Fasciolo - (Giornalista - redattrice della rivista "articolo 33)
Basaglia e l’antipsichiatria - La libertà è terapeutica

Non ci fu aspetto della vita pubblica e privata, non ci fu branca del sapere che non fu coinvolta o influenzata dal movimento del 1968. Nel quadro della contestazione di quegli anni, della critica alla famiglia, alla scuola, alla società si inserisce anche la critica radicale alla psichiatria - una delle tante espressioni del potere - e la condanna dell’istituzione psichiatrica.

1968
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Psichiatria e manicomi
La psichiatria - specializzazione della medicina che si occupa dei disturbi psichici - è una disciplina relativamente recente, che ha raggiunto una sua autonomia nel secolo XIX. Partendo da una concezione genetica, nel corso del tempo, essa ha cercato di localizzare la malattia mentale in luoghi anatomici sempre più precisi.
Per la diagnosi, la psichiatria si basa sulle categorie di malattia mentale introdotte da Emil Kraepelin, raccolte nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM).
In Italia, fino al 1978 (anno dell’introduzione della legge 180), la psichiatria si avvaleva per la “cura” prima di tutto di luoghi (a volte veri e propri lager) dove custodiva i “malati mentali” per isolarli dal resto della società considerata sana e di pratiche mediche come la contenzione, l’elettroshock, la lobotomia.
Negli anni ’50 comparvero i primi psicofarmaci che pian piano sostituirono le precedenti “terapie”. Inizialmente considerati come un progresso, essi vennero ben presto avversati per i loro gravi effetti collaterali.
Nei manicomi, o ospedali psichiatrici, il “malato di mente” era spogliato della sua personalità, delle sue qualità umane. Non era difficile finirvi rinchiusi: era sufficiente che un figlio fosse un po’ “strano” o disobbediente; che una moglie si discostasse, anche solo poco, dal suo ruolo tradizionale di moglie e madre. Lo scopo dell’istituzionalizzazione era dunque proprio quello di riportare alla conformità, di punire i comportamenti diversi da quelli che la società considerava normali.

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Antipsichiatria
Sin dalle sue origini la psichiatria ha subìto critiche d’ogni genere, addirittura, negli anni Venti, dal Surrealismo - il movimento culturale e artistico fondato nel 1918 da André Breton - che si opponeva alla distinzione fra normalità e pazzia ed arrivava all'idealizzazione del delirio, considerato fondamento della creatività.
In Italia, proprio intorno al ’68, cominciava ad affermarsi una critica basata su concezioni politiche e sociali. E’ Franco Basaglia (Venezia 1924-1980) soprattutto che si avvicina a quel movimento che va sotto il nome di antipsichiatria, una corrente di pensiero nata in Inghilterra nei primi anni ’60 principalmente ad opera di D. Cooper. R. Laing che avevano cominciato a creare a Londra delle strutture alternative al manicomio. Il movimento anglosassone si diffuse progressivamente in tutto l'Occidente dove assunse forme diverse nei vari paesi.
Pur disomogeneo, il movimento dell’antipsichiatria è compatto nell’accusare la psichiatria d'interessarsi soltanto, nell’eziologia delle malattie, degli aspetti biologici e di non tenere conto che le cause delle malattie mentali sono soprattutto sociali, da attribuire spesso a rapporti familiari patologici.
L'antipsichiatria rifiuta tutti i metodi di cura della psichiatria dominante il cui scopo è il controllo sociale e condanna il tentativo, attraverso il processo di esclusione-reclusione, di annullare le contraddizioni sociali. Si oppone dunque sia all'uso degli ospedali psichiatrici sia ai farmaci ritenuti delle “camicie di forza chimiche”.
"Il nuovo psichiatra sociale - scrive Basaglia -, lo psicoterapeuta, l'assistente sociale, lo psicologo di fabbrica, il sociologo industriale non sono che i nuovi amministratori della violenza del potere, nella misura in cui - ammorbidendo gli attriti, sciogliendo le resistenze, risolvendo i conflitti provocati dalle sue istituzioni - non fanno che consentire, con la loro azione tecnica apparentemente riparatrice e non violenta, il perpetuarsi della violenza globale".
Concetti come controllo sociale, alienazione, emarginazione, contraddizioni sociali, lotta di classe - utilizzati nel 1968 nella critica alla società, all’organizzazione del lavoro - vengono applicati anche alle malattie mentali perché non sono altro che conseguenza dei più generali conflitti sociali e la loro prevenzione non può che avvenire insieme a un radicale rinnovamento del sistema sociale. Si riconoscono validi solo la psicoterapia e l’utilizzo di strumenti politico-sociologici che interpretano le cause della malattia e facilitano nel malato la presa di coscienza della propria sofferenza.

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Matti da slegare
Grazie a Basaglia - e sua moglie, Franca Ongaro Basaglia, parlamentare - il 13 maggio 1978 fu approvata la legge 180, detta anche legge Basaglia, che regolamenta i trattamenti sanitari obbligatori (TSO) e che dà inizio al processo di smantellamento dei manicomi. In verità Basaglia - nonostante fosse osteggiato dalle autorità accademiche - già dieci anni prima aveva iniziato una vera e propria rivoluzione all’Ospedale psichiatrico di Gorizia di cui era divenuto direttore: eliminò qualsiasi tipo di cura o contenimento e aprì i cancelli per dar luogo alla “comunità terapeutica”. Nel 1968 fu incriminato (poi assolto) per l’omicidio commesso da un paziente psichiatrico che era stato “liberato” e dovette lasciare il suo incarico, ma proseguì la sua opera all'Ospedale psichiatrico di Trieste dove aprì laboratori di pittura e di teatro, costituì con i pazienti cooperative di lavoro e iniziò - attraverso gruppi autogestiti - a cercare di reinserire le persone nella comunità.
In quello stesso periodo gli psichiatri che si riconoscevano nelle idee di Basaglia fondarono Psichiatria Democratica, un movimento vicino a forze della sinistra italiana grazie al quale l’opinione pubblica venne a conoscenza della situazione disumana in cui versavano i malati mentali.
Negli anni, le posizioni di alcuni antipsichiatri si radicalizzano fino ad arrivare a quella negazione estrema definita “non-psichiatria”. In Italia la distinzione tra antipsichiatria e non-psichiatria si può riassumere nello scontro politico dei primi del ’70 (che ben rappresentava la distanza tra il Pci e la sinistra extraparlamentare), avvenuto tra Giovanni Jervis e Giorgio Antonucci.
Jervis, pur facendo una critica molto dura alla società e alla famiglia, era molto cauto, preoccupato della tutela dell’ordine pubblico e proponeva - anche se solo per i casi molto gravi, più pericolosi - l’internamento. Antonucci invece negava l’esistenza della malattia mentale ragionando in termini di conflitto fra individuo e società e, come Thomas Szasz (pioniere americano di teorie alternative alla psichiatria) sosteneva che le teorie e le pratiche sociali basate sul concetto di malattia mentale costituivano una ideologia di intolleranza della diversità: “La persecuzione dei pazienti psichiatrici ha preso il posto della persecuzione delle streghe”.
Per entrambi i movimenti la storia di violenza comincia all'interno della famiglia per proseguire poi nella scuola e nella fabbrica: “La famiglia nucleare - sostiene Jervis - è la macchina che costantemente fabbrica e riproduce forza-lavoro, sudditi consumatori, strutture di ubbidienza al potere; procreare altri figli, ricreare altre famiglie, e così perpetuare il ciclo”. Anche Basaglia afferma che “la famiglia è il crogiolo della schizofrenia”.
L'antipsichiatria sostiene altresì che le diagnosi e le pratiche di una psichiatria occidentale, bianca, a dominio maschile e di classe releghi in una posizione di svantaggio altri gruppi. Ad esempio, molti studi dimostrano che le donne ricevono una diagnosi di schizofrenia più spesso degli uomini.
Il movimento dei diritti degli omosessuali si oppose, durante gli anni ’70, alla classificazione dell'omosessualità come malattia mentale.

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L’industria farmaceutica
Una delle critiche più rilevanti che viene fatta alla psichiatria (quanto mai attuale oggi) è che essa è coinvolta in legami finanziari con le industrie farmaceutiche. Queste ultime tentano in ogni modo di influenzare gli psichiatri: finanziano le ricerche, reclamizzano i propri farmaci in riviste e conferenze psichiatriche. Spesso gli psichiatri, che prescrivono determinati farmaci ai loro pazienti, sono anche azionisti di case farmaceutiche.
Questo connubio o, ancor peggio quello tra psichiatria-Stato-case farmaceutiche ha sempre portato a devastanti risultati, bastano pochi esempi per provarlo. L’eutanasia sistematica dei “malati mentali” tedeschi perpetrata dai nazisti negli anni ’30 proseguì con lo sterminio di massa degli anni ’40. Al processo di Norimberga molti di quelli che detenevano posizioni chiave nel regime nazista erano psichiatri; la diagnosi di schizofrenia di molti dissidenti politici, seguita da internamenti e altri abusi psichiatrici, era molto comune anche nell’Unione Sovietica; negli USA dagli anni ’50 si assiste ad una crescente medicalizzazione della società. La prescrizione di psicofarmaci è in aumento e oggi antidepressivi e tranquillanti sono tra i farmaci più venduti. È in voga, inoltre, la diagnosi di disturbo dell’attenzione/iperattività attribuita a milioni di bambini cui viene somministrato Ritalin per renderli più obbedienti verso genitori e insegnanti. Per ogni problema sociale c’è uno psicofarmaco: per la depressione del militare inviato in operazioni di guerra all’estero, per lo stress da lavoro, per l’ansia della casalinga e del disoccupato, e, là dove non bastano le armi che uno detiene, per le paure e le paranoie del cittadino.
Nel 1963 lo psichiatra alternativo americano Thomas Szasz, che cominciava a capire ciò che stava avvenendo, aveva coniato l’espressione Stato terapeutico che ben si addice agli Usa che, attraverso la New Freedom Commission on mental health, hanno avviato nel 2004, sotto la presidenza di George W. Bush, un piano di monitoraggio di tutti i cittadini che dovrebbe diagnosticare tutti i presunti disordini psichiatrici dell'intera nazione. Non ci è dato sapere se il monitoraggio sia andato avanti...
Rimane la preoccupazione - non solo degli antipsichiatri - che il grado individuale di aderenza a valori comunitari o maggioritari possa essere usato per determinare il livello di salute mentale della persona. È dura a morire la pericolosa mentalità secondo cui “chi non la pensa come me è matto”. Ne abbiamo avuto prova in Italia quando era capo del governo Berlusconi che più volte, durante i suoi continui attacchi ai magistrati, sosteneva che essi “sono matti, hanno bisogno di una visita psichiatrica periodica”. Grazie all’esistenza della 180 non ha potuto mandarli in manicomio ma è riuscito, con altri mezzi altrettanto efficaci, a imbavagliarli e renderli innocui nei suoi confronti e a ottenere una sfrontata impunità.

1968
e niente fu come prima

Dopo la 180
A parte l’indubbia importanza costituita dal movimento antipsichiatrico di quegli anni e dall’entrata in vigore della legge rimangono aperti alcuni grandi problemi. Secondo Basaglia si doveva andare oltre la chiusura dei manicomi ed affrontare quel disagio sociale attraverso il quale miseria, indigenza, tossicodipendenza, emarginazione, delinquenza, conducono alla follia.
Di strutture alternative (case famiglia...) ne sono sorte pochissime e i malati spesso sono abbandonati a se stessi per la strada delle città o a farsene carico sono le famiglie, in genere disagiate. I malati appartenenti alle classi sociali più agiate, infatti, possono sempre avvalersi di cliniche private.
Inoltre con la legge n. 833 del 23 dicembre 1978, in cui è confluita la legge n. 180, si istituivano le Unità sanitarie locali che, tra le altre competenze, avrebbero quella di provvedere alla prevenzione individuale e collettiva delle malattie psichiche. Ma non sembra che queste ultime svolgano questo compito.
Numerose associazioni di familiari di malati la legge, riconoscono valido il riferimento al territorio come luogo principale di cura e accoglienza della persona affetta da disturbo mentale ma ritengono che la legge vada migliorata e difesa dagli attacchi cui periodicamente è sottoposta (come accade alla 194) come quello, nel 2005, dell’allora ministro della salute Storace che voleva “metterci mano”, sempre in nome di una pretesa sicurezza e tranquillità dei cittadini; o da chi propone un ritorno indietro come alcuni psichiatri propensi a una rivalutazione dell’elettroshock.
Per una rinata esigenza di sorveglianza costante e diretta sui diritti dei pazienti psichiatrici nel l99l è nato a Roma, grazie a Giorgio Antonucci e Alessio Coppola, il Telefono Viola - una linea telefonica contro gli abusi e le violenze psichiatriche (non sempre le regole sul TSO e sulle terapie vengono rispettate: negli ultimi anni, molte persone, in regime TSO, sono morte a causa dell’atroce contenzione cui sono state sottoposte).
Negli anni successivi all’entrata in vigore della legge e l’aumento delle protezioni legali e dei movimenti per i diritti umani e civili hanno contribuito a consolidare la teoria e la pratica antipsichiatrica.
Quest’anno, in occasione dei 40 anni della legge 180, molte sono state le manifestazioni, eventi culturali organizzati in tutta Italia tra i quali un grande convegno a Trieste realizzato in collaborazione con le principali organizzazioni nazionali e internazionali che si occupano di salute mentale. Il Comune e l’università di Genova hanno dedicato un’intera settimana a questo tema con Incontri, convegni, mostre. La FP CGIL ha elaborato un documento nazionale, con la convinzione che “il modo più giusto di celebrare la legge sia continuare l'impegno per attuarla pienamente. Non solo perché la 180 ha cancellato l’impostazione repressiva della psichiatria ma per il contributo fondamentale che essa ha dato per lo sviluppo della democrazia e delle libertà nel nostro Paese”.

1968
e niente fu come prima

AFORISMI PER ANIME ALLEGRE - C'è un solo tipo di successo, fare della propria vita ciò che si desidera (H.D. Thoreau) - La vita, più è vuota, più pesa (A. Allais) - Tanto più grande è il potere, tanto più grande l'abuso (E. Burke) - L'invidia è una confessione di inferiorità (H.de Balzac) - Non con la colelra, col sorriso si uccide! (F. Nietzsche) - Colui che semina delitto e dolore, non può mietere né gioia né amore (Pitagora) - Dopo tutto c'è soltanto una razza: l'umanità ! (G. Moore) - Il povero ruba per fame, il ricco perchè insaziabile; il povero per sopravvivere, il ricco per sopraffare. (F. Collettini) E' l'ignoranza a rendere il mondo cieco (R. Quala) -