#109 - 27 ottobre 2014
AAAAA ATTENZIONE - Cari lettori, questo numero resterà in rete fino alla mezzanotte di venerdi 3 agosto, quando lascerà il posto al numero 224. BUONA LETTURA A TUTTI - ORA, PER VOI AMANTI DEGLI ANIMALI : E' una gran vergogna spargere il sangue e divorare le belle membra di animai ai quali è stata tolta violentemente la vita (Empedocle) - La caccia, se non è per la sopravvivenza, è una forma di guerra (J. W. von Goethe) - L'uomo si differenzia dagli animali perchè è assassino ( E. Fromm) - Torturare un toro per il piacere, per divertimento, è molto più che torturare un animale, è torturare una coscienza ( V. Hugo) - Un gatto non dormirebbe mai sopra un livbro mediocre (H. Weiss) - Il cane è la virtù che, non pogtendo farsi uomo, s'è fatta bestia (V. Hugo) - Se raccoglierete un cane affamato e lo nutrirete non vi morderà, ecco la differenza tra l'uomo e il cane (M. Twain) -
Editoriale

I nostri morti

di Dante Fasciolo

Questo numero del giornale ingloba due festività,
le commemorazioni dei santi e dei martiri e quella dei morti.

Siamo ad un passo dall’alba dell’anno mille
quando si incomincia a celebrare sistematicamente la festa dei morti,
un prolungamento immediato della festa dei santi e dei martiri
che in modo variegato è già presente da secoli:
due ricorrenze contigue per ricordarci
che ognuno di noi può aspirare alla santità.

Senza condizioni? Eh no! Occorre capire.
Spesso a ciascuno di noi capita di perdere un parente,
un amico, un conoscente, qualcuno di cui si ha memoria.
Ma la memoria viene meno se ci riferiamo alla realtà
di milioni di uomini che muoiono ogni giorno nel mondo.
Ignoriamo i loro nomi, è vero, e ignoriamo i loro volti,
ma possiamo dire di ignorare la loro presenza?
e la loro condizione umana?

Morire è l’ultima azione terrena dell’uomo,
e suggella la parabola dell’esistenza individuale.
Chi muore scompare fisicamente, ma restano intatte
tutte le relazioni con gli altri uomini prodotte in vita,
e che continueranno a produrre effetti.

In fondo a questo mio scritto
troverete una fotografia che ha fato il giro del mondo:
medici giapponesi si inchinano
di fronte alla morte di un bambino che non hanno potuto salvare:
un gesto di deferenza alla salma, ma ancor più
un gesto di assunzione di responsabilità.

Ecco la condizione: capire la responsabilità che ci tocca
verso i morti di tutto mondo, che sono nostri morti
perché ciascuno di loro in vita ha contribuito a creare
quell’intreccio sano e guasto, umano e disumano,
con amore o con odio, in pace e in violenza,
vicino e lontano da ciascuno di noi
ma indissolubilmente legato alla nostra personale esistenza.

Rispetto, dunque, di fronte alla morte,
ma consapevolezza e responsabilità di fronte ai morti
perché nessuno possa più dire onoro e prego i miei morti,
perché anche i morti per la nostra negligenza, la nostra ignavia,
la nostra cupidigia, il nostro egoismo,
la nostra indifferenza,
ebbene si! sono i nostri morti.

I nostri morti

PROVERBI ROMANESCHI - Rigalà èmmorto, Donato sta ppe' morì, Tranquillo se lo so n'groppato e Pazienza sta ar gabbio - La farfalla tanto gira al lume finchè s'abbrucia l'ale - Er gobbo vede la gobba dell'antri gobbi ma nun riesce a trovasse la sua - Oro e argento in core, mànneno a spasso fede, speranza e amore - Cent'anni de pianti nun pagheno un sordo de debiti - Qanno te sveji cò quattro palle, er nemico è alle spalle - Non sputà in cèlo che te ricasca 'n bocca! - Mejo puzzà de vino che d'acqua santa -