#196 - 24 giugno 2017
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Cultura e Società

Comitato Capitale Naturale (2017), Primo Rapporto sullo Stato del Capitale Naturale in Italia.

Il capitale naturale italiano

Da questo numero: Capitale Naturale - Introduzione (1.1) del tema.

Il capitale naturale italianoIl capitale naturale italiano

1.1 Valutare il Capitale Naturale: una questione cruciale della nostra epoca
Sin dalle origini lo sviluppo delle società umane è strettamente legato all’utilizzo degli stock di risorse naturali e dei beni e servizi da essi forniti. Si tratta di ciò che oggi definiamo “Capitale Naturale”, e cioè l’intero stock di beni naturali (organismi viventi, aria, acqua, suolo e risorse geologiche) che contribuiscono a fornire beni e servizi di valore, diretto e indiretto, per l’umanità e che sono necessari per la sopravvivenza dell’ambiente stesso da cui sono generati.

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Dall’inizio del ‘900 la popolazione mondiale è aumentata, con un tasso di crescita mai visto nella storia precedente, in un solo secolo di ben 4,5 volte e, per lo sviluppo tecnologico, delle produzioni, dei commerci e dei consumi, il prelievo di risorse naturali è aumentato addirittura di 10 volte, con un ritmo più che doppio di quello dell’aumento della popolazione, configurando un nuovo contesto globale nel quale si moltiplicano le pressioni sul Capitale Naturale.
L’aumento della concentrazione di gas che incrementano l’effetto serra in atmosfera, che ha raggiunto i livelli più elevati degli ultimi 800.000 anni, ha avviato un cambiamento climatico che sta, inoltre, generando ulteriori rilevanti impatti sul Capitale Naturale, destinati ad aggravarsi e, se non dovessero intervenire efficaci e tempestive nuove politiche e misure di mitigazione, a produrre esiti drammatici. Nel corso dell’ultimo secolo l’impatto, l’estensione e la scala raggiunti dalle pressioni umane nei confronti della biosfera sta alterando numerosi e importanti ecosistemi in tutto il mondo, provocando una situazione di crisi delle dinamiche della stessa biosfera che può generare significative ripercussioni su tutte le società umane.
La gravità di questa situazione complessiva obbliga la politica a riflettere sull’insostenibilità dei meccanismi che hanno governato sino ad ora le nostre società.

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Il non aver attribuito un ruolo adeguato nei processi economici al capitale fondamentale che consente alla specie umana di perseguire il benessere dei singoli e il progresso delle società, cioè il Capitale Naturale, costituito dalla ricchezza della natura e della vita sul nostro pianeta, rappresenta oggi un problema prioritario della politica.
Tale sottovalutazione dipende anche dal fatto di non aver fornito, nell’ambito dei sistemi contabili e statistici con i quali si valutano le performance delle imprese, delle società, dei sistemi economici, ecc., un “valore” ai sistemi idrici, alla rigenerazione del suolo, alla composizione chimica dell’atmosfera, alla ricchezza della diversità biologica, alla fotosintesi, solo per fare qualche esempio, fenomeni rispetto ai quali le nostre società presentano ormai pesanti deficit.
Se, infatti, nel 1826 Melchiorre Gioia, nella sua Filosofia della Statistica, elencava, in ordine di priorità logica, l’ambiente come primo argomento di cui la statistica doveva occuparsi (definito come “topografia” e articolato in “terracquea”, “idraulica” e “atmosferica”) “che agisce sulla salute di tutti gli abitanti”, è con l’invenzione della contabilità nazionale moderna e del PIL, negli anni ’30 del secolo scorso che la misurazione dei fenomeni economici diviene predominante e funzionale ad una specifica impostazione culturale e politica.
E’ ormai evidente a tutti che la vera sfida per il futuro dell’umanità, una sfida senza precedenti nella nostra storia, è quella di adottare nuovi modelli di sviluppo ambientalmente e socialmente sostenibili.
Non a caso la Convenzione sulla Biodiversità, sin dal 1992 ha evidenziato che per conservare la biodiversità è essenziale che si creino le condizioni capaci di favorire una equa ripartizione delle risorse a livello globale. Concetto ripreso recentemente nel “Trattato di Nagoya” e nell’Enciclica “Laudato si’ ” di Papa Francesco.

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Riuscire a garantire agli attuali 7,4 miliardi di esseri umani (che, secondo la variante media dell’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sulla popolazione, si prevede saranno 9,7 miliardi nel 2050) energia, materie prime, cibo, acqua, case, infrastrutture, lavoro, equità e giustizia, mantenendo i delicati equilibri dinamici della biosfera, (1 Vedasi United Nations, World Population Prospects, the 2015 Revision e https://esa.un.org/unpd/wpp) grazie alla quale esistiamo, e dalla quale dipendiamo, richiede capacità innovative, creative, anticipative che mai abbiamo sinora sperimentato nella storia dell’umanità.
Infatti, come confermato dalla ricerca scientifica su questi temi, non è possibile avviare percorsi di sostenibilità dei nostri modelli di sviluppo se non manteniamo sani, vitali e resilienti i sistemi naturali dai quali deriviamo e proveniamo e che ci consentono di respirare, di bere, di alimentarci, di utilizzare tutte le risorse e l’energia di cui abbiamo bisogno per vivere.

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E’ quindi indispensabile fare in modo che lo sviluppo dell’umanità si collochi in uno “spazio sicuro” (Safe and Operating Space) di utilizzo dell’energia e delle risorse, mantenendosi nei limiti biofisici del nostro Pianeta e garantendo i bisogni fondamentali per ogni essere umano, con equità e giustizia sociale (Steffen et al., 2015; Rockstrom e Klum, 2015).
Modificare concretamente le scelte individuali e collettive a favore di uno sviluppo sostenibile richiede, tra le altre cose, una conoscenza molto più dettagliata delle diverse dimensioni del “Capitale Naturale” e della sua evoluzione nel tempo.
La conoscenza strutturale e funzionale, molto diffusa nella civiltà contadina del secolo scorso, è oggi patrimonio di pochi. Si è persa la cultura naturalistica ed ecologica di base e pertanto la conoscenza e la valutazione del Capitale Naturale divengono elementi ancor più essenziali per promuovere insieme un recupero culturale e nuove politiche capaci di favorire nuove forme di sviluppo sostenibili. Il primo Rapporto internazionale sullo stato di salute degli ecosistemi della Terra, che ha visto un lungo lavoro durato più di 5 anni di prestigiosi studiosi di scienze naturali e di scienze sociali, sotto l’egida delle Nazioni Unite, è stato pubblicato in 5 volumi nel 2005 con il titolo, non a caso, di “Ecosystems and Human Well-being” (MEA, 2005).

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Sin dalle prime righe della Sintesi, il Rapporto ricorda non solo che ciascuno di noi dipende per la propria esistenza, dagli ecosistemi presenti su questa Terra e dai servizi che essi forniscono, ma anche che questi ultimi non sono adeguatamente valutati nelle contabilità economiche e sono trascurati in molte scelte politiche.
I dati in esso presentati mostrano come, negli ultimi 50 anni, gli esseri umani abbiano cambiato profondamente e rapidamente in peggio gli ecosistemi e come questa trasformazione dello stato del nostro pianeta stia contribuendo alla grave perdita che stiamo subendo nel nostro benessere e nel nostro sviluppo economico.
Il legame esistente tra la vitalità e la resilienza dei sistemi naturali e il benessere umano è quindi ben documentato e continua ad essere oggetto di numerose analisi e ricerche interdisciplinari.
Inoltre i danni prodotti hanno importanti implicazioni etiche sul ruolo e i diritti degli individui attualmente in vita nei confronti del mantenimento del capitale naturale, rispetto al benessere delle generazioni future che hanno il diritto di attendersi un’eredità, nella forma del lascito del capitale naturale, di quello fisico e di quello umano, che possa consentire loro di raggiungere un livello di benessere almeno non inferiore a quello goduto dalla generazione precedente.

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Anche l’importante programma internazionale TEEB (The Economics of Ecosystems and Biodiversity), patrocinato dalle Nazioni Unite, i cui rapporti conclusivi sono stati pubblicati nel 2010 (TEEB, 2010; www.teebweb.org), ha sottolineato come il benessere di qualunque popolazione umana dipende fondamentalmente e direttamente dagli stock e dai servizi degli ecosistemi presenti sul nostro pianeta che di fatto costituiscono il fondamento della nostra attività economica, della nostra qualità della vita e della coesione sociale. Il TEEB sottolinea che il modo in cui organizziamo le nostre economie purtroppo non riconosce la natura di dipendenza di questo rapporto. Se, dunque, la perdita della biodiversità e degli ecosistemi minaccia seriamente il corretto funzionamento della complessa biosfera in cui viviamo e, contestualmente, minaccia le nostre economie ( Vedasi, ad esempio, il sito del più grande programma mondiale di ricerca sui cambiamenti globali, Future Earth, www.futureearth.org, e, tra gli altri, Steffen et al. (2004) e Schmitz (2017). Ad esempio, la disponibilità di cibo, l’approvvigionamento di acqua dolce, la regolazione del clima, la rigenerazione del suolo e la sua fertilità, nonché le condizioni fondamentali del nostro benessere, quali la bellezza, la spiritualità, la serenità, la salute fisica e psichica, ecc.
Basti qui citare, ad esempio, International Social Science Council e UNESCO (2013); UNDP (2014); Folke (2016)
e le nostre società, è evidente che è molto importante iniziare seriamente a considerare il Capitale Naturale nei sistemi contabili e nelle decisioni politiche che sovrintendono al funzionamento anche dei sistemi economici.

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Oggi in Italia il Capitale Naturale non è soggetto ad una contabilità “ufficiale” ed estesa. Solo alcune componenti sono misurate in termini fisici, spesso in termini solo di flusso (come nel caso dei flussi di materia utilizzati nelle attività economiche). Queste misurazioni fisiche, fondamentali, vanno estese. Una sottovalutazione o, addirittura, l’assenza di una misurazione, del valore del Capitale Naturale e dei servizi da esso forniti, può essere rischiosa: può comportare scelte sbagliate con rilevanti costi, diretti e indiretti, non solo immediati, ma a medio e lungo termine, non solo ecologici, ma sociali ed economici. Una valutazione, fondata su conoscenze e analisi scientifiche solide, costituisce una base indispensabile per le scelte, per le politiche e le misure lungimiranti, in grado di tenere conto dei costi dei rischi e dei danni recati al Capitale Naturale, della loro prevenzione e/o riparazione ed anche di tutti i numerosi benefici da esso generati, nonostante tale valutazione possa essere solo una misura parziale di tutto il benessere che gli elementi della natura producono sull’uomo.
Tale valutazione richiede il supporto di sistemi contabili e statistici adeguatamente attrezzati, a livello centrale e regionale che invece sono oggi da rafforzare. I sistemi di contabilità pubblica più ampiamente utilizzati, a partire da quelli relativi al PIL, sottovalutano, per loro natura parte del valore del flusso di Servizi Ecosistemici generati dal Capitale Naturale. Queste carenze, ormai ampiamente affrontate in diversi Paesi, vanno superate.
Considerare il valore del Capitale Naturale è alla base anche degli obblighi morali che abbiamo nei confronti delle generazioni future e della necessità di un contratto sociale intergenerazionale che garantisca nel futuro le stesse opportunità disponibili nel passato e nel presente. (continua)

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Una pietra può tornire una pietra se la muove la mano dell'amore (H. von Hofmaansthal) - L'amore è la più saggia delle follie (W: Shakespeare) - Colui che è contento di se stesso, ama l'umanità (L: Pirandello) - Non si è perduto niente se ci resta l'amore (Parafrasando F: Voltaire) - Non c'è amore sprecato (M: de Servantes) - Ama e fa ciò che vuoi (Sant'Agostino) - Si vive solo il tempo in cui si ama (C.A. Helvetius)