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Costume e societÀ 

Il mondo del Tango

Interpretato dalle opere pittoriche
del M. Massimo Pennacchini

"Il tango è un pensiero triste espresso in forma di danza". Ma il tango non è solo un pensiero... è un'emozione, una sensazione, un enigma. È una danza, non solo del momento, ma della potenzialità del momento.

Ecco perché il tango è divenuto un completo fenomeno culturale – ballo, musica, canzone, poesia, linguaggio, cinema – e per queste ragioni attrae tanta gente.

Anche se sul tango sono molte le cose che vengono discusse e messe in dubbio, è generalmente accettato che il tango nasce sulle rive del Rio de la Plata, alla fine del XIX secolo. Quindi la paternità del tango viene divisa tra Argentina e Uruguay.

Essendo un fenomeno d’origine popolare e quindi di natura evolutiva, risulta impossibile datarne la nascita con certezza.

La società in cui nasce il tango è divisa tra bianchi, che ascoltavano e ballavano habanera, polka, mazurca e valzer, e negri, che rappresentavano un 25% della popolazione di Buenos Aires e si muovevano al ritmo del candombe, una forma di danza in cui la coppia non si abbracciava e ballava marcatamente sulle percussioni e non sulla melodia.

Musicalmente, il tango denota intrecci con l’habanera ispano-cubana derivanti dai contatti dovuti al traffico mercantile tra i porti di lingua spagnola dell’Avana (Cuba) e Buenos Aires (Argentina).

All’inizio il tango fu solo un modo di interpretare melodie già esistenti, modo sul quale andarono creandosene altre nuove. All’epoca non si poteva contare sulla trascrizione musicale, perché né i creatori né gli interpreti sapevano scrivere o leggere musica. Di fatto, col passare degli anni, alcuni dei primi tango verranno trascritti da furbi personaggi, che sapendo scrivere musica, registreranno a proprio nome i diritti di molti brani famosi, approfittando dell’ingegno altrui e lucrandone un profitto. A questo punto è logico cominciare a chiedersi da dove ha origine il suo nome. È una bella domanda, ma non vi è una risposta certa.

Nella Spagna del XIX secolo si utilizzava la parola tango per uno strumento tipico del flamenco; geograficamente parlando, troviamo in Africa molti toponimi con questo nome; in alcuni documenti coloniali spagnoli si usa il vocabolo per riferirsi al luogo in cui gli schiavi negri celebrano le loro riunioni festive... c’è chi dice che l’origine potrebbe derivare dall’incapacità dei popoli africani di pronunciare la parola “tambor” (tamburo) che si sarebbe trasformata in tango. La mancanza di documentazione scritta farà sì che la domanda resti per sempre senza una risposta. È invece possibile parlare dello scenario che ha visto la sua nascita.

Verso la fine dell'Ottocento, sbarcarono nei porti sudamericani del Rio de la Plata, in fuga da guerre e carestie, ondate di emigranti italiani, francesi, ungheresi slavi, arabi, ebrei... e di altre nazionalità.

Carichi di speranze e aspettative, cercavano una nuova vita nella "Terra d'Argento", l'Argentina. Tutti concorrevano a formare un’enorme massa operaia spaesata, povera, con scarse possibilità di comunicazione dovute alla barriera linguistica e prevalentemente maschile; questi uomini in cerca di fortuna erano talmente tanti che, a un certo punto, la popolazione maschile di Buenos Aires arriverà a toccare la percentuale del 75%, rompendo il normale equilibrio tra i sessi. Convivevano in squallidi appartamenti in quartieri costruiti dal nulla, detti '"Orilla", creando quella miscela unica e irripetibile di tradizioni etniche e culturali che è diventata l'ingrediente magico di un processo creativo complesso.

Le cifre parlano: l’Argentina passò dall’avere 2 milioni di abitanti nel 1870, ad averne 4 milioni solo venticinque anni più tardi. La metà della popolazione era concentrata a Buenos Aires, dove la percentuale degli stranieri toccò punte del 50% e dove arrivavano anche gauchos e indios provenienti dall’interno del paese.

In questo quadro, non è né difficile, né strano trovare uomini che ballano tra di loro, naturalmente non il tango che come lo conosciamo noi ora! Era, anzi, considerato immorale se ballato in pubblico da coppie miste, anche per l’evidente allusione all’atto sessuale che le figure richiamavano.

Dalla sua misera culla all’incoronamento come ballo principe nei Saloni del mondo occidentale, il tango percorse un curioso cammino d’andata e ritorno tra il Nuovo e il Vecchio Continente, con una tappa decisiva e brillante a Parigi.

Come arrivò lì? Anche su questo punto le risposte sono varie e pittoresche. La realtà sulla sua diffusione, come sulla sua nascita, è molto complessa e soprattutto dovuta ad una pluralità di fattori.

Gli uomini della Buenos Aires “bene” non avevano scrupoli a recarsi nei sobborghi per divertirsi, ballare, e, di pari passo, accompagnarsi alle “fanciulle” che circuivano o da cui si lasciavano circuire... e per avvicinarsi alla donna sconosciuta, niente è meglio del tango. Risulta evidente, con questi presupposti, che il tango non era considerato accettabile negli ambienti “bene” e per questa ragione restò per parecchi anni come qualcosa di marginale e legato ai bassifondi.

I detrattori del tango spuntarono ovunque e furono perfino personaggi illustri e famosi:

Papa Pio X lo proscrisse, il Kaiser Guglielmo II lo proibì ai suoi ufficiali, e la famosa rivista spagnola “La Ilustración Europea y Americana” parlò di “un indecoroso e in tutti i sensi riprovevole tango, grottesco insieme di ridicole contorsioni e ripugnanti attitudini, che non possono essere né eseguite, né guardate da chi ha rispetto della decenza personale. Allo stesso modo si esprimevano pubblicazioni inglesi, tedesche, e alcune anche francesi.

Nonostante tutto, la reazione tradizionalista e censuratrice arrivò a giochi fatti: ormai il tango aveva trionfato!

Gli strumenti del tango

In origine il tango è sola musica per accompagnare la danza. Il “conjunto” tipico è un trio di flauto, arpa, violino, (l’arpa è di tipo diatonico, tipica degli indios del Paraguay) oppure flauto, chitarra e violino, o anche clarinetto, chitarra e violino. Gli strumenti sono trasportabili, adatti sia a feste che a ritrovi di strada o di cortile. I musicisti suonano ad orecchio e spesso improvvisano. Purtroppo è per questo che le arie del primo periodo sono andate in gran parte perdute.

Pur essendo una musica molto sincopata, non utilizza strumenti a percussione ed anche gli altri strumenti utilizzati vengono suonati in modo del tutto particolare per dare forti accenti di battuta e segnature ritmiche. La sua struttura armonica, però, è tipicamente italiana.

Il bandoneón, che tutti ormai associano al tango, è uno strumento che è stata usato successivamente e che poco a poco ha sostituito lo strumento a fiato. Gli argentini lo chiamano amichevolmente “fueye” (mantice).

Da quel momento il bandoneón è considerato il cuore della musica del tango. È stato affermato che bandoneón e tango sono la stessa cosa. Si attribuisce, infatti, al bandoneón la definitiva sonorità del lamento che caratterizza il tango.

Impose al tango la sua definitiva forma complessa, integrando la melodia in una base simultaneamente ritmica e armonica, complessità che verrà rafforzata più in là quando il piano arriverà a sostituire la chitarra.

Forse nella musica occidentale ci sono pochi strumenti identificati fortemente con un genere musicale specifico, come lo è il bandoneón con il tango. L’ironia del destino ha voluto che la sua creazione avesse come scopo la musica sacra. Nacque, infatti, intorno al 1830 in Germania con lo scopo di sostituire l’organo nelle funzioni religiose che si tenevano all’aperto. Sul nome dell’inventore ci sono molte incertezze, ma non è così però sul nome dell’industriale che ne cominciò la produzione.

Gli storici concordano infatti con il cognome di un tale Band, da cui il nome bandoneón.

Tante le leggende che spiegano come questo strumento arrivò sulle rive del Rio de la Plata, ma certezze nessuna.

Bandoneon

Parliamo dello strumento.

Per la meccanica appartiene alla famiglia delle fisarmoniche, ma per il suono è molto legato alla famiglia dei legni (oboe, clarinetto).

È una sorta di fisarmonica di legno con dei fori la cui apertura o chiusura con i polpastrelli produce le note, e che ha la caratteristica di cambiare la nota a seconda se il mantice viene compresso o invece dilatato.

È uno strumento impopolare in quanto di complessa digitazione.

Inoltre quando arrivò a Buenos Aires, non aveva certo allegate le istruzioni per l’uso, né esisteva un metodo per imparare a suonarlo.

Nella sua atipicità sta però tutta la sua forza: se i musicisti rioplatensi avessero cercato la semplicità nell’esecuzione avrebbero potuto far uso della fisarmonica; ma cercavano di esprimere tutto quello che c’è nel profondo dell’anima e il bandoneón era ed è lo strumento giusto.

La lista degli interpreti è lunga: citiamo solo Sebastian Ramos Mejia, come capostipite, e il famoso maestro Pedro Mafia, che crea un modo di suonare unico, mettendo insieme tradizione popolare e mitologia di conservatorio. Centinaia di bandoneonisti sono passati per la storia del tango nel suo secolo di vita, ultimo in ordine di apparizione Astor Pantaleon Piazzolla, a cui si deve l’ultima grande rinascita del tango e del bandoneón.

Quando dalle strade e dai bordelli, nei primi del ‘900, arriva finalmente nei teatri e nei caffè, si impone il trio bandoneón – violino – pianoforte.

Man mano che il genere evolve, l’orchestrazione diviene più ricca. Si passa a 6 elementi: 2 bandoneones, 2 violini, un pianoforte e un contrabbasso.

Sempre più strumentisti e direttori colti musicalmente si avvicinano al tango, quasi sempre italiani. Proviene dai fratelli De Caro un’ondata innovativa che si esprimerà nell’uso di contrasti dinamici, fantasie contrappuntistiche, brillanti trovate esecutive, come l’effetto carta vetrata (effetto lija), fischi, risate, ecc.

Sempre di un italiano è l’introduzione dell’uso di un cantante che interviene solo nel ritornello (estribillista) e via di seguito, fino ad arrivare al tango da noi attualmente conosciuto.

I testi del tango e il lunfardo

Nei vicoli dell'Orilla, i nuovi Argentini condividevano un destino di disillusione e disperazione, e, ben presto, prese forma una speranza comune rappresentata da una volontà di fuga, sia pure soltanto momentanea, dall'oppressione. Questo sentimento forte venne espresso in canzoni, cantate in "Lunfardo", il dialetto degli emarginati, sorta di lingua comune fortemente influenzata dal Francese e dall'Italiano.

Il lunfardo è inseparabile dal tango. Se anche può esserci maggiore o minore presenza del lunfardo in un testo, è lo stile e la sonorità del lunfardo rioplatense che lo caratterizza.

Il lunfardo non è solo un gergo formato da migliaia di parole uniche, ma è essenzialmente uno stile linguistico, una forma di parlare, un poco esagerata, in cui vengono riconosciuti in tutto il mondo argentini ed uruguayani. Il tango è uno stile musicale costruito sul modo di parlare del popolino; il lunfardo, parlato nei ghetti, è la voce dei sobborghi.

Come in nessun altro luogo, il lunfardo esprime la fusione migratoria che originò la società rioplatense espressa dal tango. Parole africane, italiane, aymará, mapuche, ebree, gitano-spagnole, galleghe, quechua, arabe, guaranì, polacche, portoghesi, inglesi, si mescolano nell’uso quotidiano senza che ci sia coscienza delle loro origini. Il lunfardo era ed è ancora oggi un linguaggio occulto-metaforico costruito nell’ambito di una dinamica fra la società carceraria, i giovani e il mondo del lavoro. Il lunfardo è una birichinata lessicale.

Il lunfardo fu perseguito in Argentina e messo in discussione da alcuni accademici della Real Academia Española. Durante la dittatura uscì addirittura una circolare che sanzionava e censurava i tango che contenevano parole in lunfardo e per questa ragione molti testi vennero riscritti. Tra il 1966 e il 1970 il lunfardo sparì virtualmente dal tango e dalla musica popolare.
Dopo di che, il lunfardo registrò una notevole rinascita.

Attualmente, il lunfardo gode di una grande vitalità, essendo stato adottato e riformulato dalle nuove generazioni, ed è in parte per questa ragione che il tango si è inserito nei ritmi moderni.

Dicevamo che le canzoni cantavano la tristezza delle persone, ma anche la loro felicità e le loro gioie. Cantavano la nostalgia e la distanza, ma anche le speranze e le aspirazioni.

Cantavano la solitudine, ma anche la lealtà e la fratellanza nell'avversità. Il “sobborgo” (el arrabal) diventa la musa ispiratrice, il luogo d’appartenenza che non si deve abbandonare, tradire, né dimenticare. E, sopra ogni cosa, il “tanghero” è un uomo o una donna “del barrio”. Il tango arriverà a costruire una cultura del sobborgo e a darle personalità. La città del tango è una città vissuta nei bassifondi e la canzone, come in tante altre parti del mondo, diviene la consolazione in musica dell'uomo.

Con l'introduzione dei particolari timbri musicali del bandoneón, il Tango venne a perdere la sua apparenza di gioiosità per acquisire una sonorità più corposa e accorata che meglio andava a descrivere le emozioni che la canzone voleva esprimere. Il tango divenne intenso, drammatico, malinconico.

Nel corso del XX secolo, il tango sviluppò i suoi componenti di base come un’espressione artistica fortemente relazionata con le problematiche dell’uomo contemporaneo. Quest’unione tra elementi marcatamente esistenziali e metafisici, fa di questa danza o di queste canzoni un’espressione artistica unica al mondo. Non dimentichiamo che sono state create anche opere in poesia e prosa tanguera o lunfarda, create senza l’intento di formare parte di una canzone, ma fine a se stesse.

Il ballo

Non è d’apprendimento immediato, e per ballarlo non basta salire in pista e seguire il ritmo, né è sufficiente accompagnarsi ad un partner che già lo conosca e “farsi portare”. Si tratta, oltre che di tecnica, di un vero e proprio esercizio di concentrazione. Il tango è un ballo totalmente libero, privo di coreografie predefinite.

Mentre le altre danze si fondano su una figura base, da ripetere alternandola a qualche occasionale variante, il tango è del tutto privo di schemi ripetitivi. La posizione di ballo è un abbraccio frontale asimmetrico in cui l'uomo con la destra cinge la schiena della propria ballerina e con la sinistra le tiene la mano, creando quindi una maggiore distanza tra la spalla sinistra dell'uomo e la destra della donna.

Poche regole semplici dettano i limiti dell'improvvisazione: l'uomo guida, la donna segue. Fondamentalmente è l'uomo che chiede con un linguaggio puramente corporeo alla propria ballerina di spostarsi. La “salida basica” è solo una combinazione di passi che si utilizza per imparare a ballare, mentre le figure classiche vengono continuamente assemblate, sospese, frammentate e ricombinate in un’unica caleidoscopica figura che non si ripeterà mai uguale.

Le coppie non procedono mai in modo tra loro coerente: ognuna segue di volta in volta direzioni diverse (e la necessità di evitare collisioni impone ulteriormente di decidere all’istante il passo da eseguire) anche se viene complessivamente mantenuta una lenta rotazione in senso antiorario.

Il tango è un linguaggio con cui esprimersi. Per chi balla il valzer o la polka, la musica è un supporto ritmico, e la melodia, un accompagnamento; un brano o un altro, un interprete o un altro vedono i ballerini eseguire sempre gli stessi movimenti.

Ma le melodie del tango sono così ricche di differenti coloriture musicali, gli stili interpretativi e gli impasti strumentali così diversi, la poetica dei testi così mutevole, che passare da un brano all’altro (o anche solo da un esecutore all’altro dello stesso brano) significa entrare in una condizione mentale nuova, ispirando un portamento e uno stile che non è mai lo stesso.

Nelle scuole di tango di Buenos Aires spesso il maestro assegna a ciascun allievo/a una condizione interiore (allegro, innamorato, indifferente, annoiato, arrabbiato...), quindi fa ballare tutti, dopodiché invita ciascuno a indovinare lo stato d'animo del partner con cui ha appena ballato: se molti hanno percepito l'emozione dell'altro significa che, al di là della correttezza tecnica dei passi, si è appreso quell'affascinante linguaggio che è il tango, definito dai vecchi maestri “el idioma del brazo” (il linguaggio del braccio). Quindi non serve a nulla una tecnica perfetta, o una sincronizzazione perfetta, quando l’espressione facciale dei ballerini non trasmette sentimenti. Tutto in questa danza è unito, gli sguardi, le braccia, le mani, ogni movimento del corpo deve accompagnare la cadenza del tango e ciò che i ballerini stanno vivendo: un romanzo di tre minuti, tra due persone che si conoscono da poco e probabilmente non hanno una relazione amorosa nella vita reale.

Il tango trascende e arriva al cuore di chi sta ammirando i ballerini, grazie ai sentimenti che essi mettono nel ballo e ovviamente alla qualità delle coreografie. Ogni strofa musicale, ogni passaggio, ogni tango ha momenti diversi, non si può ballare un tango completo seguendo uno stile di condotta identico per tutta la melodia. Ci sono momenti tristi, allegri, sensuali, o euforici, finali silenziosi o grandiosi, musica in crescendo o in calando: esprime solo sentimenti e questo è ciò che i ballerini devono trasmettere ai propri piedi e a tutto il corpo perché arrivino a noi.

Il luogo dove si balla il tango argentino è chiamato Milonga, talvolta Tangueria. Uno degli artisti più accreditati di questi ultimi 20 anni è il grande Miguel Ángel Zotto e magnifico è il lavoro d’insegnamento e di divulgazione che ha svolto durante gli anni della sua carriera.

Non dimentichiamo che lo spirito del tango risiede da qualche parte dentro di noi. Lasciamolo nella sua vera forma e diamoci la possibilità di essere sedotti una volta di più dal suo fascino.


Ti auguro la felicità di fare quello che fai nel migliore dei modi. Di correre il rischio di tentare, di correre il rischio di donare, di correre il rischio di amare (Pam Brown) - L’uomo rimane importante non pertchè lascia qualcosa di sé, ma perché agisce e gode, e induce gli altri ad agire e godere (Goethe) - Non saltando, ma a lenti passi si superano le montagne (San Gregorio Magno) - L’aquila vola sola, i corvi a schiera; lo sciocco ha bisogno di compagnia, il saggio di solitudine (Johann Ruckert) - non c’è gioia nel possesso di un bene se non viene condiviso (Seneca)