A centodieci anni dalla nascita, il fotografo svizzero torna al centro di una riflessione sul val-ore dell’immagine:
tra reportage, memoria e responsabilità, una mostra indaga il rapporto tra chi guarda e ciò che viene guardato
Werner Bischof
Fotografare significa scegliere: la lezione di Werner Bischof in mostra a Milano
di Margherita Artoni per Exsibart

-Werner Bischof, 20-year-old Michiko JINUMA, a fashion student on her way to town, Tokyo, Japan, 1951. copyright Werner Bischof Magnum Photos
Nell’epoca della proliferazione incontrollata delle immagini, fotografare significa scegliere cosa meriti di essere visto e in quale modo. La fotografia contemporanea attraversa una crisi dello sguardo: l’eccesso rischia di indebolire la capacità di osservare, comprendere e stabilire una relazione con ciò che appare. In questo spazio critico, Werner Bischof torna come un autore necessario, capace di interrogare il rapporto morale tra chi guarda e ciò che viene guardato.

La mostra Werner Bischof. Point of View, al Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano, a cura di Marco Bischof, Andréa Holzherr e Tania Kuhn, a centodieci anni dalla nascita del fotografo svizzero presenta duecento fotografie vintage originali, provini a contatto, materiali d’archivio e un documentario. L’esposizione segue il percorso di un autore che ha trasformato il reportage da semplice registrazione degli eventi in una pratica fondata sull’attenzione, sull’ascolto e sulla responsabilità.

-Werner Bischof, Farmer shading himself as he looks after his grazing cows, Cambodia, 1952 © Werner Bischof / Magnum Photos
Membro di Magnum Photos dal 1949, Werner Bischof (Zurigo, 1916 – Trujillo, Perù, 1954) appartiene alla generazione che ha ridefinito la fotografia documentaria dopo la Seconda guerra mondiale. La definizione di fotografia umanista, spesso associata al suo lavoro, descrive solo una parte della sua opera: il fulcro della sua ricerca è l’incontro tra il fotografo e la persona rappresentata. Come ha evidenziato Susan Sontag nella sua riflessione sulla fotografia, ogni immagine implica una scelta: ogni inquadratura assume una posizione. Bischof costruisce il proprio linguaggio a partire da questa consapevolezza. Il suo sguardo attraversa la realtà senza trasformarla in spettacolo, lasciando emergere la complessità dei soggetti ritratti.
Nel secolo delle guerre e delle grandi trasformazioni geopolitiche, Bischof elabora un modo alternativo di raccontare l’evento. Le fotografie dell’Europa devastata dal secondo conflitto mondiale e i reportage realizzati in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina compongono un archivio del Novecento attraversato da incontri individuali. La povertà, il conflitto e il cambiamento sociale diventano condizioni da comprendere attraverso volti, gesti e presenze.

-Werner Bischof, Junks in the Port of Kowloon, Hong Kong, 1952 © Werner Bischof / Magnum Photos
La mostra, articolata nelle quattro sezioni cronologiche – Svizzera 1932-1945, Europa 1945-1948, Asia 1949-1953, Nord e Sud America 1953-1954 – segue la formazione di un linguaggio maturato tra cultura artistica e pratica documentaria. Gli studi alla Scuola di Arti e Mestieri di Zurigo, il confronto con la fotografia moderna e la rigorosa ricerca compositiva accompagnano ogni fase del suo percorso.
Se August Sander ha costruito un atlante dell’umanità, Walker Evans una grammatica della realtà sociale e Henri Cartier-Bresson una filosofia dell’istante, Bischof ha costruito un’etica della presenza. Cartier-Bresson individuava nel momento decisivo la coincidenza tra forma e realtà; Bischof cercava il tempo necessario perché una persona potesse emergere nella propria complessità. La precisione compositiva, l’equilibrio delle geometrie e il controllo del bianco e nero diventano strumenti per restituire profondità a ciò che viene rappresentato.
Famine in Bihar, India (1951), realizzata durante il reportage sulla carestia indiana per la rivista Life, è una delle immagini più significative della sua poetica. La fame emerge attraverso il silenzio dei corpi e la sospensione dell’attesa; la sofferenza viene affidata alla partecipazione dello spettatore. In Steelworks Woman with Baby and Basket (1951), la lavoratrice delle acciaierie di Jamshedpur con il figlio davanti al paesaggio industriale concentra il rapporto tra individuo e modernizzazione. L’immagine mette in dialogo tradizione e sviluppo, fragilità personale e trasformazione economica, superando la semplice descrizione sociale. Con Flute Player on His Way to Cuzco, Peru (1954), realizzata durante l’ultimo viaggio in Perù, il reportage raggiunge una dimensione antropologica e poetica. Il musicista appare legato al proprio territorio e, allo stesso tempo, diventa figura universale della memoria culturale.

-Werner Bischof, Children waiting for the arrival of Emperor Hirohito, Hiroshima, Japan, 1951 © Werner Bischof / Magnum Photos
Prima dello scatto viene l’osservazione. I diari, gli appunti e i disegni preparatori mostrano un metodo fondato sull’attesa e sull’ascolto: l’immagine nasce da un processo di avvicinamento progressivo a luoghi, culture e persone. L’ingresso in Magnum Photos nel 1949 assume quindi un significato preciso. Accanto ai grandi protagonisti del reportage internazionale, Bischof rappresenta una concezione della fotografia fondata sulla consapevolezza dello sguardo e sulla cura verso il soggetto rappresentato. In un presente dominato dalla circolazione incessante delle fotografie, Werner Bischof ricorda che vedere richiede un passaggio ulteriore: comprendere. L’immagine mantiene la propria forza quando non si esaurisce nella superficie, ma apre uno spazio di attenzione e di pensiero.
La morte sulle Ande peruviane nel 1954, a soli trentotto anni, interrompe un percorso ancora in sviluppo. Rimane una domanda centrale per la fotografia contemporanea: quale responsabilità accompagna il gesto di rendere visibile una vita? Werner Bischof ha dimostrato che fotografare significa assumere una posizione davanti al mondo. La sua eredità più attuale non è soltanto un insieme di immagini, ma un metodo dello sguardo: lento, consapevole, fondato sulla convinzione che ogni fotografia sia anche una forma di relazione.