Sono le 2.30 del 7 maggio. La notte è stellata. Fa caldo.
La tragedia interpretata dal friulano Arrigo Poz
Gemona : 50 anni


Volevo vedere le città morte al tramonto. Negli occhi avevo le immagini della distruzione e stentavo a inoltrarmi sul sentiero della speranza, perchè i volti della gente che stava in fila davanti alla tenda dove si distribuiva la minestra mi sembravano tutti uguall.
Pensavo che chissà per quanto tempo non ritroveranno espressione.
Al tramonto, fa ancora più male, e lo sapevo,
assistere alla conta dei morti.
In tutto il Friuli ce ne sono quasi mille. Non tutti riavranno un nome, nè tutti potranno essere sottratti all'indegna sepoltura delle macerie per riceverne un'altra, non meno assurda, in un camposanto.
Eppure già stiamo pensando al domani.
E l'istinto della sopravivenza, al quale inconsciamente ci aggrappiamo, nell improbabile convincimento che a tutto si possa - o si debba - porre rimedio, anche a drammi di questa smisurata grandezza.
Giorni e notti si susseguono con l'alternarsi della speranza e della rassegnazione.
Il buio accresce la paura, il chiarore del sole è una lama che taglia l'anima.


Crolli, smottamenti incendi i paesetti dei film sono foglie secche di un albero che un gigante indomabie continua a scuotere Il numero dei morti cresce, come la paura dei vivi.
Che brutto destino. E non c'è niente da fare, non c e forza che vi si passa opporre, se non quella di un fatalismo che ormai appare disumano.
Povera gente friulana, che gente!
La pioggia intralcia le ricerche dei dispersi, rallenta lo sgombero delle macerie e quindi il disseppellimento dei morti, complica le operazioni di soccorso e affievolisce le poche residue forze nell'animo dei superstiti.
Ma si scava, si scava. E si trova. E si dovrà scavare ancora a lungo.
I sopravissuti non vogliono allontanarsi dalle loro case e neppure dalle macerie. Che cosa li trattenga, lo si legge sui loro volti, non occorre che parlino.
Ognuno ha il suo dramma e per molti esso non ha ancora avuto un epilogo, per quanto crudele. Qui proprio si vede quanto la speranza (almeno quella!) sia dura a morire


l'uomo non conosce neppure la sua ora:
simile ai pesci che sono presi dalla rete fatale
e agli uccelli presi
al laccio,
l'uomo è sorpreso dalla sventura che improvvisa si abbatte su lui.
(Qoèlet 9,12.)


Sono le 2.30 del 7 maggio. La notte è stellata. Fa caldo.
Poco dopo l'una e trenta la terra ha tremato di nuovo, un sussulto abbastanza violento, ma meno forte di quelli delle 21
Le strade, le piazze, i giardini di Udine in un baleno si sono riempiti di gente.
•Che facciamo? Cosa sarà successo? Tornerà?».
Nessuno dava risposta, ma le domande si ripetevano, come se la paura stesse spingendo la gente sul primo gradino della follia.
La luce livida dell'alba rischiarerà un triste scenario.
Questa era Gemona. Gemona addio.
Non c'è più il castello, non c'è più il duomo, non ci sono più tante case. Non c'è più tanta gente.
La città si è inginocchiata. La sferzata del terremoto è passata di qui come un colpo di frusta sulla pelle di un bambino.
Dov è la zona più disastrata? chiedo a un uomo, il volto inebetito un mozzicone spento tra le labbra secche. Mi guarda, non risponde fa un ampio gesto, sollevando il braccio pesante.
Facile capirlo.

