Roma - Campidoglio - Sala della Protomoteca
Roma tra passato e futuro
Dialogo tra i tempi, dalla realtà all’immaginario
parte settima ed ultima - Astrattismo - Incontro con tre grandi dell'arte
Di
Luigi Salvatori
La nascita dell' Astrattismo Romano
Con la nascita dell’Astrattismo Classico Romano, negli anni cinquanta, emergono a Roma i gruppi Informali come la Scuola di Piazza del Popolo con artisti come Schifano, Festa, Angeli, o il Gruppo di via Flaminia. Roma diviene il centro dell’arte e della cultura italiana. Qui nascono, le Quadriennali del Palazzo Delle Esposizioni in via Nazionale, nel 1953 le Fiere dell’arte In via Margutta, nel 1960 le Giornate dello Studente sempre al Palazzo delle Esposizioni. Nel 1970, sulla scia delle Fiere dell’arte, nasce il gruppo dei Cento Pittori Via Margutta, un’arte aperta a tutti e che si rivolge alla gente di strada. Roma ricomincia ad essere rappresentata da molti suoi pittori aderenti, come Vittorio Paradisi, Rinaldo Caressa, Giampiero Toccaceli.
In contemporanea, in quegli stessi anni ‘70 nasce il movimento della Transavanguardia con Achille Bonito Oliva, con il ritorno alla pittura, con Sandro Chia e Mimmo Paladino. Per gli artisti della Transavanguardia, Roma non è un soggetto da ritrarre realisticamente (come nel Vedutismo) o da distruggere (come nel Futurismo), ma un immenso deposito di storia, miti, archetipi e simboli da cui attingere liberamente. In sintesi, la Transavanguardia non fornisce dipinti che hanno per oggetto Roma nel senso di una veduta riconoscibile. Piuttosto, essa utilizza l'eredità spirituale, mitologica e storica di Roma (e dell'Italia intera) come serbatoio di forme e simboli, per creare una pittura che celebra il ritorno all'emozione, alla figurazione e alla manualità artigianale, superando il minimalismo del periodo precedente.
Incontro con tre grandi della storia dell'arte
Facciamo un passo indietro, in un dialogo immaginario su come alcuni grandi della storia dell’arte giudicherebbero i dipinti degli artisti presenti in questa mostra. Immaginiamo di invitare Leonardo, Michelangelo e Picasso. Immaginiamo per un istante che la porta di questa sala si apra e che, con passo lento e solenne, faccia il suo ingresso Leonardo Da Vinci. Lo vediamo avanzare con la sua iconica veste rosa, lunga ed elegante, rifinita da bordature nere che contrastano con il candore della sua barba e dei lunghi riccioli bianchi. Si ferma al centro della stanza e guarda i nostri quadri. Lui, il maestro dell’equilibrio e della proporzione rinascimentale, si trova davanti a un’esplosione di linguaggi diversi: ogni tela ha uno stile a sé, una voce propria. Lo immaginiamo sgranare gli occhi nel vedere paesaggi lontani dipinti con colori audaci, quasi impossibili, come il rosso fuoco o il giallo acceso. Forse, preso da un momento di smarrimento critico, si porterebbe le mani ai capelli. Poi, con la sua voce pacata, pronuncerebbe una delle sue massime più celebri: "La natura è piena di infinite ragioni, che non furon mai in isperienza."


In quel momento, Leonardo smetterebbe di essere un visitatore per diventare il Maestro. Ci darebbe una lezione magistrale sulla tecnica dei colori e sulla fisica della luce. Per lui, la natura è la maestra suprema: un sistema governato da leggi logiche perfette, anche laddove l'occhio umano non è ancora riuscito a decifrarle. Oggi, guardando le nostre opere su Roma, Leonardo ci rivolgerebbe un consiglio senza tempo: non smettere mai di studiare la natura con rigore scientifico prima ancora di poggiare il pennello sulla tela, perché solo comprendendo la realtà si può avere la libertà di interpretarla.


Ma la porta si riapre di nuovo. Questa volta il passo è pesante, quasi nervoso. Entra Michelangelo Buonarroti. Non indossa sete eleganti: lo vediamo nel suo saio un po’ sdrucito, segnato dal tempo e punteggiato da schizzi di colore e polvere di marmo. I capelli sono arruffati, lo sguardo è quello di un uomo che vive perennemente in lotta con la materia. Si avvicina ai dipinti con sospetto. Per guardare meglio, inforca quegli occhiali che gli aveva donato l'amica carissima Vittoria Colonna, grazie alla sua amicizia con Galileo Galilei. Si china, scruta le pennellate, quasi volesse sentire il "nervo" sotto la superficie del colore. Conoscendo il suo carattere, scorbutico, orgoglioso e spesso sprezzante verso i colleghi, il silenzio si farebbe pesante in questa sala. Michelangelo non è uomo di grandi lodi; probabilmente si aggirerebbe tra le opere masticando pensieri amari. Nella sua mente risuonerebbe quel giudizio tagliente che un tempo rivolse ai pittori fiamminghi, in una frase che lui pronunciò realmente:
"Dipingono per ingannare la vista esterna... senza ragione né arte, senza simmetria né proporzione. In breve: senza sostanza e senza nervo."
Lo vedremmo scuotere la testa davanti alle astrazioni o alle macchie di colore troppo libere. Per lui, che cercava di "liberare il concetto" intrappolato nel marmo, un quadro senza una struttura anatomica o una plasticità scultorea sarebbe quasi un affronto. Ci guarderebbe severo, cercando in queste tele quella "forza bruta" e quella tensione muscolare che ha reso immortale la sua arte, lasciandoci nel dubbio se il suo silenzio sia un segno di riflessione o una condanna senza appello.


Infine, con un’energia che riempie subito lo spazio, entra Pablo Picasso. A questo punto tremiamo, dopo il rimprovero di Michelangelo. La sua statura è minuta, ma la sua presenza è magnetica. I suoi occhi piccoli, vivaci e penetranti, sembrano muoversi come quelli di un predatore curioso, pronti a "rubare" con lo sguardo un’idea, un riflesso o un’ispirazione improvvisa. Lui non si scandalizzerebbe davanti alla varietà di stili della nostra mostra. Al contrario, dopo aver fatto il giro della sala, lo vedremmo sorridere, entusiasta di questo fermento creativo. Si fermerebbe davanti a noi e, con il suo carisma travolgente, ci direbbe: "Bravi! Avete capito il segreto". Poi, quasi a incitarci a continuare a fare come ha fatto lui, citerebbe la sua massima più celebre: "Io non cerco, trovo."
In questa frase si nasconde il cuore della sua rivoluzione, un abisso che lo separa dalla precisione metodica di Leonardo. Per Picasso, l'arte non è un esperimento di laboratorio: "cercare" non significa nulla, ciò che conta è l'atto finale, “trovare” quello che lo ispira e che effettivamente apparirà sulla tela. Non gli interessava l'intenzione dell'artista, ma il risultato del suo istinto.
Anche Leonardo e Michelangelo erano alla ricerca della novità, tanto è vero che sono diventati i pilastri della storia dell’arte rinascimentale. Ma oggi la differenza diventa radicale: se Leonardo cercava una Verità scientifica e Michelangelo una Verità spirituale, Picasso cerca la libertà assoluta.
Per lui, cambiare stile da un quadro all'altro non era un segno di incertezza, ma la prova suprema di non essere "prigioniero" delle proprie scoperte. Mentre gli antichi maestri seguivano leggi eterne, Picasso ci insegna che l'artista è un esploratore che non deve mai fermarsi: oggi ci direbbe che ogni quadro in questa sala è un nuovo mondo trovato, una metamorfosi continua che rende l'arte viva e libera da ogni catena.
Fine della settima puntata - Arch. Luigi Salvatori: Roma tra passato e futuro. Fine della conferenza
