NOTE SULLA
MEMORIA DEI GIORNI
-Becquerel scopre la radioattività: Uno scienziato francese si accorse per primo dell'esistenza di un fenomeno naturale che, se governato o indotto artificialmente, avrebbe fornito utili strumenti di indagine alla chimica e alla medicina. In caso contrario, veniva a costituire un pericolo letale per l'uomo.
Antoine Henri Becquerel si avvicinò alla scienza da figlio d'arte: padre e nonno erano stati entrambi fisici di chiara fama e avevano insegnato al Muséum national d'histoire naturelle di Parigi. Dopo aver completato la carriera universitaria in scienze (alla prestigiosa École Polytechnique) e in ingegneria, Becquerel iniziò a dedicarsi agli studi di ottica e in seguito all'assorbimento della luce nei cristalli.
La scoperta dei raggi X nel 1895, da parte di Wilhelm Conrad Röntgen, lo indirizzò a esperimenti sulle relazioni esistenti fra raggi X e fluorescenza. Partì osservando la fluorescenza dei minerali di uranio che, esposti alla luce solare, erano in grado di impressionare una lastra fotografica in carta nera, posta nelle vicinanze. La scoperta sensazionale fu nel constatare che lo stesso fenomeno si era verificato con il cristallo e la lastra chiusi in un cassetto.
Ciò era dovuto alla presenza di radiazioni invisibili sui minerali di uranio, che portarono lo scienziato francese a concludere che la radiazione era un evento naturale e non necessariamente indotto da una fonte di energia esterna, sia essa luce solare o altra fonte artificiale. Espose i risultati dei suoi studi all'Accademia francese delle Scienze, il 2 marzo del 1896. Da qui si cominciò a parlare in Fisica di radioattività, originata dalla disintegrazione, spontanea o provocata, di un nucleo atomico con conseguente emissione di radiazioni elettromagnetiche.
Un contributo prezioso venne dai coniugi Pierre e Marie Curie che, analizzando diversi campioni di pechblenda (una delle principali fonti naturali di uranio) ridotti in polvere, scoprirono che non avevano lo stesso livello di radiazioni. Quest'ultimo era di gran lunga più elevato in presenza di due elementi, che furono in seguito denominati polonio (in onore alle origini polacche di Marie) e radio (così chiamato per la sua intensa radioattività).
Le vite di Becquerel e dei Curie s'incrociarono quando nel 1903 fu assegnato loro il Nobel per la Fisica, per gli «straordinari servigi che essi hanno reso grazie alle loro ricerche congiunte sui fenomeni di radioattivi scoperti dal Professor Henri Becquerel». Una motivazione che riconobbe il primato dello scienziato francese, il cui nome (bequerel, simbolo bq) fu adottato dal Sistema internazionale come unità di misura della radioattività.
Le radiazioni sono adoperate in tutti i campi della scienza e della tecnica. Tra le applicazioni più note si annoverano quelle mediche, che vedono i raggi X utilizzati come strumento diagnostico e terapeutico della radiologia. Una delle applicazioni più recenti riguarda la genetica, che sfrutta le radiazioni come agenti mutageni, dando vita a varietà e razze con caratteristiche nuove.
L'uomo è continuamente esposto a radiazioni naturali, che possono essere innocue o nocive, queste ultime in grado di incidere profondamente sui tessuti biologici, a seguito di una forte esposizione. Tra gli elementi cancerogeni più diffusi in natura c'è il radon, gas rilasciato dal terreno o da materiali edilizi di origine vulcanica come il tufo che, accumulandosi in locali chiusi, diventa pericoloso. Recenti stime individuano nel radon la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo di sigaretta.
-Primo numero della rivista Time: Nell'America degli anni Venti la stampa fu investita dal boom dei periodici illustrati e d'attualità che guardavano agli esempi della vecchia Inghilterra. Il TIME inaugurò questa stagione parlando dei fatti attraverso i volti dei protagonisti, arrivando così a fare la storia del XX secolo fino ai giorni nostri.
L'attenzione verso le fasce più deboli della popolazione fu un principio cardine del giornalismo d'inizio Novecento, ispirato dalle teorie sociologiche della celebre Scuola di Chicago. Da qui infatti derivarono l'approccio giornalistico di raccontare la realtà, partecipandovi in prima persona, e il cosiddetto muckraking, la tecnica di "battere i marciapiedi" alla ricerca della vita marginale e nascosta della metropoli.
La fase tra le due guerre vide fiorire due nuovi tipi di stampa periodica, ripresi dalla tradizione britannica, dove, rispetto al testo, assumevano un ruolo prioritario le fotografie e le illustrazioni. Uno era rappresentato dai tabloid, l'altro dai newsmagazine, i settimanali d'attualità di cui il TIME fu il primo esempio negli USA.
La rivista, lanciata nelle edicole il 3 marzo 1923, venne fondata quasi per gioco da due studenti di Yale, Henry Luce e Briton Hadden. Intenzionati a chiamarla inizialmente Facts, i due, già colleghi al Yale Daily News, non nutrivano grandi aspettative dal loro progetto. Tuttavia già dal primo numero avevano conferito al giornale alcuni aspetti identitari, su tutti l'immagine di copertina riservata a un personaggio pubblico.
Sul numero d'esordio toccò a Joseph G. Cannon (presidente della Camera dei rappresentanti degli USA dal 1903 al 1911 e tra i politici più influenti della storia americana) inaugurare la serie di volti noti, locali e non, che aprivano le notizie della settimana. Sfruttando la risonanza che offrivano altri media come la radio e il cinema, TIME aumentò la sua popolarità toccando gli altri continenti.
Di conseguenza apparve necessario aprire altre sedi per altrettante edizioni della rivista, da destinare al pubblico europeo (unitamente a quello africano e dell'America Latina), asiatico e del Sud del Pacifico (per Australia e Nuova Zelanda).
Dal 1927 fu introdotta l'iniziativa Man of the Year, con la quale veniva designata la personalità più influente dell'anno tra quelle segnalate settimanalmente, dedicandole una copertina speciale. Una giuria interna alla Redazione decideva tra una rosa di finalisti, tenendo conto, anche in maniera non vincolante, delle indicazioni dei lettori. Il primo a esserne insignito fu il famoso aviatore Charles Lindbergh, che nel 1927 compì la prima traversata aerea dell'Oceano Atlantico, senza scalo.
Da Mahatma Gandhi alla regina Elisabetta II, nel corso del secolo si alternarono politici, scienziati, premi Nobel, uomini di cultura e spettacolo. I presidenti degli Stati Uniti d'America, soprattutto nel primo ventennio, fecero la parte del leone, con Franklin D. Roosevelt che ottenne tre copertine, record tuttora imbattuto. Primo italiano a riceverlo fu papa Giovanni XIII, seguito più tardi da Giovanni Paolo II. Se le immagini di feroci dittatori come Hitler e Stalin suscitarono forti critiche, con grande sorpresa nel 1982 venne accolta la scelta di assegnarlo al computer.
Rinominato Person of the Year dal 1999, il premio conobbe in questa nuova versione alcune importanti eccezioni, nel vederlo assegnato non a un singolo individuo, ma a gruppi di persone come i manifestanti della "Primavera araba" (2011) o persino all'intera galassia di utenti del web, per i loro preziosi contributi (2006). Dopo papa Francesco nel 2013, l'anno seguente è stato attribuito agli "Ebola fighters", ossia gli operatori sanitari impegnati a debellare il virus letale nell'Africa occidentale. Altri premiati sono stati Angela Merkel (2015) e Donald Trump (2016). Nel 2017 è stato nuovamente assegnato a un gruppo: Silence Breakers, composto da donne che hanno subito e denunciato molestie.
Pubblicato a New York City, TIME è attualmente il più diffuso settimanale al mondo (26 milioni di lettori in totale, di cui 20 milioni solo negli USA) ed è tra i più autorevoli della stampa internazionale.
-Nasce il Corriere della Sera: «Pubblico, vogliamo parlarti chiaro. In diciassette anni di regime libero tu hai imparato di molte cose. Oramai non ti lasci gabbare dalle frasi. Sai leggere fra le righe e conosci il valore delle gonfie dichiarazioni e delle declamazioni solenni d’altri tempi. La tua educazione politica è matura». L'editoriale del direttore Eugenio Torelli Viollier salutò i lettori del primo numero del Corriere della Sera, che debuttò in edicola il 5 marzo, prima domenica di Quaresima del 1876. Quattro fogli stampati in tremila copie, ognuna al costo di 5 centesimi (7 fuori Milano), che gli strilloni iniziarono a distribuire verso le nove di sera.
A tre lustri dalla nascita del Regno d'Italia, la Destra storica, erede di Cavour ed espressione della borghesia liberale, si avviava ormai alla sconfitta elettorale dopo aver guidato la fase di completamento dell'unità e di organizzazione della macchina statale. La pesante politica fiscale, finalizzata al raggiungimento del pareggio di bilancio, fu fatale al governo Minghetti, la cui caduta aprì la strada alla sinistra storica con Agostino Depretis.
In questo scenario, Torelli Viollier cercò di intercettare le istanze della destra moderata e tradurle in un nuovo organo di stampa, che fungesse da strumento di dialogo costruttivo con la Sinistra. Insieme a tre soci e con un investimento iniziale di 30.000 lire avviò la sua impresa editoriale, fissando la sede in un luogo simbolo della borghesia milanese: la Galleria Vittorio Emanuele. Qui lavorava un team ridotto, tre redattori e quattro operai, che curava tutti i contenuti da sé, non potendo contare su inviati.
Per il nome si trovò più in linea con i tempi la dicitura Corriere (rispetto alle abusate Gazzetta, Avvisatore, Eco), associata all'espressione della Sera perché era previsto che uscisse il pomeriggio. Il numero di lancio si presentava in "prima" con il suddetto editoriale che riassumeva l'anima politica della testata nella formula «conservatori e moderati». Ai piedi della stessa pagina la prima puntata di un romanzo d’appendice, L’incendiario di Elie Berthet.
In seconda spazio alla cronaca (tra cui la notizia di una drammatica morte sul lavoro di un operaio di Torino, tranciato da un treno) e alle analisi politiche e, in basso, alla rubrica "ciarle del curioso", in cui si descrivevano le piante carnivore. La cronaca milanese insieme agli spettacoli, alle notizie di borsa e all'estrazione del lotto occupavano la terza pagina. Sempre qui si riportava una circolare ministeriale emblematica del clima di conflitto tra Regno d'Italia e Chiesa romana, giacché si invitavano i prefetti a sorvegliare sui quaresimali pronunciati nelle chiese.
L'introduzione di telegrafo e rotativa fece schizzare le copie dalle 7.000 del 1878 alle 60.000 del 1889. La stagione d'oro coincise con l'inizio del nuovo secolo e con Luigi Albertini nominato direttore responsabile dal gruppo Crespi, nuovo proprietario del giornale. In sei anni le vendite raddoppiarono da 75.000 a 150.000, assegnando al Corriere il primato di quotidiano italiano più diffuso. Tra le ragioni del successo la comparsa di periodici collegati, come La Domenica del Corriere e il Corriere dei Piccoli.
In quegli anni, lasciarono la propria firma sul Corriere i più illustri esponenti della cultura nazionale: da Giosuè Carducci a Gabriele D'Annunzio, da Benedetto Croce a Luigi Pirandello, passando per Grazia Deledda. Nel 1904 la Redazione fu trasferita in un palazzo progettato dall'architetto Luca Beltrami, in via Solferino, che divenne da allora la sede storica. L'interesse per la Prima guerra mondiale permise di sfondare il muro delle 600.000 copie nel 1920.
Dopo gli anni difficili della censura fascista, il Dopoguerra vide la testata cambiare nome due volte, da Corriere d'Informazione nel '45-'46, a Nuovo Corriere della Sera nel '46-'59, fino al recupero della originaria dicitura. Il ventennio '60-'70 fu caratterizzato da grandi figure di inviati come Indro Montanelli e Oriana Fallaci. Dopo questo periodo cominciò la sfida infinita con la Repubblica di Eugenio Scalfari, nel contendersi il ruolo di primo quotidiano italiano.
-Pier Paolo Pasolini: Intellettuale tra i più geniali e controversi del Novecento italiano, in varie forme, dalla letteratura al cinema, seppe anticipare le trasformazioni della società italiana, evidenziandone limiti e storture.
Nato a Bologna, il suo primo amore fu la poesia, cui si dedicò scrivendo in vernacolo in aperta contestazione all'egemonia culturale della Chiesa. In particolare predilesse il friulano, per la cui tutela fondò nel 1945, insieme ad altri amici, l'Academiuta di lenga furlana.
Il trasferimento nella Capitale segnò l'ingresso nel mondo del cinema, prima come sceneggiatore e poi come regista, debuttando con Accattone nel 1961. Già dagli esordi dovette fare i conti con la censura, subendo successivamente una sorta di ostracismo per il contenuto forte e provocatorio delle sue opere, portato all'esasperazione in Salò e le 120 giornate di Sodoma, uscito postumo nel 1975.
Nemico giurato dei luoghi comuni e delle ipocrisie della società, affrontò fin dal primo romanzo Ragazzi di vita senza tabù il tema dell'omosessualità maschile. Morì assassinato nel novembre del 1975 e il corpo fu rinvenuto all'idroscalo di Ostia. Nonostante la condanna a Giuseppe Pelosi, sono in tanti a credere che sul delitto non sia stata fatta totale chiarezza.
-Michelangelo Buonarroti: Tra i grandi maestri del Rinascimento, portano la sua firma alcuni tra gli esempi più alti dell'arte italiana: dal David al "ciclo di affreschi nella Cappella Sistina".
Nato a Caprese Michelangelo, in provincia di Arezzo e morto a Roma nel febbraio del 1564, artista inquieto e geniale, operò come scultore, pittore, architetto e poeta, alla costante ricerca dell'ideale di bellezza e di armonia. Formatosi alla bottega di Domenico Ghirlandaio, se ne distaccò per ottenere una maggiore libertà creativa, approfondendo lo studio della scultura quattrocentesca fiorentina.
Dopo un soggiorno a Firenze, si trasferì a Roma, dove sfornò il primo capolavoro, l'unico che ne reca la firma: la Pietà Vaticana. Tornato nel capoluogo toscano, qui nel 1504 produsse la sua massima prova scultorea: da un blocco di marmo, modificato e fragile in alcuni punti, trasse fuori il David, destinato a diventare l’ideale perfetto di bellezza maschile nell’arte. Nello stesso periodo realizzò anche il "Tondo Doni" e il "Tondo Pitti".
Richiamato a Roma da papa Giulio II della Rovere per affrescare la volta della Cappella Sistina, qui con il Giudizio Universale diede vita agli ideali artistici del Rinascimento. La sua arte fu da esempio per le generazioni future ispirando la scuola manieristica, che faceva arte "alla maniera" del Buonarroti.
Nella scultura fu il primo ad evitare il colore; non coloriva né decorava alcune parti delle statue, preferendo il "morbido fulgore" della pietra ed il chiaroscuro. Per quanto riguarda la pittura, l'artista considerava migliore quella che più si avvicina alla scultura, ossia, con il maggiore grado di plasticità possibile.
-Alessandro Manzoni: Nel pantheon degli scrittori che hanno costruito l'identità culturale, e non solo, dell'Italia, con I promessi sposi gettò le basi dell'italiano moderno.
Nato a Milano (forse da una relazione extraconiugale tra Giulia Beccaria e Giovanni Verri e riconosciuto dal marito di lei, Pietro Manzoni), visse gli anni dell'adolescenza in collegio, per poi trasferirsi a Milano e a Parigi (dalla madre che viveva con il compagno Carlo Imbonati - a cui Manzoni dedicò il carme "In morte di Carlo Imbonati").
Ritornato a Milano, sposò Enrichetta Blondel con rito calvinista e nel 1810 abbracciò la fede cattolica. Tra il 1812 ed il 1816 Manzoni compose gli "Inni Sacri" e la prima tragedia, Il conte di Carmagnola, in cui manifestò una matura adesione al realismo romantico in contrapposizione ai canoni classici.
Letture come l'Ivanhoe di Walter Scott e l'Historia patriae di Giuseppe Ripamonti gli ispirarono l'idea di un romanzo storico, in cui trasporre i propri valori civili e religiosi e veicolare la sua battaglia contro la dominazione straniera in Italia. Nacque così Fermo e Lucia che in una seconda versione rivista venne pubblicato nel 1827 con il titolo "I promessi sposi".
Ricordato anche per l'ode Cinque Maggio e la tragedia "Adelchi", per la fama di scrittore ed il suo rigore morale, nel 1860 venne nominato Senatore del Regno. Membro della Commissione per l'unificazione della lingua, i cui lavori riportò nella relazione "Dell'unità della lingua e dei mezzi per diffonderla", morì a Milano nel maggio del 1873.
-Il Nabucco di Verdi debutta alla Scala: Nella Milano occupata dagli Austriaci e attraversata da un malcontento crescente, prime avvisaglie dell'insurrezione del '48, un poco più che sconosciuto compositore portò in scena al Teatro alla Scala un'opera destinata a diventare, per gli Italiani, un "inno di liberazione" dall'oppressione straniera.
Nel 1841, l'allora ventottenne Giuseppe Verdi usciva da un periodo di dolore e sconforto: da un lato la contemporanea perdita della moglie Margherita e dei figli Virginia e Icilio; dall'altro la delusione per il flop del suo debutto al massimo teatro meneghino, con Un giorno di regno (5 settembre 1840). L'occasione per riprendersi gli fu fornita, l'estate seguente, dall'impresario Bartolomeo Merelli.
Costui consegnò al "cigno di Busseto" un libretto di Temistocle Solera, intitolato al re babilonese Nabucodonosor II e incentrato sulla lotta degli ebrei per uscire dalla schiavitù. Dopo averla musicata in meno di un anno, Verdi la portò per la prima volta in scena alla Scala, il 9 marzo del 1842. Fu un successo strepitoso e l'inizio di una carriera luminosa.
Il fatto che sui manifesti il nome del re, per la lunghezza eccessiva, venisse spezzettato in due parti, "Nabucco" e "donosor", fece sì che nell'immaginario della gente l'opera venisse associata al titolo "Nabucco", conservandolo per sempre. La sua popolarità rimase legata soprattutto al coro Va, pensiero, intonato dagli ebrei prigionieri in Babilonia e per questo assunto in chiave risorgimentale ad inno della lotta contro l'oppressore austriaco.
-Dante condannato all'esilio da Firenze: «Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia». Recita così il testo della sentenza emessa dal tribunale cittadino che segnò per sempre la vita del Sommo Poeta e insieme la storia della letteratura italiana.
Verso la fine del XIII secolo, dopo un breve periodo di pace, Firenze era ripiombata nel clima di feroce contrapposizione tra Guelfi, che sostenevano la supremazia del Papa, e Ghibellini, fautori del primato politico dell'imperatore. Questo scenario aveva favorito l'ascesa del ceto mercantile a discapito dell'aristocrazia, attraverso la creazione nel 1282 di un consiglio di rappresentanti delle Arti (corporazioni che facevano gli interessi di una specifica categoria professionale) che affiancava il Podestà nel governo del Comune, in sostituzione del Capitano del Popolo.
Guelfo convinto e iscritto all'Arte dei Medici e Speziali, Dante aveva già al suo attivo diversi incarichi politici ed era uno dei protagonisti della scena istituzionale della sua città. L'autonomia della stessa per lui era un valore sacro da difendere contro qualsiasi ingerenza, sia da parte di sovrani stranieri, sia da parte del Papa. Per tali ragioni accolse come un evento infausto l'ascesa al "soglio di Pietro", nel 1294, del cardinale Benedetto Caetani, favorita dalla rinuncia di papa Celestino V (più che plausibile il riferimento a lui nel verso «colui che fece per viltade il gran rifiuto» del III canto dell'Inferno).
Il nuovo pontefice, che aveva preso il nome di Bonifacio VIII, trovò nel letterato fiorentino un fiero oppositore alla sua politica espansionistica, che a Firenze finì per dividere il partito guelfo in due fazioni: i Bianchi, capeggiati dalla famiglia dei Cerchi ed espressione dell'aristocrazia più aperta alle forze popolari, erano contrari a qualsiasi ingerenza da Roma; i Neri, guidati dai Donateschi e rappresentati dalle famiglie locali più ricche, erano per interessi economici strettamente legati al Papa.
Schierato con i Bianchi, Dante si venne a trovare sempre più isolato dai suoi, oltre che odiato a morte dai suoi avversari, per via della sua partecipazione al Consiglio dei Cento che aveva deciso la messa al bando dalla città degli esponenti più violenti delle due fazioni. A questo punto la strategia di Bonifacio VIII lo attirò in una trappola "letale". Dopo aver mandato Carlo di Valois, fratello di Filippo IV re di Francia, a prendere il controllo del Comune, fece in modo che il Poeta fosse inviato come ambasciatore a Roma per discutere la pace e qui trattenuto oltre il dovuto con l'inganno.
In questo frattempo, Carlo di Valois approfittò dei disordini cittadini per rovesciare il governo "bianco" di Firenze, nominando Podestà il fedele condottiero Cante Gabrielli. Il nuovo Podestà, alleato con i Neri, iniziò un'azione persecutoria nei confronti dello scrittore che, oltre a vedersi saccheggiata la casa, finì sul banco degli imputati con accuse infamanti, tra cui l'estorsione e la baratteria. Quest'ultimo reato (affrontato nei canti XXI e XXII dell'Inferno), assimilabile al moderno peculato, era utilizzato spesso come pretesto per far fuori i propri avversari.
Fu organizzato un processo farsa al quale Dante preferì sottrarsi, presagendo il destino cui sarebbe andato incontro. Si arrivò così alla sentenza del 10 marzo 1302 che condannava in contumacia l'imputato a due anni di confino, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, alla confisca dei beni e al pagamento dell’ammenda di 5000 fiorini piccoli. Al suo reiterato rifiuto di presentarsi davanti al giudice, la pena, estesa nel 1315 ai figli Jacopo e Pietro, fu commutata nella confisca dei beni e nell'esilio perpetuo, con l'alternativa della condanna al rogo se fosse stato catturato.
Ciò per Dante significò dire addio per sempre alla sua amata terra e l'inizio di una lunga fase di sofferenza interiore e di ripensamento della sua poetica, che costituì l'humus ideologico e stilistico del suo capolavoro immortale: la Divina Commedia. La storica sentenza della condanna all'esilio è raccolta nel Libro del Chiodo, attualmente conservato presso l'Archivio di Stato di Firenze.
-Torquato Tasso: Massimo esponente della corrente letteraria del Manierismo e figura tipica del poeta cortigiano, fu uno dei maggiori autori del Cinquecento.
Nato a Sorrento, in provincia di Napoli, e morto a Roma nel 1595, non visse un'infanzia serena, a causa delle ritorsioni politiche subite dal padre e per via della separazione forzata dalla madre. Esperienze che influirono non poco sulla sua indole tormentata e afflitta da mania di persecuzione.
Dal punto di vista poetico rifletté appieno il clima del tempo, segnato dallo spirito della controriforma del Concilio di Trento e da un ritorno a un raffinato formalismo fine a se stesso e privo di stimoli culturali. A tale contesto si richiamano le sue opere, dal romanzo cavalleresco "Rinaldo" alle "Rime", fino al capolavoro della Gerusalemme liberata.
-Edmondo De Amicis: Il narratore per eccellenza dell'Italia risorgimentale. Così viene ricordato Edmondo De Amicis nei libri di storia e nei manuali di letteratura italiana, che ne esaltano l'attività di scrittore e pedagogo.
Nato a Oneglia, frazione d'Imperia (in Liguria), prese parte con il grado di sottotenente all'infelice Battaglia di Custoza, nel quadro della Terza guerra d'indipendenza italiana. Animato dagli ideali risorgimentali del tempo, traspose il suo impegno nella scrittura giornalistica, prima a Torino e poi a Firenze, dove collaborò per La Nazione.
Tornato a Torino, iniziò la redazione del suo capolavoro assoluto, Cuore, che pubblicò il 18 ottobre del 1886 per la casa editrice Treves, ottenendo un successo senza precedenti: ristampato in 40 edizioni e in seguito tradotto in 25 lingue, fu adottato come testo formativo per i ragazzi di ogni generazione.
Eletto a socio dell'Accademia della Crusca nel 1903, cinque anni dopo, l'11 marzo, De Amicis si spense a Bordighera.
-Gabriele D'Annunzio: Autore simbolo del Decadentismo italiano, il suo essere perfettamente calato nel contesto politico del tempo e la capacità di farsi interprete dello spirito nazionale gli fecero meritare l'appellativo di Vate.
Nato a Pescara, in Abruzzo, e morto a Gardone Riviera nel marzo del 1938, l'intelligenza precoce gli consentì di pubblicare a 11 anni la prima raccolta di poesie "Primo Vere". Attratto dalla vita mondana, con il primo romanzo Il piacere espresse la sua Weltanschauung di esteta decadente, dedito agli eccessi e considerato una sorta di "divo" ante litteram, per le numerose avventure sentimentali (su tutte quella con l'attrice Eleonora Duse).
Dopo l'esperienza della Prima guerra mondiale, sfruttò il malcontento popolare per guidare l'impresa di Fiume (contesa tra Italia e Jugoslavia), che portò all'occupazione della città, poi liberata dal Governo Giolitti. Vicino al fascismo, assieme a Filippo Tommaso Marinetti fu tra i primi firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti.
Tra le opere principali: i romanzi "L'innocente" (1892), "Il trionfo della morte" (1894) e "Le vergini delle rocce" (1895), la tragedia "La figlia di Iorio" e la raccolta poetica Alcyone (che contiene la celebre lirica "La pioggia nel pineto").
-Galileo pubblica il Sidereus Nuncius: «Grandi cose per verità in questo breve trattato propongo all'osservazione e alla contemplazione di quanti studiano la natura». Esordisce così il Sidereus Nuncius, uno dei trattati più importanti della storia dell'astronomia, per molti il più prezioso per la portata rivoluzionaria dei suoi contenuti rispetto alla cultura del tempo. Chi lo lesse allora si trovò di fronte a una nuova dimensione da esplorare: l'Universo!
A monte delle scoperte scientifiche fatte da Galileo Galilei durante il suo soggiorno padovano (1592-1610), c'era l'invenzione del cannocchiale o telescopio rifrattore, che egli ebbe il merito di perfezionare adattandola all'utilizzo astronomico. Lo strumento esisteva già e il primo a fabbricarlo era stato l'artigiano olandese Hans Lippershey, all'inizio del XVII secolo. Su questo prototipo si trovò a lavorare lo scienziato pisano che fece in modo di aumentarne la capacità di ingrandimento.
Dopo averne mostrato il funzionamento al cospetto del Senato Veneziano (agosto 1609), dal suo studio di Padova iniziò a scrutare da vicino lo spazio, appuntandosi di volta in volta le sensazionali scoperte: dalla Luna ai satelliti di Giove fino alle macchie solari. Un'attività che, per la natura empirica e il rigore scientifico che la distinguevano, può essere fatta coincidere con la nascita dell'astronomia moderna. I tempi erano maturi perché tutto fosse messo nero su bianco e offerto alla conoscenza del mondo.
Fino a questo momento Galileo, dotato di spiccate capacità scrittorie, aveva scritto due trattati: La bilancetta (pubblicato dopo la sua morte nel 1644) e Le operazioni del compasso geometrico et militare, edito nel 1606. Letture interessanti ed istruttive ma niente in confronto a ciò che stava per dare alle stampe. Il Sidereus Nuncius venne pubblicato a Venezia dall'editore Baglioni, il 12 marzo del 1610.
Già dal titolo, traducibile come "avviso siderale", si preannunciava ai lettori qualcosa di rivoluzionario, che superava i confini del cielo. In quest'ottica ritenne opportuno utilizzare il latino, la lingua ufficiale della scienza e del sapere in generale. Strutturato come un unico discorso, in linea con la forma classica del trattato scientifico, il volume può essere suddiviso, dal punto di vista tematico, in quattro parti.
Nella prima Galilei spiega come sia arrivato a conoscere l’esistenza del cannocchiale e come ne abbia realizzato uno che ingrandisce gli oggetti più di mille volte e li avvicina più di trenta. Nella seconda prende in esame la Luna, la cui superficie descrive, con il corredo di illustrazioni, come un insieme di montagne e avvallamenti (e quindi non levigata come si pensava all'epoca). Nelle ultime due tratta rispettivamente della composizione stellare della Via Lattea (formata da una miriade di corpi celesti invisibili a occhio nudo) e dei quattro pianeti (satelliti) che ruotano attorno a Giove.
Quest'ultima, in particolare, costituiva una verità destabilizzante per il sistema tolemaico, adottato dalla cultura ufficiale, che indicava nella Terra l'unico centro di moto dell'universo. Le conclusioni di Galileo, mettendo in relazione le leggi fisiche della Terra con quelle della Luna e degli altri pianeti, fornivano una conferma alla teoria eliocentrica di Copernico. Come scrisse l'ambasciatore inglese a Venezia, sir Henry Wotton, in una lettera indirizzata al re Giacomo I, quel trattato rischiava di far diventare lo scienziato pisano «o eccezionalmente famoso o eccezionalmente ridicolo».
Prevalse nell'immediato la prima impressione, con le 550 copie della prima edizione del libro che andarono a ruba in una sola settimana. Dopo una seconda edizione illegale uscita a Francoforte nello stesso anno, si dovette aspettare il 1653 (undici anni dopo la morte dell'autore) per vederne una nuova e più curata nelle illustrazioni. Questo ritardo è in parte ascrivibile al clima di ostilità che più tardi si venne formando attorno alla figura dell'autore.
Dopo i primi commenti favorevoli (tra i quali il più significativo arrivò da Keplero), il mondo accademico, composto in gran parte da aristotelici e quindi difensore del sistema tolemaico, cominciò a mettere in dubbio le sue scoperte e a screditarne la fama di scienziato. Parallelamente Galileo entrò nel mirino dell'Inquisizione cattolica che vent'anni dopo lo processò per eresia, condannandolo all'abiura delle sue concezioni astronomiche.
Un grave torto verso una mente eccelsa, cui la Chiesa tentò di porre rimedio soltanto tre secoli e mezzo più tardi, riconoscendo in parte le sue colpe (nell'ottobre del 1992).
-Cesare Beccaria: «Non vi è libertà ogni qualvolta le leggi permettono che, in alcuni eventi, l'uomo cessi di essere persona e diventi cosa» è una delle sue riflessioni più significative, che lo pongono tra i padri del pensiero occidentale moderno e tra gli intellettuali più rappresentativi dell'Illuminismo italiano.
Nato Milano e qui scomparso nel novembre del 1794, Cesare Bonesana-Beccarìa, marchese di Gualdrasco e di Villareggio, sposò la filosofia illuminista in seguito alla lettura delle "Lettere persiane" di Montesquieu. Amico dei fratelli Verri, contribuì con loro a fondare l'Accademia dei Pugni, nell'ambito della quale scrisse articoli per la rivista Il Caffè.
Nel 1764 pubblicò il capolavoro Dei delitti e delle pene, un saggio breve in cui biasimava la pena di morte e le forme disumane di tortura diffuse ai suoi tempi, sostenendo la maggiore validità della certezza della pena come deterrente verso la criminalità.