La zuppetta
di Nicola Bruni
Una mattina della scorsa settimana, al risveglio, ho avuto voglia di rifare per colazione la “zuppetta” di quando ero bambino.
Me la preparava la tata Caterina, un’amica della mamma venuta a Roma dalla Calabria per aiutarla in prossimità della mia nascita e poi rimasta a vivere con la nostra famiglia.


Dunque, Caterina bolliva il latte della Centrale di Roma, acquistato la sera prima dal lattaio in una bottiglia di vetro da un litro e tenuto al fresco durante la notte sul davanzale della cucina in mancanza del frigorifero.
Poi rompeva il guscio di un uovo di gallina, ne estraeva il tuorlo e lo sbatteva con un cucchiaino in una tazza mescolandolo con lo zucchero. Quindi ci versava sopra il latte caldo e vi immergeva dei pezzettini di pane avanzato dal giorno precedente. La zuppetta era pronta.
Caterina ripeteva due volte l’operazione, per mia sorella e mio fratello più piccoli. E poiché io di solito non avevo “fame”, e lasciavo la tazza come l’avevo trovata, lei veniva pazientemente ad imboccarmi mentre giocavo con le lattine, i tappi metallici delle bibite, inginocchiato sul pavimento. Approfittava della mia distrazione per farmi trangugiare un boccone, e quando io me ne accorgevo, le gridavo indispettito: “Ti ho detto che non ne voglio!”.


La zuppetta che mi sono preparato quella mattina è stata, però, un po’ diversa. Niente “uovo sbattuto”. Ho solo riscaldato il latte, anziché bollirlo come usavamo negli anni ’40 del secolo scorso, ci ho aggiunto del caffè decaffeinato e un cucchiaino di miele. Poi ho spezzettato un po’ di pane raffermo, dopo averlo abbrustolito su una piastra, e ne ho riempito la tazza.
La zuppetta mi è venuta bene, e l’ho gustata anche perché aveva il sapore dell’infanzia e mi ricordava le affettuose premure dell’amatissima Caterina, che è stata per me una seconda mamma.