MEMORIA DEI GIORNI
-Diritto di voto alle donne in Italia: Con la guerra di liberazione ancora in corso, l'Italia gettò le basi della sua futura vita democratica, allargando a tutti i cittadini il diritto a scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento e instaurando di fatto il suffragio universale, già adottato negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in diversi paesi del Nord Europa e dell'America Latina.
Il Governo Bonomi III, formato da Democrazia Cristiana, Partito Comunista, Partito Liberale e Partito Democratico del Lavoro, varò il Decreto legislativo luogotenenziale n° 23/1945 che estendeva alle donne il diritto di voto. Varato dal Consiglio dei Ministri il 1° febbraio 1945 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il giorno seguente, il provvedimento nasceva su proposta dei leader dei due maggiori partiti: il comunista Palmiro Togliatti, allora vicepresidente del Consiglio dei Ministri, e il democristiano Alcide De Gasperi, ministro degli esteri.
La prima volta delle donne alle urne ebbe luogo con le elezioni amministrative tra marzo e aprile del 1946. Il 2 giugno dello stesso anno, tuttavia, parteciparono a un voto di ben altra portata storica: quello per il Referendum istituzionale (tra monarchia e repubblica) e per eleggere l'Assemblea costituente.
Un ulteriore passo verso la piena uguaglianza tra uomini e donne si ebbe con la Costituzione del 1947, in particolare con gli articoli 3 ("'Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge...") e 51 ("Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza...").
-In onda Carosello: Fare zapping non si poteva, perché il telecomando sarebbe arrivato vent'anni dopo. Tuttavia, quando arrivava la pubblicità nessuno sbuffava, al contrario tutta la famiglia si godeva il piccolo teatrino di personaggi reali e immaginari associati ad altrettanti prodotti commerciali. Ultimi scampoli degli anni Cinquanta, in TV compare per la prima volta Carosello.
A tre anni dall'avvio del «suo regolare servizio di trasmissioni televisive», annunciato da Fulvia Colombo, la RAI aveva arricchito il proprio palinsesto con diversi sceneggiati e giochi a quiz, questi ultimi affidati all'onnipresente Mike Bongiorno. Sulla scia di questa graduale apertura ai moderni linguaggi della comunicazione televisiva unita all'obiettivo di aumentare le entrate, l'azienda sposò l'idea di dare spazio alla pubblicità.
Fu escogitato un preciso format che, nel ricreare l'ambientazione teatrale, desse l'idea di proporre un mini varietà soltanto in minima parte occupato dal prodotto da reclamizzare. Le regole, assai rigide, furono dettate dalla SACIS (società di produzione e censore della RAI): ogni scenetta, rigorosamente in bianco e nero, poteva durare al massimo 2 minuti e 15 secondi, dei quali solo gli ultimi 35 secondi da dedicare alla reclame.
Il nome della nuova striscia venne suggerito da Marcello Severati, ispirato probabilmente dal recente film musicale Carosello napoletano. Di derivazione partenopea anche il teatrino, disegnato su un bozzetto di Gianni Polidori. Autore della sigla Luciano Emmer, seguita da un rullo di tamburi e da una tipica tarantella.
L'esordio, fissato inizialmente per l'inizio dell'anno, avvenne sul primo canale RAI, alle 20.50 di domenica 3 febbraio. "Shell", "l'Oreal", "Singer" e "Cynar" i primi marchi pubblicizzati, ognuno preceduto da una piccola scenetta recitata da noti attori e personaggi dello spettacolo.
Così lo spot, in maniera tutt'altro che aggressiva, entrava nelle case di migliaia di italiani (gli abbonati in quel momento ammontavano a poco meno di 700 mila), che col passare del tempo iniziarono ad affezionarsi ai vari personaggi che sfilavano sullo schermo.
I grandi seguivano soprattutto gli sketch delle star del cinema e della TV come Totò, Macario, Vittorio Gassman, Mina e Nino Manfredi. Nelle simpatie dei piccoli entrarono le storielle di figure immaginarie come Angelino, Carmencita e soprattutto il pulcino Calimero, che venivano ad essere una sorta di antesignani dei cartoni animati. Un piccolo show di centotrentacinque secondi curato da grandi firme della regia del calibro di Luigi Magni, Gillo Pontecorvo, Ermanno Olmi e Sergio Leone.
Oltre alle numerose innovazioni nel linguaggio televisivo, la trasmissione scandiva la quotidianità delle famiglie imponendosi come fenomeno sociale: lo dimostra il fatto che ogni volta i bambini si sentivano ripetere dai loro genitori il monito «a letto dopo Carosello». Meriti che facevano passare in secondo piano l'aspetto commerciale, a dispetto delle critiche che lo dipingevano come un programma diseducativo.
Dopo aver dato colore alle serate degli italiani per vent'anni, Carosello andò in pensione il 1° gennaio 1977, con il saluto di addio affidato a Raffaella Carrà. Nel 2013 la RAI ne ha lanciato una versione "Reloaded", con una seconda edizione trasmessa fino a febbraio 2014.
-Facebook rivoluziona i social network: Volenti o nolenti tutti gli individui sono collegati tra loro da una catena infinita di relazioni, più o meno significative. Un concetto filosofico che un giovane studente di Harvard ha saputo trasformare nell'affare del secolo, rivoluzionando il mondo dei social network ed entrando nel quotidiano di milioni di persone.
Il diciannovenne Mark Zuckerberg, studente di informatica al secondo anno, è da sempre affascinato dalla mole di informazioni, immagini e dati personali raccolta negli annuari che alcuni atenei americani destinano ai propri iscritti per aiutarli a socializzare.
L'idea di trasporre questo patrimonio sul web si concretizza nel 2003 con il progetto Facemash, realizzato con migliaia di foto, copiate clandestinamente dalle aree protette della rete universitaria. Il sito resta attivo pochi giorni prima di essere chiuso per violazione di copyright e privacy, con Zuckerberg che la passa liscia evitando l'espulsione.
Nonostante l'insuccesso, le sue abilità informatiche vengono notate da tre colleghi di Harward, Cameron e Tyler Winklevoss e Divya Narendra, che gli chiedono supporto per sviluppare un servizio di rete sociale, HarvardConnection.com, riservato ai soli studenti della prestigiosa istituzione accademica.
Zuckerberg si rende disponibile ma covando dentro di sé l'intenzione di realizzare per conto suo il progetto. E così accade. Il 4 febbraio lancia thefacebook.com, messo a punto con la collaborazione di Andrew McCollum ed Eduardo Saverin.
Il nuovo sito permette ad ogni utente di crearsi un proprio profilo, con tanto di immagini e informazioni, e metterlo in contatto con quello di altri, creando una mappatura dei rapporti di connessione tra le persone, che è lo scopo ultimo di chi ha creato tutto questo e vuole trarne il massimo profitto.
Il nome, traducibile letteralmente in faccialibro, si rifà all'impostazione grafica del profilo, modellata su quella degli annuari accademici. L'idea è vincente e in poco tempo si diffonde in altri istituti di USA e Canada, tant'è che prima dell'estate viene fondata ufficialmente la corporation Facebook Inc.
L'anno dopo cambia il dominio assumendo la versione definitiva facebook.com. La corsa al successo inizia da qui e più passa il tempo, più aumenta la sua portata. L'exploit si verifica tra settembre 2006 e settembre 2007, arco di tempo nel quale FB passa dal 60° al 7° posto nella classifica dei siti più visitati al mondo (stima Alexa).
Il 2006 è anche l'anno dell'introduzione del News-feed, un aggregatore che visualizza nella home di ogni profilo gli aggiornamenti degli amici insieme ai propri: dalla pubblicazione di una foto al cambio di stato nella "situazione sentimentale". Qui insorgono i primi grattacapi con la privacy e i gestori sono costretti a inserire delle funzioni che consentono di scegliere cosa condividere e con chi.
Numeri alla mano, Zuckerberg è consapevole di avere tra le mani una gallina dalle uova d'oro, da sfruttare soprattutto con gli spazi pubblicitari, e per ottimizzare i ricavi lancia nel 2007 Beacon, strutturato per tracciare l'attività degli utenti su siti esterni convenzionati, con particolare riguardo agli acquisti online, per consentire così pubblicità mirate. Ma due anni dopo viene sospeso di fronte all'accusa di violare la privacy, sollevata dagli utenti nel frattempo riunitisi in una class action.
Piccoli incidenti di percorso che non intaccano il valore dell'impresa. Lo testimonia il prezzo corrisposto dalla Microsoft per l'acquisto nel 2007 dell'1,6% della società: 240 milioni di dollari! Seguono l'esempio altri investitori prestigiosi, tra cui società e istituti finanziari internazionali, che contribuiscono a quantificare il valore di FB, calcolato sui 50 miliardi di dollari nel 2011.
Di fronte a questo scenario, i fratelli Winklevoss e Narendra sentono di esser stati doppiamente defraudati da Zuckerberg e nel 2008 decidono di fargli causa per furto di proprietà intellettuale, ottenendo come risarcimento 65 milioni di dollari (a fronte dei 600 richiesti).
Negli anni a seguire il traffico del sito aumenta in maniera esponenziale, fino a toccare nell'ottobre 2012 la soglia del miliardo circa di utenti attivi, divenendo il secondo sito più visitato al mondo dopo Google. A giugno 2013 Alexa annuncia lo storico sorpasso ai danni del gigante di Mountain View. Nell'ottobre 2020 gli utenti attivi mensilmente sono 2,7 miliardi.
L'altra sfida lanciata a Google, nel gennaio 2013, è il Graph Search: un vero e proprio motore di ricerca che agisce non sul web, ma all'interno della rete sociale recuperando post e immagini legate ai contatti.
Amato o odiato, come il suo fondatore, Facebook è presente nella quotidianità di gran parte del pianeta e, forte delle 111 lingue in cui è disponibile, rappresenta uno dei mezzi di comunicazione più utilizzato da giovani e adulti. Un fenomeno sociale di portata eccezionale su cui si sono accesi i riflettori della TV e del cinema, producendo tra gli altri un film nel 2010, The Social Network, diretto da David Fincher.
-Charlot debutta al cinema: Agli albori del mito di Hollywood, nelle sale vennero proiettate per la prima volta le avventure di un maldestro e adorabile vagabondo; di lì a poco sarebbe entrato nei cuori di tutti, diventando un'icona della storia del cinema e la principale fonte d'ispirazione per i più grandi "maestri del sorriso".
Sbarcato negli Stati Uniti nel 1910 al seguito della compagnia teatrale di Fred Karno, Charles Spencer Chaplin iniziò a farsi conoscere nei teatri americani recitando nei panni di un ubriaco elegante, dotato di una straordinaria abilità acrobatica che ne accentuava le movenze buffe. Le gag divertivano molto il pubblico e qualche impresario cinematografico alla ricerca di nuovi talenti.
Proprio in quell'anno Hollywood si trasformava da anonimo ranch a distretto della città di Los Angeles. Nel 1911 fu inaugurato il primo studio cinematografico, la Centaur Film Co., cui ne sarebbero seguiti altri a breve distanza. Due anni dopo, qui Chaplin cominciò la sua carriera davanti alla cinepresa.
A scritturarlo fu la Keystone che lo fece debuttare in Per guadagnarsi la vita, pellicola in cui impersonava un aspirante giornalista a caccia di scoop. Nel personaggio emergevano in maniera timida alcuni tratti tipici della sua comicità.
Deluso dall'esordio, Chaplin si mise a pensare a qualcosa di diverso, facendo appello a tutta la sua inventiva. Un pomeriggio entrò nei camerini e raccolse gli indumenti lasciati dai suoi colleghi, mischiando taglie diverse. Alla fine indossò dei pantaloni cascanti, una giacchetta strettissima e una minuscola bombetta. Completò l'opera applicandosi dei baffetti finti, ridotti a un piccolo ciuffetto. Nacque così la maschera di Charlot.
All'inizio di febbraio lo fece debuttare nel cortometraggio Charlot si distingue, in cui il protagonista entrava continuamente nel campo di ripresa di una cinepresa, intenta a riprendere una corsa di macchine per bambini. L'effetto comico era legato al suo atteggiamento irritante nel mettersi al centro dell'inquadratura con pose e smorfie diverse, ignorando i ripetuti tentativi di allontanarlo da parte del regista e del pubblico. Già da qui si evinceva l'influenza dell'attore francese Max Linder, al quale Chaplin rivelò più tardi di essersi ispirato.
Al botteghino fu un successone e la Keystone fu tempestata di ordini dai distributori che volevano proiettarlo in giro per il paese. Di qui gli venne proposto di girare altre pellicole, in cui l'attore londinese portò a piena maturazione il genere dello slapstick, la comicità basata sul linguaggio del corpo e sul moto perpetuo dei personaggi, coinvolti in baruffe, capitomboli, torte in faccia e inseguimenti. La sceneggiatura era quasi inesistente e molto era lasciato all'improvvisazione.
Alla fine del 1914 era ormai una star, tanto da potersi permettere la libertà di scegliere a quale casa produttrice associarsi. Col tempo la maschera di Charlot acquisì un profilo umano più complesso, unendo l'aspetto esilarante a una forte vena malinconica.
Ciò fu evidente nei film che rappresentavano la triste realtà dell'America degli anni Venti e Trenta, dove la figura del vagabondo tormentato dalla sorte simboleggiava i tanti emarginati e diseredati di quell'epoca. Parliamo di capolavori come Vita da cani, L'emigrante, Il monello e La febbre dell'oro, che diedero fama imperitura a Charlot.
La sua evoluzione successiva fu quella della denuncia sociale, con l'operaio di Tempi moderni (1936), e della satira politica, attraverso la caricatura di Hitler ne Il grande dittatore (1940, il primo completamente sonoro). Protagonista di 70 film, Charlot portò a Chaplin due Oscar alla carriera, l'ultimo nel 1972, motivato «per aver fatto delle immagini in movimento una forma d'arte del Ventesimo secolo» e salutato dalla più lunga ovazione nella storia dell'Academy Awards.
-Giuseppe Ungaretti: Maestro riconosciuto dell'ermetismo, inaugurò la schiera dei grandi autori del Novecento, rivoluzionando con la sua "nuova lingua" il modo di fare poesia.
Nato ad Alessandria d’Egitto, da famiglia originaria di Lucca, e morto a Milano nel giugno del 1970, nei primi trent'anni trascorsi in Egitto covò dentro di sé il germe della poesia, attraverso le letture in particolare di Malalrmé e Leopardi.
L'esperienza di soldato in trincea, durante la Grande Guerra, lo segnò profondamente, facendogli maturare il senso effimero della condizione umana, così presente nelle sue liriche, a partire dalla prima raccolta Il porto sepolto del 1917.
Con la raccolta L'Allegria (1931) giunse a maturazione il suo innovativo stile poetico, prodotto di una rielaborazione formale del simbolismo francese, coniugata con la dolorosa esperienza della guerra. La celebre poesia Mattina testimonia più di ogni altra la ricerca dell'essenzialità e della purezza dell'espressione da parte di Ungaretti.
Attivo anche come giornalista per il "Popolo d'Italia", dal 1942 lavorò come docente di Letteratura moderna e contemporanea all'Università di Roma.
-Fondato il quotidiano La Stampa: Due edizioni, mattutina e pomeridiana; foliazione ridotta (max 4 pagine); prezzo 5 centesimi di lire. Il 9 febbraio del 1867 si presentò così, nelle edicole di Torino, la Gazzetta Piemontese, lanciata al motto di «Frangar non flectar» ("Mi spezzerò ma non mi piegherò").
Ribattezzato "La Stampa" dal 1895, il quotidiano assunse nella prima fase posizioni liberali, arrivando a sostenere la politica di Giolitti e opponendosi all'ascesa di Mussolini. Vittima della repressione fascista, nel 1926 venne rilevato dalla FIAT.
Attestatosi in seguito su posizioni moderate e comunque non ideologiche, ebbe negli anni collaboratori illustri, su tutti lo storico Norberto Bobbio e lo scrittore Guido Piovene. Secondo per tiratura solo al Corriere della sera fino al 1986 (scalzato dalla crescita de "la Repubblica"), gli ultimi dati (gennaio 2017) lo vedono quarto (escludendo i quotidiani sportivi) per diffusione.
Diretto dal 7 ottobre 2023 da Andrea Malaguti (subentrato a Massimo Giannini che l'ha guidato dall'aprile 2020), nella versione on-line dispone dal 2010 di un archivio storico completamente gratuito, che conta 1.750.000 pagine, 5 milioni di articoli e 4 milioni e mezzo di fotografie e illustrazioni.
-Inizia il Maxiprocesso di Palermo: «La corte!». Si apre così a Palermo il processo che mette per la prima volta alla sbarra la mafia, come organizzazione dotata di una gerarchia e di una strategia d'azione ben definite. Dietro questo risultato c'è la tenacia e il coraggio di uomini che pagheranno con la vita il loro essere, senza compromessi, al servizio dello Stato e della Legge.
Una seconda guerra di mafia (la prima risale al 1962) aveva insanguinato la Sicilia all'inizio degli anni Ottanta. Gran parte delle famiglie era stata decimata dalla furia omicida dei Corleonesi, capeggiati dal boss Salvatore Riina, e in questa mattanza erano stati coinvolti anche uomini di legge e delle istituzioni che avevano cercato di contrastare il fenomeno. In particolare, l'uccisione del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, nel 1982, aveva generato grande sdegno nell'opinione pubblica, motivando l'azione di alcuni magistrati riuniti nel pool antimafia dal giudice Antonino Caponnetto.
Tra questi, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano impegnati a tentare un nuovo approccio nelle indagini. Lo scenario in cui si muovevano era contraddistinto dalla totale negazione del fenomeno mafioso o, nel migliore dei casi, di una sottovalutazione di esso. Un'inversione di tendenza c'era stata con la legge 646/1982 che introduceva il reato di associazione mafiosa, approvata otto mesi dopo il brutale assassinio del suo promotore, Pio La Torre.
Di qui si arriva alla preparazione del processo. A mettere sulla strada giusta il giudice istruttore Falcone sono i "pentiti", uno in particolare e il primo della storia: Tommaso Buscetta. Soprannominato il "boss dei due mondi" per la sua lunga permanenza negli Usa, Buscetta è stato per 40 anni in contatto con tutti i vertici delle famiglie mafiose, pagando a caro prezzo il suo allontanamento (due figli uccisi insieme ad altri familiari). Le sue rivelazioni, raccolte in 400 pagine di interrogatorio, svelano al magistrato ramificazioni e segreti della cupola siciliana.
Le richieste di rinvio a giudizio sono oltre 400 e per far fronte a questo numero si decide la costruzione di un'aula bunker a ridosso del carcere palermitano dell'Ucciardone. Viene realizzata una fortezza inespugnabile, con porte blindate e vetri antiproiettile. E' qui che la mattina di lunedì 10 febbraio si apre il più grande processo che sia mai stato realizzato contro la criminalità organizzata.
I numeri sono impressionanti: 474 imputati, di cui 221 detenuti, 59 a piede libero e 194 giudicati in contumacia, perché latitanti. Ad essi si aggiungono oltre 900 tra testimoni e parti lese e 180 difensori, senza contare i 600 giornalisti che seguono l'evento. Motivo per cui vengono adottate misure di sicurezza eccezionali, in primis l'impiego di tremila agenti a presidiare l'area, al fine di evitare attentati e fughe.
Tutto è stato studiato nei minimi dettagli per evitare che il procedimento si blocchi. In particolare, per scongiurare il rischio di defezioni, vengono nominati due pubblici ministeri, due presidenti di corte, due giudici a latere, mentre i giudici popolari sono sedici. Di fronte a loro centinaia di imputati seduti tra i banchi o rinchiusi dietro le sbarre, cui vengono contestati: 120 omicidi, traffico di droga, estorsione e il nuovo reato di associazione mafiosa.
La tensione regna fin dalle prime battute e da parte degli accusati ogni pretesto è buono per contestare e rallentare il dibattimento. Gli osservatori studiano i loro comportamenti e dalle loro reazioni s'intuisce il peso "politico" dei personaggi chiamati a rispondere: in religioso silenzio quando parlano i boss che contano; urla e contestazioni di fronte ai collaboratori di giustizia, ritenuti dei "traditori". Lo scenario muta profondamente all'annuncio dell'ingresso di Buscetta.
Per decisione del presidente di lui viene ammessa solo la ripresa televisiva di spalle e delle mani, procedura estesa anche agli altri pentiti. Comincia a parlare confermando quanto rivelato in precedenza al giudice Falcone, e pronunciando per la prima volta in un tribunale l'espressione «Cosa nostra». E' così che gli affiliati chiamano l'organizzazione, suddivisa in famiglie, ognuna con il nome del rione palermitano o del comune della provincia posti sotto il proprio controllo. Al vertice della piramide c'è la «commissione», formata dai «capimandamenti» espressi da tre famiglie.
La sua deposizione va avanti per una settimana e tra i punti salienti toccati, c'è l'escalation di violenza imputabile alla crescente tensione tra Corleonesi e vecchie famiglie del capoluogo siciliano. Messi con le spalle al muro, boss come Pippo Calò, Luciano Liggio e Michele Greco passano al contrattacco, cercando di screditare Buscetta ma senza fortuna. Altrettanto preziose sono le rivelazioni di altri due pentiti, Salvatore Contorno e Vincenzo Sinagra, grazie ai quali si viene a sapere che molte delle persone scomparse sono state assassinate dalla mafia e sciolte nell'acido per cancellare ogni traccia.
Particolari macabri che colpiscono i presenti e l'opinione pubblica nazionale. Il processo va avanti per due anni circa e il 16 dicembre 1987 arriva la sentenza. Su 474 imputati, 360 vengono condannati e tra questi ci sono pericolosi boss latitanti, come Riina e Bernardo Provenzano, catturati rispettivamente nel 1993 e nel 2006. In appello e in Cassazione le condanne si riducono a 60, tra la delusione di Falcone e Borsellino che cominciano a sentirsi abbandonati nella loro lotta.
Gli attentati di Capaci e via D'Amelio nel 1992 non riescono a cancellare i risultati delle loro inchieste e del conseguente Maxiprocesso che vanno ben oltre le condanne effettive: da qui in avanti nessuno può più ignorare l'esistenza di "Cosa nostra" e sottovalutarne la forza pervasiva nel tessuto politico, economico e sociale.
-Firmati i Patti Lateranensi: «La Santa Sede e l'Italia hanno riconosciuto la convenienza di eliminare ogni ragione di dissidio fra loro esistente con l'addivenire ad una sistemazione definitiva dei reciproci rapporti». Con questa premessa si aprono i Patti dei Lateranensi che, dopo sessant'anni di gelo tra le due sponde del Tevere, diedero una soluzione alla cosiddetta questione romana, aprendone un'altra altrettanto annosa.
Conclusa l'impresa unitaria, nella primavera del 1861 Cavour aprì ufficialmente la "questione romana", proclamando Roma capitale del Regno, quando la stessa si trovava ancora sotto la giurisdizione papale. Dieci anni dopo, riconquistata la città, il governo Lanza trovò la soluzione nella Legge delle Guarentigie (maggio 1871).
Con essa il Pontefice, all'epoca Pio IX, diventava suddito dello Stato Italiano, conservando tuttavia una serie di privilegi rispetto agli altri cittadini. Il Papa non accettò la soluzione unilaterale e in segno di protesta sia lui che i suoi successori non varcarono mai la soglia delle mura vaticane.
I rapporti vennero ristabiliti quasi sessant'anni dopo, in piena epoca fascista. Dopo i vani tentativi di conciliazione nel corso dei pontificati di Leone XIII e Pio X, i primi segnali distensivi si ebbero con Benedetto XV che alimentò la partecipazione dei cattolici alla vita politica italiana, sostenendo nel 1919 la formazione del Partito Popolare Italiano (dalle cui ceneri nacque nel '42 la DC). Sul versante opposto Giolitti apriva a una nuova stagione di rapporti, attraverso la politica delle «due parallele» e rimarcando l'autonomia di Stato e Chiesa nei rispettivi ambiti.
L'avvento della dittatura fascista mise in allarme la Santa Sede preoccupata di perdere la propria secolare autonomia. Di qui, nell'estate del 1926, si avviarono delle trattative condotte per l'Italia dal consigliere di Stato Domenico Barone e per la Chiesa dall'avvocato Francesco Pacelli. Nelle ultime fasi, agli stessi subentrarono rispettivamente il capo del governo Benito Mussolini e il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Gasparri.
A questi ultimi spettò di formare l'accordo dell'11 febbraio, nella Sala dei Papi del palazzo di San Giovanni in Laterano. Il trattato (ratificato con la legge 810 del 27 maggio 1929) riconosceva innanzitutto la personalità giuridica internazionale dello Stato della Città del Vaticano, mentre quest'ultimo riconosceva il Regno d'Italia e Roma quale sua capitale.
Tra i punti salienti, venivano regolati gli effetti civili del matrimonio religioso e stanziati circa un miliardo di lire, a titolo di risarcimento per i danni subiti con la perdita del potere temporale del Papa. I punti più controversi, che rispetto alle Guarentigie segnavano un regresso nella tutela della libertà religiosa, riguardavano l'indicazione del cattolicesimo quale religione di Stato e l'obbligatorietà dell'insegnamento della dottrina cristiana nelle scuole medie ed elementari.
Pur tra il dissenso delle correnti laiche dell'Assemblea Costituente, i Patti vennero assorbiti all'interno della Costituzione del 1948, nello specifico con l'articolo 7. Tuttavia fu avvertita a più riprese l'esigenza di modificare l'accordo, nei punti ritenuti palesemente incompatibili con i principi della Costituzione repubblicana.
Istanze raccolte più tardi nel nuovo Concordato del 1984, sottoscritto dal presidente del Consiglio Bettino Craxi e dal segretario di Stato Agostino Casaroli. Con esso da un lato si eliminavano i punti più controversi (il riconoscimento di "religione di stato" e l'insegnamento obbligatorio cambiato in facoltativo); dall'altro si facevano importanti concessioni alla Chiesa, tra cui il finanziamento attraverso il meccanismo dell'otto per mille e il diritto a istituire scuole di ogni ordine e grado.
-I Lumiere brevettano il Cinematografo: Uno strumento in grado di catturare e riprodurre immagini, unendo le proprietà di una camera da presa e di un proiettore. Con il Cinematographe la realtà per la prima volta non era più statica, ma ripresa nel suo continuo divenire. Si completò così una ricerca scientifica durata circa otto secoli.
Figli dell'imprenditore e fotografo Antoine Lumiere, Auguste e Louis iniziarono a lavorare con il padre, conducendo esperimenti sul procedimento fotografico e sul movimento delle immagini. La storia di questa ricerca affondava le proprie origini nell'antichità, dal primo esempio di camera oscura studiato dallo scienziato arabo Alhazen al sistema più elaborato di Leonardo da Vinci e successivamente della Lanterna magica, ritenuta la madre del moderno proiettore.
Per i due fratelli francesi fu decisiva la scoperta di George Eastman che nel 1885 aveva brevettato la pellicola cinematografica. Rappresentò il punto di partenza per arrivare a quella dotata di foro di trascinamento, che costituì l'aspetto distintivo della loro invenzione rispetto alle altre dell'epoca (solo in Inghilterra furono depositati oltre 300 brevetti sulle fotografie in movimento).
Per mezzo dei fori la pellicola veniva trascinata a scatti (grazie a una manovella), attraverso una piccola scatoletta di legno, facilmente trasportabile, rendendo l'utilizzo di quest'ultima estremamente pratico; una semplice sostituzione della lente permetteva di passare dalla modalità "camera" a quella "proiettore".
La scelta del nome fu possibile per puro caso. Un brevetto dal titolo "cinematographe" era già stato rilasciato all'inventore Leon Bouly. Costui, caduto in disgrazia, non fu più in grado di pagare il canone di locazione per i suoi brevetti, lasciando di nuovo disponibile il nome che i due fratelli poterono riutilizzare per la loro macchina (la storiografia moderna è tuttavia concorde nell'attribuire a Bouly la paternità del termine cinematografo).
La prima dimostrazione del suo funzionamento avvenne in forma ristretta alla Société d'Encouragement à l'Industrie Nationale di Parigi, nell'aprile del 1895. Otto mesi più tardi venne presentato al pubblico al Salon Indien du Grand Café (una sala nel seminterrato dello storico locale parigino di Boulevard des Capucines, vicino alla Place de l'Opéra). I dieci episodi di vita reali proiettati sullo schermo entusiasmarono pubblico e stampa.
L'immediato successo fece arrivare ai Lumiere numerose richieste di locazione degli apparecchi, che fecero il giro del mondo. Convinti che il "cinema" avesse un'esistenza effimera, nel 1900 vendettero i diritti di sfruttamento della loro invenzione a Charles Pathé, dedicandosi ad altre invenzioni nel campo della fotografia.
Tre anni più tardi brevettarono l'Autochrome lumiereun, un procedimento di fotografia a colori basato sulla sintesi additiva. Il sistema, sebbene complesso e poco economico, rivoluzionò il campo della fotografia a colori e acquisì popolarità immediata.