#346 - 17 febbraio 2024
AAA ATTENZIONE - Questo numero rimarrà in rete fino alla mezzanotte del 19 aprile, quando lascerà il posto al numero 350. Ora MOTTI per TUTTI : - Finchè ti morde un lupo, pazienza; quel che secca è quando ti morde una pecora ( J.Joyce) - Lo sport è l'unica cosa intelligente che possano fare gli imbecilli (M.Maccari) - L'amore ti fa fare cose pazze, io per esempio mi sono sposato (B.Sorrel) - Anche i giorni peggiori hanno il loro lato positivo: finiscono! (J.Mc Henry) - Un uomo intelligente a volte è costretto a ubriacarsi per passare il tempo tra gli idioti (E.Hemingway) - Il giornalista è colui che sa distinguere il vero dal falso e pubblica il falso (M. Twain) -
Storia

Note sulla Memoria dei Giorni

-Scoppia Tangentopoli: «Che ci fosse la corruzione in Italia si è sempre saputo, la classe dominante promanava questo puzzo di fogna che tutti sentivano, il famoso "turarsi il naso"». La lucida analisi di Indro Montanelli sullo "scandalo delle tangenti" sottolinea come la caduta del Muro di Berlino e la fine dell'incubo "comunista", abbiano creato i presupposti per mettere sotto processo un intero sistema politico ed economico, segnando uno spartiacque nella storia della Repubblica Italiana.
Alle 17 di lunedì 17 febbraio davanti al Pio Albergo Trivulzio (ente pubblico milanese che ospita una casa di riposo per anziani) un'autocivetta dei carabinieri attende il momento giusto per far scattare l'operazione. Dentro la vettura c'è anche il giovane sostituto procuratore della Repubblica Antonio Di Pietro, che sta indagando su un giro di tangenti nella sanità meneghina. Di concerto con il magistrato, l'imprenditore Luca Magni entra nell'edificio per consegnare una "mazzetta" da 7 milioni di lire all'ingegnere Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio ed esponente del partito socialista.
Intascati i soldi, Chiesa viene tratto in arresto per concussione e messo sotto interrogatorio. È l'episodio chiave che scatena una bufera giudiziaria nello scenario politico nazionale e nel mondo dell'imprenditoria e dell'alta finanza. L'inchiesta, denominata Mani pulite, è condotta da un pool di magistrati, guidati dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli, tra i quali oltre a Di Pietro figurano Gherardo Colombo e Ilda Boccassini.
Il quadro politico di quel periodo vede l'approssimarsi delle elezioni politiche (fissate per il 5 aprile), in vista delle quali si profila un'alleanza tra Democrazia Cristiana e Partito Socialista Italiano, quest'ultimo atteso dai festeggiamenti per il centenario della nascita. La notizia dell'arresto di Chiesa in questo contesto è destabilizzante e mette sulla graticola politici di tutte le forze parlamentari.
Le rivelazioni dell'ex presidente del Trivulzio fanno emergere un quadro più fosco di quello che i giudici si aspettavano e fanno scattare le manette per otto imprenditori coinvolti negli appalti della sanità lombarda. In primavera arrivano i primi avvisi di garanzia per politici e personaggi istituzionali, travolti da un fiume in piena che mina alle fondamenta i principali partiti italiani: dal PSI alla DC, passando per il Partito Democratico della Sinistra (ex PCI).
Non passa giorno che giornali e tg non aprano con un bollettino aggiornato di indagati e arrestati, tra i quali compaiono semplici impiegati pubblici accanto ad alti funzionari dello Stato, noti imprenditori ed esponenti dell'alta finanza. Il terremoto è in atto e sul banco degli imputati ci sono soprattutto i partiti, accusati di finanziarsi illecitamente attraverso mazzette milionarie versate da imprenditori amici.
In questo clima rovente si va al voto e i cittadini indignati dalle vicende di "Mani pulite" fanno sentire la propria protesta, penalizzando i grandi partiti e premiando forze emergenti come la Lega di Umberto Bossi. Nel frattempo, una prima significativa ammissione sul ricorso al finanziamento illecito arriva alla Camera dal segretario del PSI Bettino Craxi che, rivolto agli altri colleghi, parla di una diffusa consuetudine «all'uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale».
Nel prosieguo dell'inchiesta si manifesta un aspetto di notevole drammaticità: in tanti tra le persone coinvolte preferiscono togliersi la vita, altri non reggono alla vergogna del carcere e muoiono di crepacuore. Le indagini a fine anno arrivano a toccare i vertici della classe dirigente, su tutti Craxi che, dopo quattro avvisi di garanzia per reati di corruzione, ricettazione e violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti, è costretto a dimettersi dal PSI, dopo averlo guidato per quasi 17 anni.
La sua parabola di uomo delle istituzioni va incontro a un graduale declino fino alla latitanza ad Hammamet (Tunisia), da dove non farà più rientro in Italia. Insieme a lui spariscono dalla ribalta politica numerosi personaggi di rilievo mentre alcuni, come Giulio Andreotti, ne escono fortemente ridimensionati; medesima sorte tocca a grandi partiti come la DC, il PSI, il PSDI e il PLI che, dopo aver scritto un pezzo importante di storia italiana, tramontano definitivamente.
Ciò fa di Tangentopoli una cesura epocale che segna l'inizio di una Seconda Repubblica. Oltre alle 1.300 sentenze tra condanne e patteggiamenti, l'inchiesta produce forti conseguenze su più versanti, in primis su quello giudiziario con l'abolizione dell'immunità parlamentare, mediante la modifica dell'art. 68 della Costituzione.
Sul piano politico si affacciano nuove personalità, destinate ad occupare la scena nei decenni successivi, tra cui: l'imprenditore Silvio Berlusconi che fonda il movimento di centrodestra Forza Italia, vincendo le elezioni del '94; l'ex magistrato Antonio Di Pietro che, smessa la toga, accetta nel '96 l'incarico di Ministro dei Lavori Pubblici nel governo Prodi e due anni dopo fonda il partito Italia dei Valori.
Per quanto la vicenda di Tangentopoli continui a dividere analisti e addetti ai lavori, è indubbio che quella stagione abbia contribuito a svelare meccanismi tutt'altro che limpidi nella gestione della cosa pubblica. Qualcuno come l'economista Mario Deaglio ha provato a calcolare i danni ingenerati dal sistema delle tangenti: ai cittadini sono costate 10.000 miliardi di lire annui; il debito pubblico è schizzato fra 150.000 e 250.000 miliardi di lire; cui si aggiungono gli interessi sul debito tra 15.000 e 25.000 miliardi.

-Michelangelo Buonarroti: Tra i grandi maestri del Rinascimento, portano la sua firma alcuni tra gli esempi più alti dell'arte italiana: dal David al "ciclo di affreschi nella Cappella Sistina".
Nato a Caprese Michelangelo, in provincia di Arezzo e morto a Roma nel febbraio del 1564, artista inquieto e geniale, operò come scultore, pittore, architetto e poeta, alla costante ricerca dell'ideale di bellezza e di armonia. Formatosi alla bottega di Domenico Ghirlandaio, se ne distaccò per ottenere una maggiore libertà creativa, approfondendo lo studio della scultura quattrocentesca fiorentina.
Dopo un soggiorno a Firenze, si trasferì a Roma, dove sfornò il primo capolavoro, l'unico che ne reca la firma: la Pietà Vaticana. Tornato nel capoluogo toscano, qui nel 1504 produsse la sua massima prova scultorea: da un blocco di marmo, modificato e fragile in alcuni punti, trasse fuori il David, destinato a diventare l’ideale perfetto di bellezza maschile nell’arte. Nello stesso periodo realizzò anche il "Tondo Doni" e il "Tondo Pitti".
Richiamato a Roma da papa Giulio II della Rovere per affrescare la volta della Cappella Sistina, qui con il Giudizio Universale diede vita agli ideali artistici del Rinascimento. La sua arte fu da esempio per le generazioni future ispirando la scuola manieristica, che faceva arte "alla maniera" del Buonarroti.
Nella scultura fu il primo ad evitare il colore; non coloriva né decorava alcune parti delle statue, preferendo il "morbido fulgore" della pietra ed il chiaroscuro. Per quanto riguarda la pittura, l'artista considerava migliore quella che più si avvicina alla scultura, ossia, con il maggiore grado di plasticità possibile.

-Inaugurato il Metropolitan Museum of Art di New York: Con la voglia di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra civile, l'America salutò nel 1872 l'inaugurazione di un museo che nel corso degli anni sarebbe diventato custode prezioso dell'arte d'ogni forma e tempo.
Durante la presidenza Grant, gli Stati Uniti vissero un periodo di generale ricostruzione, sotto il profilo materiale e culturale, a sette anni di distanza dalla fine della Guerra di secessione. C'era una diffusa voglia di ripartire e ciò si tradusse nella realizzazione di grandi opere. New York su tutti si presentava come un cantiere aperto, dove nel 1870 fu posta la prima pietra per il celebre ponte di Brooklyn.
Due anni dopo fu la volta di un altro grande evento destinato a segnare la storia della Grande Mela. Alla presenza del Abraham Oakey Sala e del governatore John Thompson Hoffman fu inaugurato il Metropolitan Museum of Art, ospitato in un palazzo al n. 681 della Quinta Strada. Il patrimonio in esposizione era pressoché esiguo (un sarcofago romano e 174 dipinti di provenienza europea) ed era costituito in gran parte dalla collezione privata di John Taylor Johnston, dirigente delle ferrovie e primo presidente del nuovo ente.
Nel corso degli anni, il patrimonio del Met crebbe a dismisura fino a quando nel 1873, dopo l'acquisizione di antichità cipriote, si rese necessaria l'individuazione di una nuova sede. Si optò temporaneamente per la Douglas Mansion, ad ovest della Quattordicesima Strada, in attesa che venisse realizzata una struttura ex novo sul confine orientale del Central Park. L'edificio, in stile neogotico, divenne la sede permanente del Met, cui se ne aggiunse molto più tardi una seconda, denominata The Cloisters, dedicata esclusivamente all'arte medievale.
Il valore delle collezioni aumentò notevolmente in seguito all'audace politica di acquisizioni posta in essere a partire dagli anni Settanta. Criticata da più versanti, questa strategia prevedeva la messa in vendita di opere di alto pregio, il cui ricavato veniva utilizzato per l'acquisto di capolavori immortali dell'arte mondiale che tutt'oggi rappresentano gli elementi di maggior richiamo dell'esposizione.
Attualmente, il Met, che conta più di due milioni di opere d’arte distribuite su un'area di 180.000 m², è annoverato tra i più grandi e prestigiosi musei del mondo. Le opere, suddivise in 19 sezioni, abbracciano un periodo di tempo di diversi millenni (dal neolitico alla scuola americana tra '800 e '900, passando per le civiltà greco romana ed egizia e il Rinascimento) e interessano le varie forme d'arte, dalla pittura alla scultura, dagli strumenti musicali alla fotografia.
Fiore all'occhiello del museo è la nutrita collezione di grandi capolavori della pittura europea, che copre un periodo di circa sei secoli. Dai maestri del Quattrocento italiano come Sandro Botticelli, Filippo Lippi e Andrea Mantegna, alla scuola spagnola di Francisco Goya e Pablo Picasso. Tra le preziose rarità conservate, figurano molte testimonianze artistiche delle civiltà africane, asiatiche, dell'Oceania, bizantine e islamiche.

-Varo dell'Amerigo Vespucci: La gloriosa esistenza di uno dei più bei velieri di sempre cominciò tra le acque su cui si affaccia l'antica colonia romana di Stabia, nel tratto meridionale del golfo di Napoli. Sintesi di tradizione e modernità, è oggi un simbolo dell'eccellenza italiana.
Verso la fine degli anni Venti si rese necessario sostituire la nave scuola della Classe Flavio Gioia, prossima alla "pensione" e destinata ad essere riconvertita in asilo infantile per gli orfani dei marinai (nel porto di Venezia). Pertanto, nel 1930 l'ingegnere Francesco Rotundi, tenente colonnello del Genio Navale e Direttore dei cantieri navali di Castellammare di Stabia, venne incaricato di progettare due unità navali da utilizzare per l'addestramento degli allievi.
Rotundi si ispirò ai disegni del collega Sabatelli utilizzati per la costruzione del Monarca, celebre veliero della Real Marina del Regno delle Due Sicilie, acquisito alla flotta della Marina piemontese con il nuovo nome di "Re Galantuomo". Dal Regio Cantiere stabiese uscirono due imbarcazioni gemelle, cui furono dati i nomi dei due più illustri navigatori della storia italiana: Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci.
Il varo di quest'ultima ebbe luogo in una piovosa domenica di febbraio, alle 10.30 del mattino. Con i suoi 2.800 mq di superficie e 101 metri di lunghezza, rappresentava un gioiello di tecnologia per quei tempi. All'insegna del motto «Per la Patria e per il Re», iniziò il suo primo viaggio alla volta di Genova dove, il 15 ottobre dello stesso anno, fu consegnata la "bandiera di combattimento" al primo comandante Augusto Radicati di Marmorito.
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, la Vespucci rimase l'unica imbarcazione utilizzata per le crociere addestrative, per via della perdita della Cristoforo Colombo, che l'Italia dovette consegnare all'Unione Sovietica, quale risarcimento dei danni di guerra. Da quel momento fu assunto un nuovo motto «Saldi nella furia dei venti e degli eventi», sostituito nel 1978 con quello definitivo, di leonardiana memoria, «Non chi comincia ma quel che persevera», più adatto a incarnare lo spirito di addestramento dei futuri ufficiali della Marina Militare.
Col passare del tempo aumentò il suo prestigio diventando la nave militare più anziana ancora in attività e presenziando a importanti cerimonie nazionali, tra cui le Olimpiadi di Roma del 1960 (in occasione delle quali ebbe l'onore di trasportare la torcia olimpica dal Pireo a Siracusa) e il 150° dell'Unità d'Italia. Gli interventi di ammodernamento delle apparecchiature apportati successivamente, non ne intaccarono lo stretto legame con la tradizione, evidente sia nell'aspetto sia nella gestione (le manovre eseguite rigorosamente a mano) e nei materiali utilizzati.
Fornita di un equipaggio che con gli allievi raggiunge le 470 unità, la Vespucci è ancora oggi un'istituzione nella marineria internazionale; a dispetto del codice di navigazione, non c'è "gigante del mare" che non le riconosca la precedenza, omaggiandola con tre colpi di sirena. Per l'Italia svolge un ruolo fondamentale di rappresentanza all'estero della sua arte, cultura e ingegneria.

-Le fiabe dei fratelli Grimm: Hanno più di duecento anni, furono pubblicate per la prima volta nel 1812, tuttavia i racconti dei fratelli Grimm non sembrano invecchiare mai; per questo motivo il nostro suggerimento di questa settimana è il libro "Le fiabe dei fratelli Grimm". Quante generazioni sono cresciute in compagnia di racconti come "Cenerentola", "Pollicino", "I suonatori ambulanti di Brema", personaggi vivi nell'immaginario di ciascuno. Un tesoro per grandi e piccoli, emozioni che hanno accompagnato ognuno di noi in ogni fase della vita dall'infanzia, come ascoltatori, all'età adulta, come attivi narratori.
Alcune delle storie contenute nella raccolta sono pressocchè sconosciute ma non prive del fascino e degli insegnamenti che caratterizzano le fiabe dei Grimm. Lasciamoci ritrasportare in un mondo che inizia con "C'era una volta" e termina sempre con "Vissero felici e contenti", un mondo dove il bene trionfa sempre sul male, il tutto condito con un pizzico di magia. Eccone un brano: «C'era una volta un re potente e saggio che ogni giorno, a pranzo, quando la tavola era sparecchiata e non c'era più nessuno, si faceva portare ancora un piatto, coperto, da uno dei suoi servi più fedeli. Solamente lui ne mangiava, poi lo richiudeva, e nessuno sapeva che cosa vi fosse dentro. Un giorno avvenne che il servo, quando il re gli diede il piatto da portare via, non seppe resistere alla tentazione, lo portò nella propria camera, lo aprì e vi trovò dentro una serpe bianca. Vedendola gli venne una tale voglia di mangiarne che non potè trattenersi: ne tagliò un pezzetto e se lo mangiò. Ma appena lo sfiorò con la lingua, udì con chiarezza ciò che si dicevano i passeri e gli altri uccelli davanti alla finestra e comprese così che capiva il linguaggio degli animali. Ora avvenne che proprio quel giorno la regina smarrì uno dei suoi anelli più belli, e il sospetto cadde su quel servo. Il re lo rimproverò aspramente e minacciò di condannarlo come reo, se entro quel giorno non avesse indicato il malfattore. Allora il servo si spaventò e non sapeva cosa fare. Inquieto, scese in cortile: là, vicino a un ruscello, le anatre riposavano tranquille e si facevano le loro confidenze. Egli ne sentì una che diceva: "Che peso ho sullo stomaco! Nella fretta ho ingoiato un anello che era sotto la finestra della regina." Subito il servo l'afferrò per il collo, la portò al cuoco e disse: "Ammazza prima questa, è ben pasciuta." Il cuoco le tagliò il collo e quando fu sbuzzata le trovò nello stomaco l'anello della regina. Il servo lo portò al re che se ne rallegrò molto, e volendo riparare il proprio errore gli disse: "Chiedi ciò che vuoi, e di' quale carica desideri a corte."
Ma il servo rifiutò ogni cosa e chiese soltanto un cavallo e del denaro per il viaggio, poiché‚ desiderava girare per il mondo».

-Watson-Watt dimostra il funzionamento del radar: Per l'Italia di Marconi rappresentò uno smacco veder attribuito a un fisico britannico il merito di aver realizzato il primo sistema di telerilevamento. Per la Germania nazista fu tra le principali ragioni della sconfitta nella Seconda guerra mondiale. Nei cieli e mari dell'epoca contemporanea, sempre più trafficati, è uno strumento di viaggio insostituibile.
Dagli studi del tedesco Hertz (1886) sulla capacità di riflettere onde radio attraverso oggetti solidi, si erano susseguiti numerosi tentativi di realizzare un apparecchio per la rilevazione degli impulsi elettromagnetici, applicati soprattutto alla meteorologia. Esperimenti simili stava conducendo il fisico scozzese Robert Watson-Watt, quando fu incaricato dall'Ufficio Meteorologico del Regno Unito. Qui mise a punto un sistema di mappatura dei temporali, in grado di captare a distanza i segnali radio generati dai fulmini.
In questa scoperta il governo inglese intravide un'enorme potenzialità da utilizzare in campo militare, per la localizzazione di ostacoli lontani in campo aereo e navale. Watt si trovò a lavorare con l'illustre collega Edward Victor Appleton (Premio Nobel per la fisica 1947) a una rete di antenne che inviava il segnale verso l'alto, fino a raggiungere la ionosfera dove veniva riflesso riportando alla fonte informazioni sull'esatta distanza dalla sorgente di un dato corpo.
Il punto di svolta si verificò allorché Watt individuò il modo di rendere visibili su uno schermo i segnali radio riflessi e tracciarne la durata della loro propagazione. La prima dimostrazione del telerilevamento avvenne il 26 febbraio del 1935, nel corso della quale Watt riuscì a captare l'esatta posizione di un aereo in regime di silenzio radio e avvolto dalla nebbia. Il risultato fu che quattro anni dopo la Gran Bretagna si trovò disseminata di stazioni radar che avvertivano l'avvicinarsi di aerei nemici a 120 km di distanza.
Questa tecnologia, cui nel 1940 la Marina degli Stati Uniti diede il nome di RADAR (RAdio Detection And Ranging, in italiano "radio-rivelatore e misuratore di distanza"), influì sulle sorti del secondo conflitto mondiale, a discapito della Germania che ne aveva sottovalutato la portata "militare". Da quel momento ogni aereo e nave lo ebbero in dotazione, aumentando gli standard di sicurezza nel trasporto passeggeri e nelle rotte commerciali.
Sebbene le cronache storiche continuino a riconoscere in Watt l'inventore del radar moderno, nessuno può negare che qualcuno prima di lui avesse già compreso il criterio alla base del suo funzionamento. Quel qualcuno era Guglielmo Marconi che nel 1922, in occasione del Congresso degli ingegneri americani a New York, annunciò che era molto vicino a realizzare un marchingegno in grado di rendere visibili gli oggetti in condizioni di buio totale e di nebbia.
La sua sfortuna fu che le alte gerarchie dell'esercito regio italiano non ritennero di dover finanziare gli studi del fisico bolognese, che alla fine s'indirizzò verso l'utilizzo delle microonde nella radiotelegrafia delle navi in luogo di scarsa visibilità. L'assenza di un'industria nazionale elettronica fece sì che si dovesse aspettare il 1950 per veder nascere in Italia la prima produzione di radar su scala industriale. Un ritardo che a Marconi costò un prestigioso primato scientifico.

-Victor Hugo: Tra i maggiori autori della letteratura europea, con i suoi romanzi si fece interprete delle voci degli umili e dei diseredati, battendosi per una società più giusta anche sul piano politico.
Nato a Besançon, nell'ovest della Francia, e morto a Parigi nel maggio del 1885, dopo gli esordi letterari con "Le odi" e la fondazione di un foglio "Il conservatore letterario", sposò le teorie del romanticismo, propugnandole per primo in Francia con il dramma storico "Cromwell" (1827), considerato un manifesto del romanticismo francese.
Convinto socialista sul piano politico, sostenne le proprie idee come deputato dell'Assemblea Costituente, scontrandosi con la politica intollerante di Napoleone III, che lo condannò all'esilio. Durante questo periodo giunse a maturazione la sua visione di romanzo storico, già anticipata in "Notre-Dame de Paris" del 1831, con il capolavoro I miserabili, tra le opere più rappresentative dell'Ottocento.
Artista a tutto tondo, si dedicò al teatro, alla saggistica, agli aforismi e alla pittura, quest'ultima molto apprezzata dal poeta Baudelaire.

-Liz Taylor: Ultima diva dell'epoca d'oro di Hollywood, con i suoi occhi viola ha rappresentato un'icona di talento, fascino e sensualità senza tempo.
Nata ad Hampstead, benestante sobborgo di Londra, da genitori americani, si trasferì negli USA allo scoppio della Seconda guerra mondiale, debuttando a nove anni sul set e conquistando un pezzo di popolarità, l'anno seguente, con Torna a casa Lassie!.
Dopo una decina di film anonimi, la sua carriera ebbe un'impennata con "Un posto al sole" (1951), accanto all'amico Montgomery Clift, seguito da altri due film di successo come "Il gigante" e "L'albero della vita" (con cui conquistò la prima nomination all'Oscar). Gli anni Sessanta le regalarono i massimi trionfi: due "statuette" come "migliore attrice protagonista" per la Venere in visone nel 1961 e Chi ha paura di Virginia Woolf? nel 1967.
Dopo aver recitato con star del calibro di Paul Newman e Richard Burton, andò incontro a un lento declino che la gettarono nel tunnel della dipendenza dall'alcool e dalle droghe. Rinata, si dedicò anima e corpo alla lotta contro l'AIDS, per cui le fu riconosciuto nel 1993 l'Oscar umanitario. Scomparve nel marzo del 2011 per problemi di cuore.

-Gioachino Rossini: Massimo genio della lirica di tutti i tempi, il Cigno di Pesaro ebbe chiara fama anche in vita, al punto da trovarsi come biografo un certo Stendhal.
Pesarese doc e figlio di un trombettista e di una cantante di teatro, si avvicinò al repertorio classico formandosi sui capolavori di Haydn e Mozart. Diplomatosi al Conservatorio di Bologna, a vent'anni già scrisse opere per diversi teatri.
Il suo genio precoce toccò i diversi generi della lirica, dalle farse alle tragedie, regalando i frutti migliori con Il Barbiere di Siviglia (1816), La gazza ladra (1817) e Guglielmo Tell (1829).
Ritiratosi dalle scene a soli 37 anni, continuò a scrivere per sé e per i propri intimi nella sua residenza parigina, dove si spense il 13 novembre del 1868, consumato dal cancro.

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