#330 - 13 maggio 2023
AAA ATTENZIONE - Questo numero rimarrà in rete fino alla mezzanotte del 19 aprile, quando lascerà il posto al numero 350. Ora MOTTI per TUTTI : - Finchè ti morde un lupo, pazienza; quel che secca è quando ti morde una pecora ( J.Joyce) - Lo sport è l'unica cosa intelligente che possano fare gli imbecilli (M.Maccari) - L'amore ti fa fare cose pazze, io per esempio mi sono sposato (B.Sorrel) - Anche i giorni peggiori hanno il loro lato positivo: finiscono! (J.Mc Henry) - Un uomo intelligente a volte è costretto a ubriacarsi per passare il tempo tra gli idioti (E.Hemingway) - Il giornalista è colui che sa distinguere il vero dal falso e pubblica il falso (M. Twain) -
Storia

Note sulla
Memoria dei Giorni

-Parte il primo Giro d'Italia: Un appuntamento annuale coniuga un diffuso mezzo di trasporto con la passione sportiva: il Giro d'Italia. Il giornalista Tullo Morgagni ha già "inventato" due future classiche del ciclismo (il Giro della Lombardia e la Milano-Sanremo) quando nel 1909, con La Gazzetta dello Sport, organizza una corsa a tappe che attraversa l'Italia, anticipando il Corriere della Sera.
Il 13 maggio, alle tre di notte, parte da piazzale Loreto a Milano la prima tappa di 397 km fino a Bologna. Il primo a tagliare il traguardo è Dario Beni. Dopo otto tappe (una ogni due/tre giorni perché la Gazzetta è in edicola il lunedì, il mercoledì e il venerdì) il primo vincitore del Giro d'Italia è Luigi Ganna, un muratore di Varese, primo nella classifica a punti. Il montepremi della prima edizione è di 25.000 lire.
Da allora questa gara catalizza l'attenzione di milioni di sportivi, che seguono con grande passione e competenza le gesta sportive (e spesso non solo quelle) di campioni italiani come Alfredo Binda (5 le edizioni vinte), Costante Girardengo, Fausto Coppi (5), Gino Bartali (3), Vittorio Adorni, Gianni Motta, Felice Gimondi (3), Giovanni Battaglin, Giuseppe Saronni (2), Francesco Moser, Gianni Bugno, Marco Pantani, Gilberto Simoni (2) e Ivan Basso (2). Dal 1999, il vincitore del Giro riceve il trofeo senza fine, costituito da una barra di rame bombata, a forma di spirale, che si erge dalla base in cerchi man mano più ampi, sui quali sono menzionati tutti i vincitori. Il 5 maggio 2017 si tiene la centesima edizione.

-Festa della Mamma: Oggi è la festa della mamma! Una ricorrenza antica, diffusa in molti paesi del mondo. In Italia si festeggia la seconda domenica di maggio, mentre negli altri stati si festeggia in giorni diversi, di anno in anno.
La prima volta che fu festeggiata in Italia fu il 12 maggio del 1957, per volontà di Don Otelli ad Assisi. Alcune nazioni hanno affiancato alla festa della mamma anche la lotta contro la violenza sulle donne o contro la guerra. In Italia, la festa della mamma si lega anche al mese di maggio che secondo la religione cattolica è il mese della Madonna (la mamma di tutte le mamme).
Alcuni legano la festa al periodo in cui la natura rifiorisce e si colora, le temperature sono miti e sbocciano le rose, il fiore ideale da regalare alla mamma.

-Gino Strada fonda Emergency: «Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi». In questa riflessione del suo fondatore (ripresa dal libro "Buskashì. Viaggio dentro la guerra"), è racchiuso lo spirito di quel gruppo di uomini e donne che opera sotto la bandiera di Emergency.
Fine anni Ottanta, il mondo è sconvolto da una moltitudine di conflitti che oltre alle gravi condizioni umanitarie, legate alla povertà e al proliferare di malattie, fanno emergere l'orrore delle mine antiuomo. Un'arma invisibile che, quando non uccide, mutila le persone di gambe e braccia ed è in grado di far male anche ad anni di distanza dalla fine di una guerra. Con questo scenario si confronta il medico Gino Strada.
Specializzatosi in chirurgia d'urgenza all'Università Statale di Milano, alla soglia dei quarant'anni decide di dedicarsi alla chirurgia traumatologica e in particolare alle vittime di guerra. Per questo entra a far parte del Comitato Internazionale della Croce Rossa, per il quale dal 1989 al 1994 presta soccorso nei teatri di guerra di vari continenti (Pakistan, Etiopia, Perù, Afghanistan, Somalia e Bosnia ed Erzegovina).
A conclusione di questa lunga esperienza matura l'idea che l'attività umanitaria debba coniugarsi con un netto rifiuto della guerra, in tutte le sue forme dall'intervento militare all'attacco terroristico. In nome di questo obiettivo cerca di coinvolgere altre persone, disposte a impegnare tempo e risorse in una nuova associazione umanitaria.
Una domenica sera del maggio 1994, un gruppo di amici e colleghi di Strada e di sua moglie Teresa Sarti, insegnante di Lettere, si dà appuntamento al ristorante "Il Tempio d'oro" di Milano (nella zona di viale Monza). Nasce così Emergency, che riunisce medici, infermieri ed esperti di edilizia e logistica, in sostanza i «professionisti dell’emergenza», per dirla con le parole di Strada, «capaci di portare aiuto alle vittime delle zone di guerra e soprattutto alle vittime della guerra in tempo di pace».
Nel corso della cena vengono raccolti i primi 12 milioni di lire da investire a favore della prima missione in Ruanda (1994), a Kigali, dove viene restaurata una clinica belga abbandonata e riattivati i reparti di chirurgia e di ostetricia e ginecologia. Ma la bandiera con le "tre barre" che formano una "E" nel cerchio rosso (simbolo dell'associazione) sventola in quegli anni su un altro campo cruciale: la Campagna Internazionale per il Bando delle Mine Antiuomo, nell'ambio della quale Emergency spinge l'Italia (tra i maggiori produttori di mine antiuomo) a sottoscrivere il Trattato di Ottawa (1997), per la messa al bando dell'odiosa arma.
Nemmeno il tempo di festeggiare la grande vittoria di civiltà, che Emergency si trova a operare nel Kurdistan iracheno e di qui in Sierra Leone, Sudan, Afghanistan. Aumenta l'impegno ma cresce e si rafforza parallelamente il sostegno all'associazione (riconosciuta come ONG dal 1999), attraverso campagne di raccolta fondi sponsorizzate da personaggi noti della cultura, dello spettacolo e dello sport. Di contro, la ferma posizione di rifiuto della guerra la porta a scontrarsi con governi e politici di vari paesi.

Partner ufficiale del Dipartimento della Pubblica Informazione dell'ONU dal 2006, Emergency ha operato dalla fondazione in 17 paesi, maggiormente in Asia e Africa, dove, attraverso la gestione di ospedali e centri di riabilitazione fisica e sociale, garantisce cure mediche e chirurgiche gratuite e di alta qualità a feriti di guerra e indigenti. L'impegno in Italia, attivo dal 2005, è volto ad assicurare il rispetto del diritto a essere curati sancito anche dalla Costituzione. Attualmente gestisce strutture sanitarie in Afghanistan, Iraq, Italia, Repubblica Centroafricana, Sierra Leone e Sudan.
Dopo la scomparsa di Teresa Sarti nel 2009, la presidenza è stata assegnata alla figlia Cecilia Strada, sostituita nel luglio 2017 da Rossella Miccio.

-Mario Monicelli: Regista tra i più rappresentativi del secondo Novecento, è uno dei maestri della commedia all'italiana.
Nato a Roma e qui scomparso nel novembre del 2010, dopo la gavetta come critico cinematografico e poi come aiuto regista e sceneggiatore, debuttò dietro la cinepresa nel 1949 con Totò cerca casa, ritrovò il "principe della risata" nel suo primo capolavoro I soliti ignoti, che gli fece sfiorare per la prima volta l'Oscar come "miglior film straniero".
Mancò la celebre statuetta altre sei volte, ma con pietre miliari della commedia come La grande guerra (Leone d'oro a Venezia nel 1959), "L'armata Brancaleone" e "Il marchese del grillo", fece incetta di premi, tra cui otto David di Donatello e tre "Orsi d'argento" a Berlino.
L'opera con cui è maggiormente identificato è la celebre saga comica Amici miei, di cui diresse i primi due capitoli. Leone d'oro alla carriera nel 1991, nel 2006 girò l'ultimo film, "Le rose del deserto".

-Omicidio Calabresi: «Qualcuno potrebbe esigere la denuncia di Calabresi per falso in atto pubblico. Noi, che più modestamente di questi nemici del popolo vogliamo la morte... ». Parole violente apparse sul giornale Lotta Continua, che fu il principale megafono della campagna d'odio e della sentenza di condanna a morte nei confronti di un onesto servitore dello Stato. Una pagina buia nella storia politica e culturale dell'Italia del Novecento.
Il clima di conflittualità sociale, manifestatosi già all'inizio degli anni Sessanta, raggiunse la fase di maggiore criticità verso la fine del decennio, in particolare con l'inizio della contestazione studentesca del Sessantotto. Principale teatro di questi eventi fu la città di Milano, dove forze extraparlamentari e di marcato spirito rivoluzionario, come la formazione comunista Lotta Continua, alimentarono una violenta contrapposizione alle istituzioni e alle forze dell'ordine.
Dall'altra parte della barricata c'era la Questura milanese, impegnata a contenere il fenomeno attraverso uomini come il commissario Luigi Calabresi, vice capo della squadra politica della Mobile. Il suo nome cominciò a entrare nel mirino delle frange rivoluzionarie dopo la strage di Piazza Fontana, il 12 dicembre del 1969. Fu uno spartiacque nella storia della Repubblica e nei rapporti tra forze dell'ordine e contestatori.
Il giovane dirigente venne incaricato delle indagini e la sera stessa della strage eseguì una serie di arresti negli ambienti estremisti, specialmente anarchici. I sospetti si concentrarono su uno dei fermati, Giuseppe Pinelli, di professione ferroviere. L'uomo fu trattenuto per tre giorni e sottoposto a un estenuante interrogatorio; al terzo il suo corpo cadde dalla finestra dell'ufficio del commissario, schiantandosi a terra dopo un volo di quattro piani.
Una tragica morte che suscitò indignazione nell'opinione pubblica e nella stampa di sinistra. Indignazione che si trasformò in rabbia feroce dopo le conclusioni dell'inchiesta condotta dal pm Gerardo D'Ambrosio, che definì la morte come accidentale, causata forse da un improvviso malore, escludendo le piste del suicidio e dell'omicidio. Una verità processuale rispedita al mittente dall'intellighenzia di sinistra, rappresentata da scrittori, giornalisti, registi e attori di chiara fama.
Tutti si ritrovarono uniti nella sottoscrizione di un appello pubblicato sul settimanale L'Espresso, in cui si rivolgeva un pesante atto d'accusa rivolto «ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni», chiedendone l'allontanamento. Aspetto eclatante di una campagna d'odio di cui per oltre due anni fu oggetto Calabresi e che nell'organo di stampa di Lotta Continua ebbe il suo centro propulsore.
Per le strade e sui muri rimbalzava una pesante sentenza di condanna: «Calabresi, assassino!». Negli ambienti istituzionali si avvertiva il timore che qualcosa di irreparabile potesse accadere, per cui, all'inizio del 1972, si ipotizzò una sua promozione ad altro incarico. Proposta che incontrò il rifiuto del 34enne, padre di due figli e di un terzo che sarebbe arrivato di lì a qualche mese.
In un clima incandescente, il 7 maggio di quell'anno si tennero le elezioni politiche, destinate ad essere ricordate per l'ennesima protesta repressa nel sangue. Durante il presidio antifascista organizzato da Lotta Continua, il ventenne Franco Serantini venne pestato dagli agenti e arrestato, morendo in carcere dopo due giorni di agonia. L'episodio finì per accelerare una sentenza di condanna a morte che già era in discussione tra i vertici di LC.
Alle 9,15 di mercoledì 17 maggio, Calabresi uscì dal portone di casa, in via Cherubini a Milano, avviandosi verso la sua "Fiat cinquecento", parcheggiata poco distante. Il tempo di infilare le chiavi nella serratura che un uomo, sceso da una 125 blu, gli si avvicinò freddandolo con due colpi di pistola alla testa e alla schiena. Inutile la corsa all'ospedale San Carlo, dove i medici non poterono che constatarne il decesso.

Gli investigatori s'indirizzarono verso piste senza sbocco, mentre emersero i primi dubbi e pentimenti sulla campagna d'odio sostenuta contro la vittima, guardando anche ai riscontri emersi da una successiva perizia sulla salma di Pinelli, che confermava l'ipotesi del malore, e da una sentenza del Tribunale di Milano, che accertava l'assenza di Calabresi al momento della caduta del ferroviere. Tuttavia il clima non si rasserenò affatto e l'anno dopo, in occasione di una cerimonia in ricordo del commissario, nel cortile della Questura milanese venne fatta esplodere una bomba a mano, che lasciò a terra quattro morti e una cinquantina di feriti.
Sedici anni di buio sulle indagini furono interrotti dalla confessione di Leonardo Marino, militante di LC, che portò all'arresto, nel luglio del 1988, dei suoi ex compagni Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, gli ultimi due con l'accusa di essere gli esecutori dell'omicidio, il primo come mandante. Riconosciuti colpevoli con sentenza definitiva, i tre vennero condannati a 22 anni di reclusione.
Nel 2009, in occasione del Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo, c'è stata una significativa stretta di mano tra Gemma Capra, moglie di Calabresi, e Licia Rognini, vedova Pinelli. Pur professatosi da sempre innocente e rifiutandosi di inoltrare domanda di grazia, Sofri ha dichiarato, nel corso di un'intervista, di sentirsi corresponsabile morale dell'omicidio.

-Giovanni Paolo II: Dal 27 aprile 2014 proclamato santo della Chiesa cattolica insieme con Giovanni XXIII, viene ricordato come il pontefice dei numerosi viaggi apostolici, del profondo rapporto con i giovani e della lotta al comunismo e al consumismo.
Nato a Wadowice, nel sud della Polonia e morto a Città del Vaticano il 2 aprile del 2005, da giovane s'interessò di letteratura e di lingue straniere, arrivando a parlare 11 idiomi diversi, aspetto che fu determinante durante il suo apostolato. Ordinato sacerdote nel 1946, salì al soglio petrino il 16 ottobre del 1978, succedendo a Giovanni Paolo I, morto dopo solo 33 giorni di pontificato, tra sospetti e veleni.
Primo papa non italiano dopo 455 anni, e primo pontefice polacco della storia, guidò la Chiesa in una fase storica delicata, caratterizzata all'esterno dalla fine della guerra fredda, dalle stragi mafiose in Italia e dal terrorismo islamico; all'interno dagli scandali dei preti pedofili e dello IOR. Innovatore sul piano della comunicazione, dal punto di vista morale confermò le posizioni conservatrici su temi come aborto, eutanasia, omosessualità e celibato dei preti.

-Albrecht Dürer: Principale esponente della pittura tedesca rinascimentale, è indicato tra gli artisti che maggiormente hanno influenzato l'arte occidentale del Cinquecento.
Nato a Norimberga e qui scomparso nell'aprile del 1528, il suo sconfinato amore per il sapere in generale lo portò ad affiancare alla pittura le attività di incisore, matematico e trattatista. Conquistato dai grandi maestri del Rinascimento italiano, ebbe il merito di fondere la loro arte con quella fiamminga e con la tradizione tedesca, creando uno stile originale che fece scuola nel panorama europeo.
Tra le opere più note, oltre a numerosi ritratti e autoritratti, c'è l'Adorazione dei Magi, oggi conservato agli Uffizi di Firenze.

-Giacomo Matteotti: Figura simbolo dell'antifascismo e politico di idee socialiste, il suo nome è il settimo più ricorrente nella toponomastica d'Italia.
Nato a Fratta Polesine, in provincia di Rovigo, si avvicinò giovanissimo al socialismo, collaborando con il periodico "La lotta" e facendosi eleggere nel 1919 alla Camera in quota PSI. Esponente dell'area riformista legata a Filippo Turati, denunciò più volte in Parlamento le violenze dei fascisti, arrivando a parlare di brogli l'indomani delle elezioni politiche del 1924, che consegnarono la maggioranza assoluta al partito di Benito Mussolini.
La risposta di quest'ultimo fu di ordinare l'assassinio di Matteotti, eseguito a Roma, il 10 giugno del 1924, da cinque membri della "polizia politica".

-Strage di Capaci: «A questa città vorrei dire: gli uomini passano, le idee restano, restano le loro tensioni morali, continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini». Una sorta di testamento spirituale che Giovanni Falcone lascia alla sua Palermo e a chiunque scelga di offrire le proprie gambe a quelle idee, per cui lui ha speso tutta una vita. La feroce vendetta della mafia non riuscirà a cancellare il suo alto esempio di difensore della legalità e di umile servitore dello Stato.
La sensazione di essere tra i principali bersagli della criminalità organizzata non ha mai abbandonato il giudice palermitano, da quando nel dicembre 1987 era arrivato a sentenza il primo maxiprocesso a "Cosa Nostra", che aveva portato alla condanna di 360 imputati, tra affiliati e pericolosi boss latitanti. Un risultato ottenuto con anni di indagini condotte da lui e dagli altri componenti del pool antimafia.
A fare terra bruciata attorno a lui non è solo la mafia, bensì gli stessi ambienti giudiziari, che contestano i suoi metodi e la sua condotta con i testimoni di giustizia. Sospetti e calunnie che lo fanno sentire sempre più isolato e vulnerabile rispetto ai pericoli in agguato. Il primo viene messo in atto nella sua villa all'Addaura, presso Mondello, il 20 giugno del 1989, quando un agente della scorta rinviene sugli scogli un borsone con cinquantotto candelotti di dinamite.
Il clima di isolamento dei colleghi, unito alle pressioni delle istituzioni centrali preoccupate della sua incolumità, lo convincono nel 1991 ad allontanarsi dalla Sicilia e ad accettare l’incarico di dirigere la sezione Affari Penali del ministero di Grazia e Giustizia, presieduto da Claudio Martelli. Con quest'ultimo s'impegna a portare a termine un progetto che ha a cuore da tempo: la Superprocura antimafia.
L'idea di un coordinamento nazionale tra le procure impegnate nella lotta a "Cosa Nostra" spacca la magistratura tra favorevoli e contrari (tra questi il caro amico Paolo Borsellino), ma mette d'accordo quelli dall'altra parte della barricata, che vedono ormai in Falcone un nemico da abbattere. Su ordine del capo della cupola, al secolo Totò Riina, viene progettato, per il febbraio del 1992, un blitz armato a Roma contro il magistrato e il ministro Martelli, concepito anche per mandare un forte segnale allo Stato.
Il progetto viene rimandato perché nel frattempo maturano i presupposti per un altro assassinio: quello del deputato DC Salvo Lima, ucciso il 12 marzo 1992. Poco più di due mesi dopo si materializza un disegno criminale, tra i più efferati della storia repubblicana. Sabato 23 maggio alle 17.40, Falcone e la moglie, Francesca Morvillo, atterrano all'aeroporto palermitano di Punta Raisi. Da qui proseguono a bordo di tre Fiat Croma blindate, su una delle quali si mette alla guida lo stesso magistrato con accanto la moglie, scortata dalle altre due con dentro sei agenti.
Pochi minuti dopo aver imboccato l'autostrada A29, nelle vicinanze dell'uscita di Capaci, una mano assassina aziona con un radiocomando a distanza 500 chilogrammi di esplosivo, nascosti in un tombino dell’autostrada. Le lancette dell'orologio segnano le 17,56 quando l'istituto di Geofisica registra la tremenda esplosione. Un quarto d'ora dopo arrivano i primi soccorsi e lo scenario che si trovano davanti è agghiacciante: l'asfalto non c'è più e al suo posto c'è una voragine larga trenta metri e profonda otto, che racchiude un ammasso confuso di macerie, lamiere e corpi.
Catapultata a cinque metri di distanza c'è l'auto di testa della scorta, con dentro i corpi senza vita degli agenti Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani. Viene trovata spezzata in due l'auto con la coppia che, ancora in vita, viene trasportata d'urgenza all'Ospedale civico di Palermo. Qui dopo quasi due ore di agonia si spegne Falcone e tre ore più tardi sua moglie Francesca. Se la cavano con ferite e traumi gli altri tre agenti e alcune persone che si sono trovate a passare in quei tragici istanti.
La notizia rimbalza sui TG nazionali e un senso di profondo sgomento attraversò tutto il paese. Allo sconforto di aver perso un simbolo della lotta a Cosa Nostra subentra la rabbia verso i politici, espressa soprattutto ai funerali per le vittime di Capaci, tenutisi nel duomo di Palermo e ai quali partecipa anche il neoeletto presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro. Una cerimonia commossa rimasta impressa nella memoria collettiva in particolare per il messaggio della vedova Schifani rivolto ai mafiosi.
Un'intercettazione telefonica metterà subito gli inquirenti sulla buona strada, nella ricerca di mandanti ed esecutori, individuati in Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano e Totò Riina (gli ultimi due catturati rispettivamente nel 1993 e nel 2006). Nel 2012 sarà arrestato il pescatore Cosimo D'Amato, con l'accusa di aver procurato il tritolo utilizzato per la detonazione, ricavandolo da ordigni bellici della Seconda guerra mondiale recuperati sui fondali marini della Sicilia.

-Eduardo De Filippo: Il più grande drammaturgo italiano del secondo Novecento e tra i pochissimi ad essere rappresentato anche all'estero. Seppur con diverse scelte stilistiche e tematiche, raccolse idealmente l'eredità di Pirandello da lui considerato "il Maestro".
Nato a Napoli, figlio illegittimo dell'attore e commediografo Eduardo Scarpetta e della sarta Luisa De Filippo, Eduardo crebbe dentro l'ambiente teatrale napoletano e rivelò già nell'adolescenza straordinarie doti comiche. A 14 anni entrò stabilmente nella compagnia del fratellastro Vincenzo, dove già lavorava la sorella Titina e che accolse, tre anni dopo, anche il fratello Peppino.
I tre fratelli, dagli anni Venti, lavorarono insieme sia nell'ambito del teatro dialettale che in quello più eterogeneo del varietà e della rivista. Eduardo compose testi di vario tipo, molti dei quali rimasti inediti: il più antico tra quelli pubblicati, "Farmacia di turno", risale al 1920.
Dopo il sodalizio artistico con Michele Galdieri, nel 1931 i tre fratelli realizzarono il loro grande sogno di recitare insieme in una compagnia tutta loro: il Teatro Umoristico "I De Filippo". Ebbero un grande successo e il loro nome iniziò a risuonare in tutti i teatri italiani, dove spopolarono con spettacoli farseschi ispirati alla commedia dell'arte.
Inoltre, puntava l'attenzione anche sugli aspetti concreti della realtà contemporanea napoletana, portando in scena le abitudini, gli stenti e le illusioni quotidiane della "piccola borghesia". Nel tentativo di elevare il teatro napoletano a una dimensione nazionale, guardò con ammirazione alla grande eredità di Luigi Pirandello che incontrò nel 1933 e insieme al quale scrisse la commedia L'abito nuovo.
Il piglio autoritario e carismatico lo portò a scontrarsi con Peppino fino alla dolorosa separazione nel 1944, dopo cui diede vita a una nuova compagnia teatrale, "Il Teatro di Eduardo". Rilevato e riportato a nuova vita il Teatro San Ferdinando di Napoli, ne fece un laboratorio all'avanguardia e da qui rilanciò il teatro dialettale elevandolo a forma d'arte e attribuendo al napoletano la dignità di lingua ufficiale. Tra le opere più significative di questo periodo "Napoli milionaria!", "Questi fantasmi!" e "Filumena Marturano".
Il suo successo crebbe anche grazie al cinema e alla televisione, per la quale reinterpretò tutte le commedie. Divenne un'icona dell'arte della recitazione, con il suo volto, la voce e la proverbiale gestualità. Con la popolarità s'intensificarono anche gli impegni nel sociale. Tra l’altro, si batté per i minori rinchiusi negli istituti di pena e per la creazione a Napoli di un teatro stabile.
Ottenne moltissimi riconoscimenti ufficiali tra cui la nomina a "Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana", il "Premio Feltrinelli" dell'Accademia dei Lincei di Roma, il "Premio Pirandello", due lauree honoris causa alle Università di Birmingham e Roma e la nomina di senatore a vita nel 1981.
Morì nel 1984 a Roma. La camera ardente venne allestita al Senato e, dopo il commosso saluto di oltre trentamila persone, fu sepolto al cimitero del Verano.

-Enrico Berlinguer: Storico segretario del Partito Comunista Italiano, stimato da alleati ed avversari per lo spiccato rigore morale e la profonda passione per la politica, dimostrata fino all'ultimo istante di vita.
Sardo di Sassari e con lontane origini aristocratiche, fu presentato dal padre a Togliatti, riscuotendo da subito la fiducia di quest'ultimo e assumendo prestigiosi incarichi nel partito. Assunta la carica di Segretario Generale nel 1972, guidò il PCI per oltre un decennio, affrontando fasi cruciali della storia d'Italia, a cominciare dal compromesso storico sancito con la DC di Aldo Moro, naufragato per l'assassinio dello stesso Moro per mano delle Brigate Rosse.
Fautore di un'evoluzione liberale e indipendente da Mosca del PCI, morì di ictus nel giugno del 1984, durante un comizio a Padova. Sua figlia Bianca, giornalista, è stata direttore del TG3.

-Robert Capa: Considerato il padre del fotogiornalismo, è stato il più grande fotoreporter di guerra di sempre e con le sue foto ha raccontato i vent'anni che più hanno segnato la storia dell'Europa e del mondo intero.
Ungherese di Budapest, Endre Ernő Friedmann (la sua vera identità) scelse lo pseudonimo Robert Capa (ispirato al noto regista americano Frank Capra) per sfondare nel campo della fotografia. Ci riuscì prestissimo.
Poco più che ventenne prese parte alla Guerra civile spagnola (1936-39), realizzando uno degli scatti più rappresentativi del Novecento: "Il miliziano colpito a morte". Di qui fu in prima linea in tutti i principali conflitti, dalla Seconda guerra mondiale (1941-1945) alla Prima guerra d'Indocina (1954).
Nel 1947, insieme con altri famosi colleghi, tra cui Henri Cartier-Bresson, fondò l'agenzia fotografica Magnum, ancora oggi una delle più rinomate al mondo.
Morì nel maggio del 1954, durante la Prima Guerra d'Indocina, posando il piede su una mina mentre stava per scattare una foto.

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