#162 - 11 luglio 2016
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Racconto

Il Complotto

parte terza e ultima

di Ruggero Scarponi

Quando il corteo tumultuante fu in prossimità del castello, subito la Guardia armata del Duca uscì dai ricoveri per impedire l’invasione della proprietà.

  • Indietro! – Urlava un ufficiale – non osate oltrepassare questo limite, o apriremo il fuoco. – E così dicendo con un cenno del capo dava ordine ai suoi di caricare e puntare i moschetti.
  • Vogliamo parlare a Sua Eccellenza! – Gridarono in molti – Vogliamo giustizia! – Urlavano altri.
  • Indietro! – ammoniva l’ufficiale, con la sciabola sguainata, mentre fronteggiava la marea umana, ma si capiva che con un occhio, stava cercando una possibile via di fuga. E d’altronde con i suoi dodici moschettieri non sarebbe certamente riuscito a respingere una folla di quelle proporzioni. D’un tratto però alcuni squilli di tromba fecero zittire tutti quanti. Dal lungo viale che menava al castello, scortato dai nobili e da una compagnia di soldati armati di tutto punto, s’avanzava a cavallo, il Duca. Costui, giunto in prossimità del tumulto ordinò all’ufficiale di guardia di far ritirare i suoi uomini. Dopo, con grande disinvoltura avanzò fin quasi a sfiorare la folla. Per l’occasione si era rivestito con l’uniforme militare da gran parata. I poveri villani ne furono assai colpiti. Il Duca appariva severo e magnifico nelle vesti di un condottiero vittorioso. In cima al suo cavallino arabo era fiero nel portamento, indossava numerose decorazioni appuntate sulla giubba, in testa l’ampio tricorno adorno di piume bianche e in vita la fascia di generale comandante del reggimento dei granatieri di Challans. Così combinato incuteva la più grande soggezione. Il duca si rivolse al suo ufficiale.
  • Cosa vuole tutta questa buona gente, Aricot?
  • Eccellenza, - rispose il militare, dopo una breve esitazione - chiedono giustizia.
  • Bene, - sentenziò compiaciuto il Duca - se è giustizia che chiedono, hanno fatto bene a venire. Io rappresento la legge di Sua Maestà in questo Distretto. E poi rivolgendosi alla folla:
  • Formate una delegazione, buona gente. Ascolterò le vostre lagnanze nella sede opportuna. I miei valletti vi indicheranno la strada. E senza aggiungere altro, abilmente fece impennare il cavallino, e fatto dietro-front, si allontanò al galoppo seguito da tutta la scorta. Restarono due valletti che avevano il compito di accompagnare la delegazione nella palazzina dove il duca avrebbe tenuto la corte di giustizia. I villani erano rimasti a bocca aperta, sopraffatti dalla magnificenza del nobile signore e per contro, dalla semplicità che questi aveva dimostrato nell’accogliere la loro richiesta. Poi, una volta nominata la delegazione, tutti gli altri si affrettarono a far ritorno a casa per raccontare in giro l’episodio di cui erano stati testimoni.
    Il Duca accolse la delegazione nella palazzina adiacente al castello. I poveri popolani, entrando timorosi nella sala delle udienze, lo trovarono già assiso su un alto scranno contornato da nobili dignitari. La sala era tutta uno scintillio a causa dei molti specchi affissi alle pareti, delle dorature della mobilia e degli argenti dei monumentali calamai in cui gli scrivani intingevano lunghe e bianche penne d’oca. La ricca cornice era completata dai vivaci colori delle divise della guardia personale del duca armata di moschetto e sciabola al fianco.
  • Avanti, avanti, entrate, sbrigatevi di grazia – si affannava a ripetere un cancelliere – prendete posto davanti a Sua Eccellenza. E toglietevi i berretti, siete di fronte al rappresentante di Sua Maestà.
  • Avanti, miei buoni figli di Challans – intervenne, benevolo il Duca – sedete pure sulle panche. E voi, Cancelliere – facendo finta di rimbrottarlo – suvvia siate più urbano nei modi con codesti signori. Essi vengono fiduciosi a noi che rappresentiamo la legge! – e poi rivolgendosi a papa Lebel come capo delegazione – Vi ascolto, parlate senza timore e senza cerimonie. Non è necessario che vi esprimiate come questi signori – disse indicando con lo sguardo beffardo a destra e a sinistra i nobili che se la ridevano sotto baffi e parrucche – che sono addestrati a non fare altro tutta la vita! – Fattosi coraggio papa Lebel, raccontò, per dir la verità con buona proprietà di linguaggio, l’intera vicenda. Il Duca ascoltò attentamente senza mai interromperlo.
  • Avete fatto bene buon uomo, a ricorrere alla giustizia.- Sentenziò alla fine del racconto - Ne riceverete soddisfazione. Darò immediate disposizioni per l’apertura dell’inchiesta e la ricerca di tutti i possibili testimoni. In seguito ordinò agli scrivani di redigere una quantità di ordinanze secondo il linguaggio giuridico di cui i semplici popolani non capirono un bel nulla.
  • Papa Lebel – disse il Duca – vi do la mia parola che entro un mese troveremo l’infame che attenta all’onore dei bravi sudditi di Sua Maestà. Papa Lebel e tutti gli altri della delegazione erano increduli di fronte alla risolutezza dimostrata dall’aristocratico signore. Rischiarono poi di morire per l’imbarazzo, quando giovani dame, al termine dell’udienza offrirono loro un delizioso rinfresco, servendoli con modi tanto gentili da farli sentire quasi dei pari.
  • Val più una tartina… – sussurrò il duca all’orecchio del visconte – che dieci leggi liberali!
  • Caro Duca, penso proprio – rispose Bujol – che da oggi codesti sempliciotti sarebbero disposti a dare la vita per voi.
  • Rallegriamoci, dunque, amico mio – commentò Challans – le cose si mettono per il meglio. Insomma inutile descrivere l’inchiesta punto per punto, era già stato tutto predisposto dai congiurati. In poche parole i nobili tramite il visconte di Bujol e il perfido Malanné avevano corrotto papa Lebel e gli altri capi-famiglia con le rispettive figlie fintamente rapite. Il Malanné che aveva servito a casa del marchese ne conosceva molto bene le proprietà e sapeva di una cappellina sconsacrata mezzo diroccata situata nel folto di un bosco vicino al castello. Lì furono condotte e segregate le ragazze come prova che erano state rapite. A questo punto si finse di cercare le giovanette per ogni dove e quando finalmente furono ritrovate nella proprietà del buon marchese, questi fu accusato di aver fatto rapire le ragazze per oscure pratiche magiche e per riti osceni. Naturalmente i tanti testimoni a favore furono ostacolati in tutti i modi, intimiditi con minacce e obbligati a ritirare le loro deposizioni mentre i pochi brutti ceffi che a pagamento avevano accettato di accusarlo furono presentati come modelli di virtù. Il marchese non si dette per vinto e ricorse persino a Sua Maestà che però essendo in quel tempo, impegnato con la guerra, non dette ascolto alle sue proteste. Il processo si concluse con un verdetto di condanna. Madame, la baronessa de la Pleyade, moglie del Marchese non resse al colpo, uscì letteralmente di testa e finì in manicomio. Il marchese privato di tutti i suoi beni fu esiliato fuori dello stato. Riparò in Scozia presso un lontano parente, un povero montanaro e si adattò, per vivere a fare da guardiano di pecore nelle selvagge e gelide Highlands. Il Duca di Challans fu nominato curatore del patrimonio del marchese. Egli badò a liquidare con modeste somme gli eredi secondo quanto stabilito dalla legge in quei casi. Riservando per se e i nobili della lega che avevano ordito il complotto, la fetta più grande. Il visconte di Bujol, autore del piano per eliminare il marchese, fu gratificato con l’assegnazione del castello e gli altri nobili con terreni e appezzamenti vari. Il Duca si appropriò della cassa e dei gioielli di famiglia. A Malanné ispiratore della congiura, toccarono 50 monete d’oro che perse in una sola notte di gozzoviglie tra il gioco con le carte e le cortigiane. A papa Lebel e agli altri che si erano prestati agli intrighi degli aristocratici toccò ciascuno una borsa di 20 monete d’oro (sperperate rapidamente…) e una dote per le ragazze fintamente rapite e che a causa dei pettegolezzi che ne erano seguiti nessuno si fece avanti a chiederne la mano. Qualche mese dopo il processo i nobili congiurati, soddisfatti per la riuscita del piano, si riunirono a festeggiare presso il castello del Duca. Dopo la cena si ritirarono a giocare d’azzardo nelle sale dove erano stati sistemati appositamente dei tavoli. Il visconte de Bujol, euforico per i molti brindisi di cui era stato onorato per il brillante risultato ottenuto, in una sola mano, ai dadi, si giocò e perse il castello del marchese, appena acquisito. Al termine della serata al momento di rientrare a casa mentre si accomodava nella carrozza tra morbidi cuscini, semi addormentato si sentì domandare dalla moglie:
  • Ebbene mio caro stasera ho vinto duecento franchi a picchetto. E a voi monsignore come è andata con i dadi?
  • Mah, - rispose tra gli sbadigli - niente di che mia cara. Ho sonno ora, lasciatemi dormire.
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