#386 - 1 novembre 2026
AAAATTENZIONE - Cari amici lettori, questo numero rimarrà  in rete fino alla mezzanotte del 14 NOVEMBRE quando lascerà  il posto al n. 387. BUONA LETTURA A TUTTI . Ora per voi : AMICI DEGLI ANIMALI - Vivisezione: Nessuno scopo è così alto da giustificare metodi così indegni (A. Einstein) - Grandezza morale e progresso di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali (Gandhi) - La compassione e l'empatia per il più piccolo degli animali è una delle più nobili virtù che un uomo possa avere (C. Darwin) - Fintanto che l'uomo continuerà a massacrare gli animali non conoscerà  ne salute, ne pace (Pitagora) - Tra tutti gli animali l'uomo è il più crudele. E' l'unico ad infliggere dolore per il piacere di farlo (M Twain) - A forza di sterminare animali si è capito che anche sopprimere uomini non richiedeva grande sforzo ( E.da Rotterdam) . -
Sport: storia cultura arte

I giochi funebri in onore

Patroclo

di Livio Toschi

In questo numero tratterò dei giochi funebri in onore di Patroclo, che furono descritti da Omero e da Ditti di Creta. I mirabili versi di Omero affascinarono, tra gli altri, Friedrich Schiller, che affermò: «Non ha vissuto invano chi ha potuto leggere il XXIII canto dell’Iliade».
Di ben diverso spessore è il poema Diario della guerra di Troia, noto anche come L’altra Iliade, scritto da Ditti e giustamente assai meno celebre. Dell’opera possediamo il testo latino del III secolo in sei libri (Ephemeris belli Troiani), basato sulle tavolette in lingua fenicia rinvenute nel sepolcro di Ditti a Cnosso e tradotte in greco (dieci libri) per ordine di Nerone. La differenza nel numero dei libri, spiegò nel prologo dell’Ephemeris il traduttore latino, un certo Settimio, derivava dall’aver riassunto in uno solo gli ultimi cinque libri sui nostoi (ritorni) dei Greci.

Il diario di Ditti, un soldato che affermava di aver combattuto a Ilio sotto il comando del suo re Idomeneo, inizia con il rapimento di Elena e termina con la morte di Ulisse a Itaca per mano di Telegono, il figlio avuto da Circe. Quindi, mentre Omero si concentra soltanto su una parte dell’ultimo anno della guerra di Troia, Ditti abbraccia un periodo ultraventennale. Ma le maggiori diversità da Omero consistono nello stile della narrazione, che qui si fa piatto e privo di pathos, per di più stravolgendo le nostre conoscenze su fatti e personaggi. Se fosse vero che Ditti combatté a Ilio, sarebbe stato un testimone diretto (istor) e la sua opera, quindi, di molto antecedente all’Iliade. Considerata la profonda diversità dei racconti, dobbiamo chiederci quale dei due autori dica la verità, ma un indizio ci soccorre: nei tempi antichi, infatti, era noto il detto «i Cretesi sono tutti bugiardi».
Qui ci limiteremo a confrontare i giochi funebri in onore di Patroclo, descritti nel libro XXIII dell’Iliade e nel libro III de L’altra Iliade.

Patroclo

In ambedue i poemi Ettore uccide Patroclo in battaglia, ma non riesce a impossessarsi del cadavere. Ne L’altra Iliade, però, il funerale si svolge prima della vendetta di Achille contro Ettore, al quale tende un’imboscata mentre il principe troiano con pochi soldati sta andando incontro alla regina delle Amazzoni, Pentesilea. Dopo lo strazio del cadavere di Ettore hanno inizio i giochi funebri (agones epitaphioi) voluti dal Pelìde per onorare l’amico scomparso. Le competizioni dedicate ai defunti erano frequenti nell’antichità e furono incluse anche nei poemi di Virgilio (Eneide, libro V), Silio Italico (La guerra punica, XVI), Papinio Stazio (Tebaide, VI), Quinto di Smirne (Il seguito dell’Iliade, IV) e Nonno di Panopoli (Dionisiache, XXXVII).

Le gare omeriche sono otto (sei delle quali ritroviamo in Ditti): la corsa dei cocchi, il pugilato, la lotta, la corsa a piedi, il duello in armi (con elmo, lancia e scudo), il lancio del disco, il tiro con l’arco a una colomba legata con una fune all’albero di una nave, una non meglio definita «prova delle lance». Le gare de L’altra Iliade sono nell’ordine: le corse di quadrighe e bighe, il tiro con l’arco a una colomba legata a un filo teso tra due pali, le corse a piedi (dolico, diaulo e stadio), il salto in lungo, il lancio del disco, la lotta, il pugilato, il pancrazio, la corsa in armi.

Le corse dei cocchi sono ritenute le principali competizioni in ambedue i poemi e disputate per prime: Omero assegna la vittoria a Diomede, Ditti a Eumelo (quadrighe) e Diomede (bighe), che si aggiudica anche la corsa finale in armi (oplitodromia). Ne L’altra Iliade Ulisse e Merione vincono la gara di tiro, Tlepolemo il salto in lungo, Antiloco il lancio del disco, Aiace Oileo, Macaone ed Euripilo le corse podistiche. Terminate le gare, come avviene nell’Iliade, Achille offre un dono al vecchio e saggio Nestore.

Patroclo

Va per inciso notato che Omero descrive con cura i ricchi premi posti in palio da Achille (e non solo per i vincitori), mentre in Ditti – che pure ne attesta la presenza – tale descrizione manca del tutto. I giochi funebri narrati in entrambi i poemi erano perciò definiti agones chrematitai (chremata = beni, ricchezze). Nell’antica Grecia, a parte i quattro giochi cosiddetti coronali o stephanitai, che ricompensavano i vincitori solo con una corona di fronde (olimpici, pitici, istmici e nemei), tutti gli altri conferivano preziosi premi ai migliori tra i partecipanti e anche i re si battevano con accanimento per conquistarli.

Soffermiamoci sugli sport di combattimento. I versi dell’Iliade sull’incontro di lotta tra Aiace e Ulisse da soli giustificano l’affermazione di Schiller. Ne trascrivo alcuni nella traduzione di Vincenzo Monti.

Patroclo

«Nel mezzo della lizza entrambi accinti
presentârsi, e stringendosi a vicenda
colle man forti s’afferrâr, siccome
due travi, che valente architettore
congegna insieme a sostenere d’eccelso
edificio il colmigno, agli urti invitto
degli aquiloni [venti di tramontana]. Allo stirar de’ validi
polsi intrecciati scricchiolar si sentono
le spalle, il sudor gronda, e spessi appaiono
pe’ larghi dossi e per le coste i lividi
rosseggianti di sangue».

Leggiamo invece lo sbrigativo e banale resoconto di Ditti:
«I premi per la lotta restano non assegnati poiché Aiace, afferrando alla vita Ulisse, lo fa cadere, ma questi, cadendo, gli si avvinghia ai piedi e, venendo in tal modo ostacolato, impedito e destabilizzato, Aiace (che quasi aveva già vinto) finisce per crollare a terra».

Quale abisso separa questa descrizione dai sublimi versi di Omero! In ambedue i poemi nella lotta si affrontano Aiace e Ulisse, il più forte e il più astuto degli Achei, a sottolineare le caratteristiche peculiari di questa disciplina, ben evidenziate dal cieco cantore. Sia Omero che Ditti fanno terminare l’incontro in parità, ma l’uno afferma che Achille assegna ad entrambi uguali premi, mentre per l’altro non vengono aggiudicati. Se la narrazione della gara di lotta è scarna nel testo dell’autore fenicio, addirittura lapidaria è quella degli incontri di pugilato e pancrazio: «Nel pugilato e nell’altra gara di mani [ossia il pancrazio] è sempre Aiace Telamonio ad ottenere la palma». Contro chi? Forse non trova avversari disposti ad affrontarlo e vince akoniti (senza essersi impolverato)? Essere stringati va bene, ma qui davvero si esagera. Quanto ci mancano le similitudini e i dialoghi di Omero!

Patroclo

Ne L’altra Iliade non si disputano i giochi funebri in onore di Achille, ben descritti da Quinto di Smirne nel libro IV de Il seguito dell’Iliade. Secondo Ditti, infatti, gli Achei sospettavano che l’eroe di Ftia volesse tradirli per amore di Polissena, la bellissima figlia di Priamo. Così, morto Achille nell’agguato tesogli da Paride nel tempio di Apollo, è il solo Aiace, suo cugino, a piangerlo e a raccoglierne le ceneri nella stessa urna di Patroclo, che viene sepolta presso il capo Sigeo alla foce dello Scamandro.
È bene fermarsi qui, poiché Ditti prosegue il suo racconto deformando molti altri avvenimenti a noi noti grazie a una consolidata tradizione (basti menzionare l’impensabile tradimento del “pio” Enea). L’altra Iliade, dunque, non si è limitata a mettere in imbarazzo solo Calliope (la Musa della Poesia epica), ma anche Clio (la Musa della Storia).

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