Carnevale di Roma
La corsa dei cavalli barberi
di Livio Toschi

Diciamo subito che la parola Carnevale deriva da carnem levare, perché faceva presagire il successivo periodo di privazioni della Quaresima. I festeggiamenti per il Carnevale di Roma, erede degli antichi Saturnalia, consentivano il temporaneo ribaltamento dell’ordine sociale e davano la possibilità di prendersi gioco di tutto e di tutti. O quasi, perché gli strumenti di tortura e il patibolo erano ben esposti nelle piazze come monito a non esagerare.
Le feste si svolgevano nel Circo Agonale (piazza Navona) e soprattutto sul Monte Testaccio dove, già nel XII secolo, si recava anche il papa a cavallo per assistere ai numerosi giochi. Le famiglie nobili si dilettavano con palii, giostre e tauromachie; il popolo con l’albero della cuccagna, le corse di cavalli fino alle falde dell’Aventino, la “ruzzica de li porci”, che era uno degli appuntamenti più attesi. Si trattava di un barbaro divertimento: dalle alture del Monte dei Cocci lungo il declivio venivano lanciati dei carretti che trasportavano maiali. A valle una moltitudine di gente, anche con le armi, si contendeva gli animali, vivi o morti che fossero.
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Nel 1464 salì al soglio pontificio il veneziano Pietro Barbo, che assunse il nome di Paolo II. Fu lui a spostare le corse dei cavalli nel rettilineo di via Lata (circa un chilometro e mezzo), che perciò prese il nome di via del Corso. Motivo dello spostamento? Probabilmente il papa desiderava affacciarsi da Palazzo Venezia, da lui costruito quale sua nuova residenza, per vedere in tranquillità l’arrivo delle corse. I cavalli erano barberi (o berberi), piccoli, veloci e resistenti, così chiamati per la loro origine nordafricana.

Il primo Carnevale in via Lata fu inaugurato il 9 febbraio del 1466.
Si correva il martedì grasso, ottavo giorno dei festeggiamenti, dopo aver condotto i cavalli in Campidoglio per ricevere la benedizione del papa. Sgomberata la strada, salve di mortaio erano il segnale per dare il via alla corsa. Le guardie, allora, formavano due cordoni ai lati del Corso, usando le transenne per trattenere a stento la folla vociante e pericolosamente assiepata. I più ricchi e potenti assistevano alla partenza dalle tribune provvisorie costruite sulla Piazza del Popolo (agli altri non rimanevano che le gremite pendici del Pincio), mentre il resto della corsa era osservato dagli affacci, dai balconi e dai “bussolotti” (verande in legno) dei palazzi di via Lata, adornati con fiori, drappi e broccati, e spesso affittati a caro prezzo.

I cavalli, senza fantino (“scossi”), prima del via erano trattenuti con difficoltà dagli stallieri (“barbareschi”) perché infastiditi dal baccano e da spilli inseriti in palle di pece che venivano attaccate sui loro fianchi o sulla groppa.
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La gara aveva inizio dall’obelisco di Piazza del Popolo, dove avveniva la “mossa” o “smossa” (lasciando cadere la corda tesa davanti ai cavalli), e terminava a Piazza Venezia, dov’era la “ripresa” o “cattura” e dove veniva perciò collocato un enorme telone sospeso a un cavo per fermare gli animali lanciati: grazie al coraggio degli “acchiappacavalli”, che spesso nella baraonda rimanevano contusi o feriti, erano momenti estremamente spettacolari per quella folla vogliosa di emozioni forti.
Lì un tempo c’era la via della Ripresa dei Barberi, scomparsa in seguito alla costruzione del Vittoriano, che con i necessari sventramenti ha anche comportato un notevole ampliamento di Piazza Venezia.

La corsa era rapida e perciò il percorso veniva ricoperto di sabbia onde evitare che i cavalli scivolassero, finendo contro le transenne. Nel 1662 il papa Alessandro VII fece demolire l’Arco del Portogallo presso via della Vite perché restringeva la strada e da quel momento la via Lata poté definirsi «ippodromo della città», come si legge nella targa in latino affissa sul posto.
Il proprietario del cavallo vincitore riceveva una somma di denaro e un drappo o palio di broccato d’oro finemente lavorato con cui si ricopriva il dorso dell’animale.
Dal pontificato di Papa Paolo II in poi il Carnevale di Roma divenne una manifestazione internazionale: in tantissimi venivano da ogni angolo d’Europa per poter presenziare alla grande festa, ma soprattutto alla “Corsa dei barberi”. Per i viaggiatori del Gran Tour era una tappa obbligatoria essere a Roma nel mese di febbraio per assistere a uno spettacolo senza eguali.

Wolfgang Goethe assisté al Carnevale del 1788 e lo descrisse nel suo Viaggio in Italia, definendolo «non una festa concessa al popolo, ma una festa che il popolo offre a sé stesso», durante la quale «ognuno può essere pazzo e stravagante quanto gli pare e piace. Salvo le bastonate e le coltellate, tutto è permesso». Nonostante le precauzioni gli incidenti non mancavano e nel 1874, in seguito alla morte di un ragazzo, sfuggito al controllo della madre e travolto dai cavalli, Vittorio Emanuele II sospese la corsa, riesumata dal sindaco Pietro Venturi nel 1876, ma definitivamente abolita dal sindaco Leopoldo Torlonia nel 1883. Fu la fine della festa, poiché – come scrisse Trilussa – «leva le corse, leva la gente... e la baldoria è morta, er Carnevale s’ariduce a gnente».
Rallegrato dai fuochi d’artificio (“fochetti”) e dai carri allegorici, il Carnevale romano si concludeva la notte del martedì grasso con la Festa dei Moccoletti (moccolo = candela). Al grido «Mor’ammazzato chi nun porta er moccolo!», la gente – in buona parte mascherata – si riversava nelle strade allo scopo di spegnere il moccolo degli altri partecipanti, cercando di mantenere acceso il proprio.

Oltre alla corsa dei barberi ricordo le corse di “bestie bipedi” e “bestie quadrupedi”, ossia di ebrei (“il pallio delli Giudei”), di giovani e di anziani (ultrasessantenni), di nani e di storpi, di asini e di bufale. Pare addirittura che papa Alessandro VI (Borgia) nel 1501 abbia istituito “il palio delle prostitute”. Soprattutto sugli ebrei la folla si divertiva a tirare frutta, uova marce e “acqua guasta”. È evidente che il Carnevale romano avesse un carattere, oltre che molto popolare e dissacrante, anche decisamente cinico.
La corsa degli ebrei fu abolita nel 1668 da papa Clemente IX, ma non certo per misericordia. Infatti pretese annualmente una umiliante cerimonia di sottomissione del rabbino e il pagamento di una tassa di trecento scudi dalla comunità israelitica.
Didascalie
- Un balcone durante il Carnevale a Roma, olio su tela di José Benlliure y Gil (1879) – Thyssen-Bornemisza Museum, Madrid
- La mossa dei cavalli barberi, olio su carta di·Théodore Géricault (1817) – Walters Art Museum, Baltimora USA
- La mossa dei barberi a Piazza del Popolo, olio su tela di Bartolomeo Pinelli (1821) – Museo di Roma
- La ripresa dei barberi, acquerello di Achille Pinelli (1832) – Museo di Roma
- La ripresa dei barberi, olio su tela di Raffaello Sorbi (1925) – Collezione privata
- La festa dei moccoletti, olio su tela di Ippolito Caffi (1852) –Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma