«Essere sempre il migliore» nell’antica Grecia.
Un motto valido nello sport, nella poesia e nell’arte
Essere il migliore
di Toschi Livio
Nell’antica Grecia tutti erano in rivalità accanita tra loro e per i motivi più disparati. L’essere sempre il migliore (aien aristeuein ha scritto Omero nell’Iliade) valeva per i re e i condottieri, ma anche per gli atleti, e non si sottraevano alla regola neppure i poeti e gli artisti. Lo dimostra la frase scritta su un’anfora di Eutimide, famoso ceramista (colui che modella i vasi) e ceramografo (colui che li decora) attivo ad Atene nel 520-500 a.C., per irridere un altrettanto celebre rivale: «Come mai avrebbe potuto dipingerla Eufronio».

Gli artisti, gelosi del loro “diritto d’autore”, ci tenevano a mettere la firma (o un motto, un segno distintivo, un simbolo) sulle proprie opere per attribuirsene il merito ed evitare indebite appropriazioni. Così, per esempio, sulla base della Nike un tempo collocata davanti al tempio di Zeus a Olimpia si legge: «Peonio di Mende l’ha fatta». Precisando che epoiesen significa «mi fece, mi creò», ed egraphsen significa «mi dipinse», molte di queste firme (dette “enteoniche”) si trovano sulle ceramiche di Andocide, Clizia, Duride, Ergotimo, Exechia, Nicostene, Sofilo, ecc., orgogliosi della loro arte e desiderosi dell’ammirazione di contemporanei e posteri.
Olimpia durante i Giochi non era solo il più importante polo sportivo del mondo, ma anche un centro artistico, culturale e politico di grande rilievo, capace persino di assicurare la tregua nel paese (ekecheiria).
Personaggi di elevate capacità e ambizioni approfittavano delle Olimpiadi, momento di pacifico raduno (panegyris) di tutti i Greci, per farsi conoscere da un pubblico vastissimo e raggiungere così una fama rapida e spesso immortale (athanatos doxa): la quadriennale competizione costituiva, infatti, una straordinaria cassa di risonanza. Insomma, se moltissimi andavano per vedere, tanti andavano per farsi vedere.

Fu dall’opistodomo del tempio di Zeus che Erodoto, il “padre della storia”, lesse le sue Istoriai vicino all’ulivo sacro, riscuotendo entusiastiche lodi: «I suoi nove libri – afferma Luciano di Samosata – furono chiamati coi nomi delle Muse» e lui «divenne più famoso addirittura dei vincitori olimpici». Luciano, presente a ben quattro Olimpiadi, ricorda che «in seguito molti impararono questo espediente, questa scorciatoia per la notorietà: Ippia, il sofista nativo di quella zona, Prodico di Ceo, Anassimene di Chio, Polo di Agrigento e tanti altri pronunciarono i loro discorsi davanti all’assemblea di Olimpia e raggiunsero in breve la fama».
Non mancarono gli eccessi: per dare la massima eco al suo gesto, scrive ancora Luciano in un pamphlet sul filosofo cinico Peregrino, questi nel 165 d.C. si suicidò proprio a Olimpia, gettandosi nel fuoco. Qualche “passerella” la fecero anche personaggi gloriosi come Temistocle, il vincitore di Salamina, al quale (narra Plutarco) gli spettatori tributarono ovazioni per un giorno intero nel 476 a.C. A Olimpia furono presenti Talete e Chilone (due dei Sette Sapienti), l’astronomo Enopide di Chio, Tucidide, Demostene, Platone e Aristotele. Non pochi uomini di potere si servirono dei successi delle loro scuderie nelle corse dei cavalli e dei cocchi per consolidare la propria posizione. Uno di questi fu Alcibiade, che dopo la grande vittoria del 416 a.C. nella gara delle quadrighe e i conseguenti festeggiamenti da lui organizzati con inusitato sfarzo, ottenne il comando della spedizione ateniese in Sicilia e fu celebrato da Euripide con un famoso epinicio. Sempre a Olimpia fecero sfoggio di oratoria, ricevendo unanimi consensi, Gorgia nel 408 a.C., Lisia nel 388 e Isocrate nel 380, che con i loro discorsi (logoi) infiammarono l’animo dei Greci, esortandoli alla concordia interna per fronteggiare uniti i Persiani.

Per lasciare imperitura memoria dei successi conseguiti tra il 476 e il 468 a.C. i tiranni Ierone di Siracusa e Terone di Agrigento richiesero epinici ai massimi poeti: il primo a Pindaro (Olimpica I e Pitiche I, II e III) e Bacchilide (Epinici III, IV e V), il secondo solo a Pindaro (Olimpiche II e III). Ingente fu senza dubbio la spesa, ma assicurò loro l’ammirazione dei sudditi e un’eterna fama. Senocrate di Agrigento, fratello di Terone, nel 490 a.C. commissionò a Pindaro un’ode per la sua vittoria a Delfi (Pitica VI). Tutti, insomma, dai re ai semplici cittadini condividevano il desiderio vivissimo di gloria (philotimia), il bisogno di «essere il migliore» e di farlo sapere.
Per tramandare la gloria dei campioni coronati d’ulivo Simonide, Bacchilide e Pindaro scrissero i loro versi immortali, mentre Lisippo, Mirone, Policleto e altri scolpirono mirabili statue, ma proprio sulla scelta della celebrazione più opportuna si discuteva animatamente. In polemica con quanti a ricordo della vittoria preferivano farsi erigere una statua (nella sola Olimpia il loro numero arrivò a 500: una sorta di grande museo all’aperto), nella Nemea V, scritta per il giovane pancraziaste Pitea di Egina, Pindaro sostenne che i suoi epinici assicuravano una fama maggiore rispetto a una scultura che si poteva ammirare solo nel luogo dove era collocata, spesso non facilmente raggiungibile:
«Non sono uno scultore che fa statue
che si ergono immobili sulla loro base.
Tu, mio dolce canto, salpa da Egina
sopra ogni barca e sopra ogni nave
per annunciare ovunque la vittoria di Pitea».

Pindaro reclamizzava così il suo lavoro, lautamente retribuito (per l’epinicio a Pitea pretese 3.000 dracme). Lui e Bacchilide non si amavano e a fatica frenavano la loro astiosa rivalità. Mentre Bacchilide definiva se stesso «l’usignolo di Ceo dalla lingua di miele», Pindaro si paragonò a «un’aquila contro cui schiamazzano invano i corvi», tra i quali includeva ovviamente il rivale, che lui – immagino con un sogghigno compiaciuto – con un solo verso aveva “declassato” da usignolo a corvo.
Altri celebri antagonisti furono, oltre ai già citati ceramografi Eufronio ed Eutimide, i pittori Parrasio di Efeso e Zeusi di Eraclea (V-IV secolo a.C.). Plinio il Vecchio nel libro XXXV della sua Naturalis historia menziona una loro famosissima sfida d’illusionismo pittorico. È risaputo, inoltre, che Aristofane non perdeva occasione per criticare Euripide, come fece con pungente malizia nella commedia Le Rane. Il popolo tanto si appassionava ai confronti, che talora li inventava. Ricordo, per fare un solo esempio, l’Agone di Omero ed Esiodo, che si sarebbe svolto a Calcide in Eubea durante i giochi funebri in onore del re Anfidamante (fine VIII secolo a.C.) e avrebbe visto vincitore l’autore de Le opere e i giorni. A entrambi i poeti furono erette statue in Olimpia, come ai campioni dello sport.

Ogni occasione era buona per lanciare una sfida, per organizzare una gara: di pittura, scultura, poesia, musica, danza e perfino «gare di parole» (che Gorgia definì amillai logon). Jacob Burckhardt, pensando all’uomo greco e alla sua perenne smania di competere, di «essere sempre il migliore» in ogni campo, non ha avuto dubbi a definirlo “uomo agonale” (agon = gara). Anche altri popoli si dedicarono con passione alle competizioni, ma nessuno arrivò a farne dei riti sacri capaci di coinvolgere l’intera nazione. L’arte e la letteratura hanno contribuito in maniera determinante a eternare i successi di quegli uomini indomabili in cerca di gloria. Il soffio ammaliante delle Muse, infatti, penetrò inarrestabile tra gli ulivi di Olimpia, trasformando degli uomini vittoriosi in semidei prediletti da Zeus.