Rebus sic stantibus, a che punto è lo sport?
Partecipare
L’importante è partecipare o conta solo essere il primo?
di Toschi Livio
«Preferisco essere primo in un villaggio
piuttosto che secondo a Roma»
(Caio Giulio Cesare)

Conosciamo bene il motto attribuito a Pierre de Coubertin, ma in realtà pronunciato in occasione dell’Olimpiade di Londra 1908 da un vescovo anglicano della Pennsylvania, Ethelbert Talbot: «Ciò che importa non è vincere, ma partecipare». Concetto sul quale non tutti sono d’accordo e certamente i giochi sportivi dell’antica Grecia, più volte evocati dal barone, ne erano ben lontani.
Per i Greci non contava nulla partecipare, battersi bene e nemmeno piazzarsi o addirittura arrivare secondi: era importante soltanto la vittoria, da ottenersi anche con l’astuzia (metis) e usando qualsiasi mezzo, quindi infischiandosene altamente del fair play.
Persino gli dei davano il cattivo esempio, intervenendo con ogni tipo di scorrettezza per favorire i propri beniamini. Basti un solo episodio: Atena fece scivolare Aiace Oileo presso il traguardo e consentì al prediletto Ulisse di vincere la gara di corsa durante i giochi funebri in onore di Patroclo [Iliade, libro XXIII].

Insomma, al mondo greco si addice perfettamente il motto di Red Sanders, ripreso da Vincent Lombardi e da Giampiero Boniperti: «Vincere non è importante; è l’unica cosa che conta». Come ha con efficacia sintetizzato lo storico tedesco Karl-Wilhelm Weeber, infatti, «solo chi vince non perde». O, per citare il “Drake” Enzo Ferrari: «Il secondo è il primo degli ultimi». Perciò i Greci non avrebbero mai compreso un sentimento come la hōganbiiki giapponese, ossia la simpatia per il perdente, e un libro quale The Nobility of Failure, dello scrittore inglese Ivan Morris.
Gli atleti greci, d’altra parte, dopo l’obbligatorio giuramento di lealtà pregavano Zeus perché concedesse loro la corona o la morte. L’allenatore Erissia nel 564 a.C. spronò Arrichione di Figalia a non arrendersi nella gara di pancrazio, a costo della vita (e invero vinse e morì). L’allenatore del pancraziaste Mandrogene scrisse alla madre di lui: «Se sentirai che tuo figlio è morto, presta fede a queste parole, ma se ti diranno che ha perso, non crederci» [Filostrato, Sulla ginnastica, 23].
Tra gli appellativi encomiastici degli atleti ricordo monos kai protos («unico e primo») e protos anthropon («primo tra gli uomini»). Kapros di Elide nel 212 a.C. vinse lotta e pancrazio nella stessa Olimpiade e fu definito «primo mortale dopo Ercole» a riuscire nell’impresa. Pindaro ha descritto con versi cupi il triste rientro in patria degli sconfitti (o meglio: di tutti i “non vincitori”), che si nascondevano perché pieni di vergogna per aver deluso la loro famiglia e l’intera città [Olimpica VIII e Pitica VIII].

Lo spirito competitivo permeava la società greca e in ogni uomo si lodava l’ambizione, la brama di gloria (philotimia). Colui che eccelleva, il migliore, era detto aristos; la capacità di primeggiare si definiva arete (in latino virtus) e l’essere sempre il primo aien aristeuein, come scrisse già Omero [Iliade, libri VI e XI]. L’ideale “aristocratico” della perfezione fisica e morale, indissolubilmente legate in armonico equilibrio, prendeva il nome di kalokagathia.
Che fossero importanti solo i vincitori è dimostrato dal fatto che nei vari elenchi delle Olimpiadi (a partire da quello compilato da Ippia di Elide) figuravano esclusivamente i primi classificati. Raramente e solo per circostanze fortuite conosciamo almeno il nome dei secondi: al termine di una finale di lotta, pancrazio o pugilato – per esempio – il cronista poteva commentare che Tizio aveva sconfitto Caio, tramandando così pure il ricordo di quest’ultimo. Anche l’arte e la poesia gratificavano esclusivamente gli atleti vittoriosi.
Ho accennato in precedenza a una sola delle tante scorrettezze degli dei nello sport. Venendo a quelle degli uomini, va sottolineato che le Olimpiadi nacquero per onorare il re Enomao, morto durante una corsa di cocchi per un doppio tradimento: di sua figlia Ippodamia, invaghitasi di Pelope (che gareggiò con il padre di lei per ottenerne la mano), e del suo auriga Mirtilo, corrotto e poi ucciso da Pelope, che gli aveva addirittura promesso una notte d’amore con Ippodamia. Pelope, che la tradizione tramanda quale fondatore dei giochi sacri a Zeus, aveva insomma messo in piedi una indegna associazione a delinquere pur di conseguire la vittoria.
Ma anche i giochi descritti da Omero nell’ Iliade ci forniscono un deplorevole esempio. Antiloco, figlio del saggio Nestore, per superare Menelao nella corsa dei cocchi non esitò a tagliargli la strada, rischiando la collisione e mandando su tutte le furie il re di Sparta, che di motivi per essere adirato ne aveva già a sufficienza per colpa della moglie Elena. È questo il primo caso a noi noto di deliberata scorrettezza nella letteratura sportiva.

Nonostante l’iniziale giuramento di lealtà a Zeus Orkios (garante dei giuramenti), neppure a Olimpia mancarono casi d’illecito, puniti con severe ammende, utilizzate per erigere statue di Zeus in bronzo, che prendevano il nome di zanes. Collocate tra il Metroon e l’ingresso dello stadio, ai piedi dei Tesori, oggi sono tutte scomparse, ma ce ne restano 16 basi in pietra. L’iscrizione apposta su una di esse avvisava i partecipanti: «A Olimpia si vince con la velocità dei piedi e con la forza del corpo, non con il denaro» [Pausania, Periegesi, libro V], monito non sempre rispettato.
Il primo illecito di cui si ha notizia ai Giochi risale al 388 a.C. e riguarda il pugile tessalo Eupolo, che pagò tre concorrenti per ottenere la vittoria. Nel 332a.C. l’ateniese Callippo corruppe i suoi avversari nella gara di pentathlon. Sia Eupolo che Callippo, corruttori, vennero puniti con una multa salata (che ovviamente colpì anche i corrotti), ma il loro nome rimase inspiegabilmente negli elenchi dei vincitori! Questo, per dirla tutta, ci meraviglia ancor più della loro slealtà. Solo nel 68 a.C. Stratone di Alessandria ottenne la corona nella lotta per la squalifica di due avversari: Eudelo (corrotto) e Filostrato di Rodi (corruttore). Nel 12 a.C. il padre di Polictore di Elide, che gareggiava nella lotta dei giovani, «oltre misura bramoso che la vittoria toccasse al figlio», corruppe il padre di Sosandro, avversario di Polictore, ma il fatto trapelò e i due disonesti genitori vennero giustamente multati.
Si mentiva inventando scuse inverosimili, come fece invano il pugile Apollonio Rhantes nel 93 d.C., per non essere squalificati in caso di arrivo tardivo a Olimpia. Poiché non c’erano documenti da esibire, si barava sull’età per gareggiare con i giovani (fino ai 18 anni) anziché con gli adulti, e s’imbrogliava pure sul luogo di nascita per avidità di guadagno. Ogni concorrente, infatti, al momento dell’iscrizione, dichiarava liberamente la propria cittadinanza e i giudici si limitavano a prenderne atto. Così re e tiranni, volendo accrescere il prestigio delle proprie poleis (le città-stato), offrivano ingaggi sostanziosi ai campioni che accettavano di cambiare patria. L’evento più clamoroso fu quello di Astilo di Crotone, che vinse gare di corsa a Olimpia prima per la sua città (488 a.C.), poi per Siracusa (484 e 480 a.C.), dopo essere stato lautamente compensato dal tiranno Gelone.

Concludendo, lo scopo supremo di qualsiasi concorrente era vincere in ogni gara, ma in particolare a Olimpia, perché in tal caso la fama dell’atleta, assieme a quella della famiglia e della città, si sarebbe diffusa in tutto il mondo greco (e non solo). La gloria (kleos), effimera negli applausi del pubblico e nell’incoronazione con un serto di ulivo dopo l’agone, e anche nell’eventuale trionfo tributatogli al ritorno in patria, sarebbe divenuta imperitura grazie a statue ed epinici pagati a caro prezzo. Ma che cosa importava spendere somme ingenti pur di essere ricordati in eterno? Insomma, secondo Pindaro [Olimpica I], i vincitori «per il resto dei giorni assaporavano serenità di miele».
Luciano di Samosata nel dialogo Anacarsi ha sintetizzato bene il sentimento popolare, sostenendo che «il vincitore era paragonato a un dio».