#335 - 9 settembre 2023
AAAATTENZIONE - CARA AMICI LETTORI, DA QUESTO NUMERO IL GIORNALE DIVENTA MENSILE. LE NUOVE USCITE SARAN- NO AL PRIMO GIORNO DI OGNI MESE. iL NUOVO NUMERO 353 SARA' IN RETE IL GIORNO 1° lUGLIO. BUONA LETTURA A TUTTI. Ora per voi : AMICI DEGLI ANIMALI - Vivisezione: Nessuno scopo è così alto da giustificare metodi così indegni (A. Einstein) - Grandezza morale e progresso di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali (Gandhi) - La compassione e l'empatia per il più piccolo degli animali è una delle più nobili virtù che un uomo possa avere (C. Darwin) - Fintanto che l'uomo continuerà  a massacrare gli animali non conoscerà  ne salute, ne pace (Pitagora) - Tra tutti gli animali l'uomo è il più crudele. E' l'unico ad infliggere dolore per il piacere di farlo (M Twain) - A forza di sterminare animali si è capito che anche sopprimere uomini non richiedeva grande sforzo ( E.da Rotterdam) . -
letteratura

Dante

di Angelo Zito

Dante ancora nella II Zona di Cogito, l’Antenora, dove sono puniti i traditori della patria. Il conte Ugolino racconta la propria morte; invettiva contro Pisa. Ingresso nella terza zona di Cocito, la Tolomea dove sono puniti i traditori degli ospiti. Dante sente il vento prodotto dalle ali di Lucifero. Incontro con frate Alberigo; invettiva contro i Genovesi.

CANTO XXXIII
e si nun piagni mó, che te fa piagne?

Li denti cacciò fora dar midollo
e se pulí, er dannato, a li capelli
de la capoccia ch’aveva già sporpato.

E cominciò: “Voresti che parlassi
der gran dolore che m’opprime er core,
solo a pensacce, anche si nun parlo.

Ma si vôi conosce tutta l’infamia
der traditore che sto qui a rode,
me sentirai parlà mentre che piagno.

Nun so chi sei e come sei arivato
qua de sotto, ma sembri fiorentino
a sentitte parlà, si ho inteso bene.

Io ner monno fui er conte Ugolino,
e questo è l’arcivescovo Ruggieri,
mó te fò capí perché je sto addosso.

Pe li consij che m’aveva dato
ebbi fiducia, ma fui catturato
e poi ucciso, e questo è ancora gnente;

quello che forse nun conosci ancora
è quanto crudele fu la morte mia,
saprai così l’offesa che m’ha fatto.

Stavo rinchiuso dentro quela Tore
dov’ho grattato er muro p’ogni giorno
che nu magnavo, e lí da ‘na fessura

viddi passà più lune fino a quanno
feci quer sogno carico de mali,
che me squarciò le nebbie der futuro.

Ruggieri me sembrava che guidasse
la caccia ai lupicini assieme ar lupo
sur monte che divide Lucca da Pisa.

Con cagne che ringhiaveno affamate,
staveno in prima fila li Gualandi
e appresso li Sismondi e li Lanfranchi.

Er lupo e li fij, in preda a l’animali,
li viddi strazziati da le zanne
puntute che squartaveno li fianchi.

Quanno prima de l’arba me svejai,
sentii li quattro fij piagne ner sonno
e piagnenno chiedeveno der pane.

Ciai er core duro si nun t’addolori
a pensà che ciavevo pe’ la testa;
e si nun piagni mó, che te fà piagne?

Ereno ormai svej a quer momento
che portaveno er pane ne la cella,
quer sogno ancora je vagava in testa.

Sentii inchiodà la porta de la Tore;
co’ ll’occhi impietriti ce fissammo,
senza riuscí a dí mezza parola.

Io diventai de sasso, nun piagnevo:
piagneveno loro, Anselmuccio me fà:
“Nun ce guardà così, padre! Che ciai?”

Nun piansi e nun parlai pe’ tutto er giorno,
feci passà er tempo ner silenzio,
aspettanno l’arivo der mattino.

Er sole che s’infila tra le mura
me mostrò su le facce de li fij
la faccia che dovevo avé pur’io,

pe’ l’angoscia me mozzicai le mani;
quelli, credenno che ciavevo voja
de mette quarcosa sott’a li denti,

se tirareno sù dicenno: “Padre
sazziete de noi, è meno er dolore:
si te riprenni le carni che ciai date”.

Me carmai pe’ ffalli stà tranquilli;
e pe’ du’ giorni armeno nun parlammo:
perché tera infame nun ce travorgesti?

Arivammo così ar quarto giorno,
Gatto me se buttò sfinito a tera,
co’ ppoche parole: “Pa’, damme aiuto! “

E lì morí; è vero quanto dico,
a uno a uno, un giorno appresso a l’artro,
viddi quell’antri tre finí per tera;

ormai cieco giravo tra de loro,
li chiamavo pe’ nome, inutirmente:
e poi la fame superò er dolore”.

Finito de parlà, l’occhi infossati,
riazzannò er collo co’ li denti,
rabbiosi pe’ la smania come un cane.

Ahi Pisa, vergogna de l’Itaja,
dove la lingua sôna tanto dorce,
li toscani sò lenti a condannatte,

possino la Capraia e la Gorgona,
movese a tappà l’Arno su la foce,
che travorga, anneganno, quele genti!

Che si è vero, se dice, che Ugolino
te tradí cedenno li castelli,
nun dovevi, nova, crudele Tebbe!,

crucifigge anche li fij innocenti,
ner fior de l’anni Uguccione e ‘r Brigata
e l’antri dua che ho già annominati.

Proseguimmo fino a dove la ghiaccia
strigne come ‘na morsa artri dannati,
nu stanno dritti, sò longhi distesi.

Là er pianto nun pô trovà l’uscita,
er dolore bloccato dentro a l’occhi
ritorna addietro a rinforzà l’angoscia;

le lacrime, ammassate da quer gelo,
ar pari de ‘na visiera de cristallo
riempeno le fosse tra li cij.

La faccia mia per freddo nun mostrava
quello che s’aggitava ne la testa,
come fosse indurita per un callo,

eppure me sembrò de sentí un vento,
e dissi ar maestro: “Da ‘ndo’ viene?
Come pô esse che qua sotto soffia?”

E lui me fà: “Più avanti ariveremo
dove la risposta te la danno l’occhi,
vedrai da solo perché spira er vento”.

Uno de quelli, chiusi dentro ar ghiaccio,
ce gridò: “Oh anime marvagge,
che v’è toccato er fonno de Cocito,

tojeteme ‘ste croste dentro a l’occhi,
che possa sfogà er dolore che m’opprime,
prima che er pianto se trasformi in gelo”.

E dissi a lui: “Si vôi esse aiutato,
dimme chi sei, poss’ io finí ar fonno
de la ghiaccia si ‘n te dò ‘na mano”.

“Sò frate Arberigo”, me rispose,
chiamai er delitto cor nome de la frutta,
e mó me danno datteri pe’ ffichi”.

“Ma com’è? “, je dissi, “sei già morto?”
E lui me fà: “Nun me lo spiego perché
er corpo mio ancora sta sù in tera.

A Tolomea capita, quarche vorta,
che l’anima arivi anzitempo
prima che Atropòs taj quer filo.

E pe’ invojatte a rompe ‘sti cristalli
che me cerchieno l’occhi su la faccia,
sappi che appena l’anima ha tradito,

e io sò uno de quelli, un demonio
s’empadronisce der corpo e lo governa
fino a che l’ora sua nun è venuta.

L’anima precipita in fonno a ‘sta caverna;
e forse ner monno vive puro er corpo
de ‘st’ombra che sverna qui de fianco.

Sappi, tu che sei appena arivato:
che questo è Branca d’Oria e sò tant’anni
ormai che sta rinchiuso da ‘ste parti”.

“Credo che tu m’inganni” , je risposi,
“che Branca d’Oria nun è morto ancora,
e magna, beve, dorme e vive bene”.

“Ner fosso lassù de Malebranche”, disse,
“dove ribolle la pece appiccicosa,
Michele Zanche nun s’era ancora visto,

che er Doria lasciò un diavolo ar suo posto,
la stessa cosa fece un suo parente,
comprice assieme a lui der tradimento.

Mó allunga la mano, leveme er ghiaccio
da dentro l’occhi”. Ma nu’ lo levai;
si fui villano fu pe’ cortesia.

Ahi Genovesi, razza de superbi,
senza ‘na morale, pieni de vizzi,
dovessivo esse cacciati da la tera.

Che er Doria, dentro er ghiaccio de Cocito,
co’ Arberigo, venuto da Romagna,
aveva combinato a modo suo

de sembrà ancora vivo su ner monno.

Dante

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