#334 - 8 luglio 2023
AAA ATTENZIONE - Questo numero rimarrà in rete fino alla mezzanotte del 19 aprile, quando lascerà il posto al numero 350. Ora MOTTI per TUTTI : - Finchè ti morde un lupo, pazienza; quel che secca è quando ti morde una pecora ( J.Joyce) - Lo sport è l'unica cosa intelligente che possano fare gli imbecilli (M.Maccari) - L'amore ti fa fare cose pazze, io per esempio mi sono sposato (B.Sorrel) - Anche i giorni peggiori hanno il loro lato positivo: finiscono! (J.Mc Henry) - Un uomo intelligente a volte è costretto a ubriacarsi per passare il tempo tra gli idioti (E.Hemingway) - Il giornalista è colui che sa distinguere il vero dal falso e pubblica il falso (M. Twain) -
letteratura

Dante

di Angelo Zito

Dante chiede aiuto alle Muse per raccontare tutto il male a cui sta assistendo . Si trova nel IX cerchio all’ingresso della prima zona di Cocito: la Caina, dove conficcati nel ghiaccio fino al pube incontra i traditori dei parenti e più avanti nella seconda zona di Cocito: la Antenora dove i traditori della patria sono nel ghiaccio fino alla metà del viso. Incontra Bocca degli Abati, il conte Ugolino e l’arcivescovo Ruggieri.

CANTO XXXII

Sapessi scrive versi arugginiti,
adatti a ‘st’imbuto nero e sconfinato,
che tiene er peso de tutte l’artre rocce,
proverei a riccontà quello che vedo,
co’ la misura usata fino a mó,
è ‘n’impresa da nun prenne a la leggera;
qui c’è er male de tutto l’universo,
ce vorebbe ‘na lingua da battaja,
e no parole intonate ar bilancino.
Me aiutino a trovalla quele Muse,
che incantate dar canto de Anfione
innarzareno le mura attorno a Tebbe.
Oh ignobbili dannati che soffrite
dentro ‘sto buco che me secca er fiato,
mejo si foste nati pecore o caproni!
Appena noi arivammo giù ner pozzo,
più in basso de li piedi der gigante,
mentre lo sguardo annava ar murajone,
sentii ‘na voce: “Attento a dove passi:
nun carpestà co’ li piedi le capocce
de ‘sti fratelli poveri dannati”.
Me girai de botto e me trovai davanti
un lago cristallizzato dentro ar gelo,
che nun ciaveva manco un filo d’acqua.
D’inverno in tera d’Austria er Danubbio,
o er Tanai, ner norde dove fa freddo,
nun cianno er ghiaccio spesso come questo;
che si er monte Tambura o er Pietra Pania
fossero caduti sopra tutt’assieme
nun se sarebbe incrinato manco er bordo.
E come la rana, cor muso fori lo stagno,
gracida ar tempo che la contadina
sogna le spighe che potrà riccoje;
così quell’ombre, livide e dolenti,
ficcate ner ghiaccio fino ar pubbe,
batteveno li denti come cicogne.
Er vorto girato verso er basso,
er freddo a la bocca e le lacrime a l’occhi,
faceveno intenne qual’era la pena.
Doppo d’avé girato co’ lo sguardo
viddi ai miei piedi due tarmente stretti
che li capelli je s’ereno ammischiati.
“Chi sete?”, je chiesi, “Voi che petto a petto
state allacciati?” Piegareno er collo,
e l’occhi, che me sentivo addosso,
già ammollati, presero a lacrimà,
così er gelo a l’istante se rapprese
e li serrò in una morsa de ghiaccio.
Er fero nun strinse mai legno co’ llegno
a ‘sta maniera; e quelli accecati da l’ira,
come montoni, a dasse capocciate.
E uno che per freddo aveva perso
tutt’e dua l’orecchie, cor viso in basso
disse: “Perché ce guardi a ‘sta maniera?
Devi sapé che questi, assieme ar padre,
dominaveno tutta quela valle,
dove er Bisenzio scenne verso l’Arno.
Nati da la stessa madre; nun trovi,
pe’ tutta la Caina, un artro spirto
che meriti de più de stà ner ghiaccio;
non quello che, co’ ‘n córpo de lancia,
er padre Artù je bucò ‘r petto e l’ombra;
né Focaccia e manco ‘st’artro davanti,
che m’empedisce de vedé più ortre,
de nome faceva Sassol Mascheroni:
si sei toscano sai de chi te parlo.
E pe’ nun datte artre spiegazzioni,
sappi che io fui Camicion de’ Pazzi;
e aspetto Carlino che peccò de piune”.
Viddi appresso artri visi incarogniti
per freddo; sento li brividi addosso,
e ce l’avrò sempre ripensanno ar ghiaccio.
E mentre andavamo verso er centro
dove tutti li pesi sò attratti,
continuavo a tremà per troppo gelo;
nun sò si fu un caso o fu er destino,
che camminanno in mezzo a quele teste
cor piede ne córpii una in pieno viso.
Quella piagnenno gridò: “Perché m’acciacchi?
sei venuto quaggiù pe’ vennicatte
de Montaperti, perché me tormenti?”
Me rivorsi ar maestro: “Fermete un po’,
me devo fà chiarí un dubbio da questo,
poi, quanno vorrai, me metterai fretta”.
Virgijo se fermò, io dissi a quello,
che continuava a dimmene ‘na sporta:
“Chi sei tu che me rimproveri a sto modo?”
“E tu chi sei che giri pe’ L’Antenora”,
rispose, “dànnoce carci su la testa,
che si fossi vivo me vennicherei?”
“Ecchime qua, sò vivo”, je risposi,
“e si vôi esse ricordato sù de sopra
devo scrive chi sei ne li miei versi “.
E quello: “ Nun me serve gnente;
levete de qui, me dai fastidio,
è inutile fà lusinghe da ste parti!”
Lo presi pe’ la collottola dicenno:
“Mejo si me dici come te chiami,
si nun vôi rimané senza capelli”.
E lui: “Leveme pure quello che vôi,
nun te dico chi sò, né te lo fo intenne,
pure si su la testa me continui a batte”.
Ciavevo già li capelli tra le mani,
e n’avevo tirato via più de quarcuno,
mentre quello abbaiava come un cane,
che un artro gridò: “Che te strilli, Bocca?
nun te basta fà rumore co’ li denti,
arzi pure la voce? chi te tocca?”
“Pôi pure statte zitto”, je diss’io,
“crudele traditore; che pe’ tua infamia
ricconterò li fatti come stanno”.
“Vattene”, me fece, “ dí quello che vôi;
ma si ritorni vivo da ‘st’inferno
devi parlà de quello che ha sbottato.
Potrai dí - ho visto Buoso Duera
scontà tra li dannati dentr’ar ghiaccio
li sordi der tradimento co’ la Francia -.
Si vonno sapé chi artro c’era,
a fianco ciai Tesauro de Beccheria,
che a Firenze je segorno la testa.
Più avanti Gianni de’ Soldanier
e poi Gano de Maganza e Tibaldello,
che de notte aprí le porte de Faenza”.
Appena lasciato me trovai davanti
due ne la buca ficcati dentr’ar ghiaccio,
uno montato su la testa a l’artro;
e come magni er pane si ciai fame,
così quello de sopra j’addentava
er midollo de dietro a la capoccia.
A ‘sto modo Tideo, pieno de rabbia,
se sporpava le tempie a Menalippo
co’ l’ossa, la carne e tutto er resto.
“ Tu che sei carico d’odio contro a questo,
che come ‘n’animale te lo magni,
dimme er motivo e famo assieme un patto,
che si a raggione de lui tu te lamenti,
conoscenno chi sete e la sua corpa,
te possa ricordà lassù in tera,
si nun se secca la lingua che ciò in bocca”

Dante

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