#257 - 22 febbraio 2020
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Editoriale

Fabbriche

di Dante Fasciolo

Si fa un gran parlare oggi
(ma l’argomento viene riproposto spesso)
di embargo delle armi per stoppare un conflitto.

Una presa in giro dei “grandi”
solo per dare fiato agli eserciti
e tempo per rifornire piĂą o meno segretamente
il fronte del conflitto e gli arsenali con nuove armi.

Il centro odierno dell’attenzione è la Libia,
ma basta aprire lo sguardo all’orizzonte mediorientale
per accorgersi che si sarebbe dovuto applicare
il fantomatico “cessino le armi”
da un bel po’ di tempo.

Il traffico delle armi, si sa, è un business
che rende incassi formidabili per fabbricanti e trafficanti,
ma esborsi micidiali per i bilanci di chi acquista.
Direte, ma si vende e si acquista per una buona ragione!?
No, si vendono e si acquistano armi
per organizzare guerra laddove c’è da lucrare,
o un tessuto nazionale debole, o un conflitto tra tribĂą,
piĂą semplicemente per strategia geopolitiche,
ovvero di influenze territoriali, ovvero di controllo
di quei territori, quelle aree, quegli spicchi di mondo
dotati per fortuna e per sfortuna
di ricchezze naturali.

Il discorso è vecchio e sa di stantio,
e difficile è tuttavia non arrabbiarsi di fronte
ai danni materiali che la guerra produce:
case, fabbriche, ospedali, scuole rase al suolo…
e i danni morali e fisici alle persone:
lutti, fame, malattie, menomazioni, esodi di milioni
di uomini, di vecchi e donne e bambini…
Chi sanerĂ  questo ferite?

E’ noto anche il progetto: ricostruiranno le città
le stesse nazioni che hanno fornito le armi,
nuovi business, nuovi sfruttamenti, nuovi assoggettamenti…
e chi riparerĂ  i danni fisici e morali alle persone?
Ma si,! Che volete!? Abbiamo l’Onu, la Fao, l’Unicef per questo…
E l’pocrisia, il dileggio dei “grandi” si trasfoma
in latte in polvere, farina, antibiotici, qualche quaderno…

Che mondo buio stiamo vivendo… !
Come vorrei che la luce di una prossima alba
porti una notizia semplice:
Il Governo Italiano ha deliberato la conversione
delle fabbriche di armi in fabbriche di umanitĂ .

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