#109 - 27 ottobre 2014
AAAAA ATTENZIONE - Cari lettori, questo numero resterà in rete fino alla mezzanotte di venerdi 3 agosto, quando lascerà il posto al numero 224. BUONA LETTURA A TUTTI - ORA, PER VOI AMANTI DEGLI ANIMALI : E' una gran vergogna spargere il sangue e divorare le belle membra di animai ai quali è stata tolta violentemente la vita (Empedocle) - La caccia, se non è per la sopravvivenza, è una forma di guerra (J. W. von Goethe) - L'uomo si differenzia dagli animali perchè è assassino ( E. Fromm) - Torturare un toro per il piacere, per divertimento, è molto più che torturare un animale, è torturare una coscienza ( V. Hugo) - Un gatto non dormirebbe mai sopra un livbro mediocre (H. Weiss) - Il cane è la virtù che, non pogtendo farsi uomo, s'è fatta bestia (V. Hugo) - Se raccoglierete un cane affamato e lo nutrirete non vi morderà, ecco la differenza tra l'uomo e il cane (M. Twain) -
Cinema

nostra inviata al Festival del film di Roma

cronaca e immaginazione

La cerebralità elitaria degli assassini
contro l’emozionalità popolare degli eroi

tre film che testimoniano la vitalità del cinema d'oggi

di Margherita Lamesta

La cerebralità elitaria degli assassini 
contro l’emozionalità popolare degli eroiLa cerebralità elitaria degli assassini 
contro l’emozionalità popolare degli eroi

David Fincher porta alla Festa Internazionale del Film di Roma il suo Gone girl, già presentato in anteprima al New York Film Festival, e vince il Farfalla d’Oro Agiscuola . Abilissimo nel ribaltare i generi, il regista entra nella crisi di coppia, vivisezionandola, con l’adattamento dell’omonimo best-seller di Gillian Flynn, che ha anche sceneggiato il film.
La spietata precisione chirurgica, che lo script presenta di una crisi matrimoniale al suo quinto anniversario (sessant’anni fa era ipotizzata al settimo: The Seven Year Itch), è un omaggio a Hitch per la sua intrinseca misoginia e a Kubrick ed Hitchcock per un’estetica di girato molto raffinata e classica.

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contro l’emozionalità popolare degli eroi

È una storia caleidoscopica, spezzettata in un puzzle fittissimo, in cui lo spettatore non prende posizione per nessuno dei due protagonisti ma empatizza con gli altri (la sorella gemella e grillo parlante del protagonista e la poliziotta, diligente ma non brillante). Non può farlo, tanto è brechtiano il lavoro registico, che usa i suoi attori come le super-marionette di Craig, per trascendere ogni individualità e ogni presa di posizione a favore di una creatività artistica purissima dal risultato interpretativo di primo livello.
Le tenaglie del tessuto sociale sono spesso ineludibili e la creatività di chi usa per mestiere la propria inventiva (Amy-Rosamund Pike e Nick-Ben Affleck sono due scrittori) viene agita con metodo per manipolare la materia trattata, traslandola nella vita reale, per annullare ogni linea di demarcazione, anche la più sottile, pur di vincere e intrappolare la realtà con effetti inimmaginabili.

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Eppure, come non esiste il delitto perfetto, così non può esistere una follia lucida e calcolata senza una sorpresa né il suo rimedio è senza pericolo. I due non potranno mai sottrarsi al terrore della cattività in cui si sono incastrati da soli, per la quale non c’è via di scampo né soluzione indolore, con conseguenze inevitabilmente irreversibili, grazie all’imprevisto insito in questa realtà amplificata all’infinito.
I toni pulp quanto basta, noir necessari al plot, un come in e come out dei personaggi che tengono per tutti i 145 minuti gli spettatori sul filo del rasoio, confermano Fincher all’altezza dell’appellativo di autore e cineasta e contribuiscono a srotolare, come un sontuoso tappeto di velluto chiffon, questo cinico e satirico dramma morale espresso in un thriller lussuosissimo.

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contro l’emozionalità popolare degli eroi

Se una storia psicopatica prende vita nella mente di un autore, altrettanta lucida follia seduce Cedric Anger, che si rifà ad un terribile fatto di cronaca nera per il suo La prochaine fois je viserai le coeur, in rassegna nella sezione Mondo genere.
Franck, un serial-killer che ha terrorizzato la Francia negli anni settanta, ancora vivo e rinchiuso in un ospedale psichiatrico, ha il volto di Guillaume Canet, duttile nella sua recitazione, con una mimica che mostra ogni minimo dettaglio sotto l’obiettivo della regia, eppure non è sufficiente per darci almeno uno di quegli strati multiformi che appartengono per genesi alla mente malata di un assassino così freddo e spietato.

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È un polar che procede per sottrazione, questo, al fine di escludere qualsiasi empatia con il protagonista e va avanti secondo la cifra narrativa di una messa in scena cupa, livida, senza emozioni e molto spiazzante. Malgrado l’ottima prova di Canet che recita con grande dovizia e talento, non arriva al pubblico, né direttamente né sotto forma di eco, un orrore che faccia realmente ribrezzo o una paura che spaventi davvero chi è seduto in poltrona, nonostante la regia sia fittissima di soggettive, che ci obbligano a guardare il mondo attraverso il diaframma degli occhi dell’assassino.
A furia di sottrarre, il plot si perde nella seconda parte, senza condurre ad un nuovo punto di vista, usando male il gioco scenico che riesce a darci, purtroppo, una visuale certamente non scadente ma alquanto fredda, senza mai raggiungere punte di crudeltà o ferocia e sprecando, così, un’occasione nata sotto i migliori auspici.

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Tralasciando le paure psicopatiche, reali o inventate, con il film di Kevin Costner, uno dei pochi divi presenti a questa nona edizione del festival, invece, si sono affrontati i pregiudizi razziali e il problema di affidamento dei minori. Black and White è un film che il divo ha anche prodotto, oltre ad interpretarlo. Egli non è mai cambiato dal giovane ufficiale idealista di Balla coi lupi, che sfida un popolo e la storia per dar voce e dignità a un grande popolo di guerrieri, quali sono stati gli Indiani d’America, preferendoli all’ipocrisia del potere. Costner è davvero l’erede di John Wayne, l’eroe granitico su cui fare affidamento, il gigante buono che vince sui cattivi, fedele ai suoi stivali e custode dei propri ideali fino alla morte; la vera incarnazione vivente del sogno americano.
E non è certo il vestito buono da avvocato di grido a far cambiare questa natura al suo nuovo personaggio, ennesima declinazione di un eroe classico a tutto tondo. Dolce con chi ama e affidabile come non mai, anche quando rivolge le sue debolezze alla consolazione ingannevole di una bottiglia o prende a pugni un genero tanto indegno di sua figlia come di sua nipote. E anche con lui è ancora e sempre un eroe; è un padre, proprio quel padre che il ragazzo non ha veramente avuto, depositario per eccellenza dell’autorevolezza educazionale, e che lui ha dovuto soffocare dentro di se, essendogli stata strappata la sua unica figlia, morta di parto a soli diciassette anni.

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contro l’emozionalità popolare degli eroi

La vicenda di un affidamento congiunto impossibile da raggiungere di fronte a differenze di classe acuite da pregiudizi razziali, sia da parte del bianco ricco e potente, tradizionalista e testardo, sia da parte della gente nera assetata di riscatto per stargli al passo, si snoda con un ritmo lirico ed eroico ma anche drammatico ed emozionante. Eppure, laddove la sicurezza di fa più forte il dubbio serpeggia sempre più a fondo, trovando proprio nella diversità le maggiori e inaspettate uguaglianze.
Ai più non piaceranno le trovate di genere come l’happy end tipicamente americano o la vittoria eroica del protagonista, un attimo prima di soccombere, eppure i monologhi di Costner in un’aula di tribunale hanno meritato l’applauso a scena aperta ricevuto durante la proiezione e i suoi dialoghi con la nipote sono di un lirismo d’altri tempi.

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Sì, i tempi sono cambiati e nessuno crede più alle favole di un uomo così ma qualche volta le dovute eccezioni ci fanno credere che esiste ancora un maschile e un femminile e che ciò sia un valore aggiunto per entrambi, così come esiste ancora un cinema che possa farci sognare e possa esporci temi difficili e scottanti, dandoci spunti d’analisi e riflessione sempre più approfonditi; in sintesi, film di pancia che ci riconsegnano alla realtà con uno sguardo inebriato di pienezza, allo scopo di volerci insegnare qualcosa.

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PROVERBI ROMANESCHI - Rigalà èmmorto, Donato sta ppe' morì, Tranquillo se lo so n'groppato e Pazienza sta ar gabbio - La farfalla tanto gira al lume finchè s'abbrucia l'ale - Er gobbo vede la gobba dell'antri gobbi ma nun riesce a trovasse la sua - Oro e argento in core, mànneno a spasso fede, speranza e amore - Cent'anni de pianti nun pagheno un sordo de debiti - Qanno te sveji cò quattro palle, er nemico è alle spalle - Non sputà in cèlo che te ricasca 'n bocca! - Mejo puzzà de vino che d'acqua santa -